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Intervista

Ilari: «Da parmigiano mi vergogno»

Ilari: «Da parmigiano mi vergogno»
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Mara Pedrabissi

Siate gentili. E non solo con la mia vecchiaia». L'attore Giancarlo Ilari, una luminosa carriera singolarmente giocata “alla rovescia”, ha spento 88 candeline in questo agosto che ogni sera allunga un po' di più le ombre dei tramonti sul giardino di via Guicciardini, casa della memoria, dietro la Cittadella. Il compleanno festeggiato in trattoria con le figlie Raffaella e Annalisa, la nipote, il pronipote, qualche parente. La torta postata su Fb, per condividere nella piazza virtuale il traguardo di «Lallo», lasciapassare per dire tutta la verità, a intervalli alleggerita dall'innata, garbata cifra comica.

«Non ho molto tempo. Chi ne ha più di me, cominci a pensarci! /Che le nostre giornate siano rivolte a cambiare questo mondo!», una delle ultime battute del reading «Siate gentili con la mia vecchiaia».

«Ora sto elaborando un nuovo progetto, “Siate gentili con i profughi”, messaggio di umanità. La nostra gente è stremata, lo so, ma non per questo possiamo restare indifferenti di fronte alle migliaia di morti. Antonio Gramsci in una lettera scriveva che l'indifferenza è la peggior malattia di cui possa soffrire un essere umano».

Come ha vissuto questo compleanno?

«Purtroppo oggi per me il compleanno ha un peso non irrilevante. Compiere 88 anni è come fare un passo avanti verso una meta, che è lì e ti aspetta. Questa maledetta strega con la falce in mano ti soppesa da lontano, poi sentenzia: “A questo poveretto concediamogli ancora un po' di aria”»

Alla morte pensiamo tutti. L'uomo è l'unico animale che ha coscienza di dover morire

«Alla mia età ci si pensa un po' di più. E ci si pensa facendo un esame della vita trascorsa. Almeno io ho questa strategia: quando penso alla morte, penso alla vita. Sono stato un prediletto, un fortunato. Sono bisnonno, mi scappa da ridere. Il teatro mi ha dato soddisfazioni impensabili, in fondo ero un modesto disegnatore tecnico alla Vetreria Bormioli Rocco di via San Leonardo»

Qual è stata la sua formazione?

«Avevo iniziato le Magistrali. Gli insegnanti convocarono mia madre, dicendole che potevo puntare a una via professionale più remunerativa. Combinarono di farmi passare all'Istituto tecnico per geometri, in via Farini. Nel bel mezzo c'è stata la tempesta della guerra. Quando è finita, mio fratello maggiore, che aveva qualche conoscenza, mi ha trovato da lavorare alla Bormioli. Eravamo in sette in casa, tre gli stipendi. Sono andato»

Quali i ricordi di lei ragazzino negli anni di guerra?

«Papà Ernesto, il signore coi baffi che vede in tutte le foto qui, era un capomastro, antifascista, picchiato durante le Giornate del '22. Aveva ospitato a casa Alceste De Ambris, per tre giorni, nascosto, in attesa che riparasse in Francia. Mia mamma, Nina, era massaia rurale, l'organizzazione fascista delle rezdore. Una scelta obbligata. La città era tutta in divisa. Il sabato, quando si andavano a comprare due frattaglie, quelle che adesso diamo ai cani, il macellaio era in divisa. Io sono stato figlio della lupa, balilla, avanguardista e via. Noi ragazzi non avevamo mica capito, giocavamo ai soldati. Facevamo le grandi sfilate sullo stradone o in centro, con la banda, a passo romano, tra due ali di folla ai lati che applaudivano. Era una cosa che ci ubriacava. Ho il ricordo netto del momento in cui ho compreso che non era un gioco. Avevo 17 anni e la guerra si stava avvicinando; ci avevano convocati nel complesso del cinema Astra, allora sede della Gil, Gioventù Italiana del Littorio. Un gerarca ci invitò a iscriverci a un ipotetico esercito di marina. Qualcuno di fianco a me sussurrò agli amici: “Ma bisognerà domandarlo alla mamma, prima”. Eravamo bambini. Da quel momento abbiamo cominciato a dare il vero peso alla guerra. Questi sono stati gli anni delle mie scuole superiori»

Poi quasi 40 anni in Bormioli. Com'è stata la sua prima vita da impiegato?

«Pesante, triste perché il mio capo non mi vedeva di buon occhio. Ero entrato in ditta con la raccomandazione del direttore generale, carica alla quale il mio capo aspirava. Ero malvisto da lui, mentre ero stimato dal suo superiore ma anche dal giovane Bormioli, Pierluigi, appassionato di teatro. Ho tenuto duro, forte delle soddisfazioni che mi dava il teatro. Ho iniziato giovanissimo, con i burattini. Italo Ferrari aveva scritto un libro, “Baracca e burattini” con i testi, io li recitavo a casa. Poi ho passato tutte le compagnie dilettantistiche della città, incrociando ogni genere, compresi operetta e teatro dialettale. Era l'epoca in cui ogni parrocchia aveva il proprio teatrino, la propria compagnia. Era proibita la promiscuità. I costumi erano unisex: dai preti c'erano le filodrammatiche composte solo da ragazzi, dalle suore solo da ragazze».

Quando è andato in pensione, è diventato attore professionista

«Era il 1982, credo. Mi chiamarono in tutta fretta da Teatro Due dicendo che si era ammalato Gigi Dall'Aglio e due spettacoli in tournée erano a rischio, Dio di Woody Allen e l'Enrico IV di Shakespeare. Con Teatro Due ero rimasto in ottimi rapporti. Lì era confluita l'esperienza del Cut, il Centro Universitario Teatrale, cui avevo aderito a lungo. Con il Cut avevamo avuto successi strepitosi, come andare a recitare a Berlino ripresi in diretta tv o le tournée a Istanbul in nave, o in Portogallo. Occasioni meravigliose, io sfruttavo le mie ferie. Comunque sì, il primo giorno di pensione, mentre già avevo un contatto con la Rai di Bologna, mi chiamò Teatro Due. Rifiutai Enrico IV, non c'era tempo sufficiente per prepararlo. Accettai di fare il protagonista della commedia di Allen, più nelle mie corde. Sono rimasto con loro una decina d'anni, tantissimi spettacoli fino al Marat-Sade di Peter Weiss, regia di Walter Le Moli»

Altre esperienze importanti, fuori

«Il Teatro dell'Elfo a Milano, un paio d'anni; il Teatro della Tosse di Genova, 5 anni. Dal 1994 per due anni ho lavorato con Franco Battiato per l'opera Il cavaliere dell'intelletto che venne anche a Parma, al Regio, nella stagione lirica ma passò malamente... Qui conta Verdi e basta... Poi con Santagata e Morganti ne Il Guardiano di Harold Pinter, bellissimo testo sulla natura umana. Ho finito a Teatro Due con L'ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett, cinque anni fa»

Adesso porta in giro i suoi reading “resistenti”

«Sì, grazie alla Raffa che mi aiuta. Perché ho capito sulla mia pelle cos'è la guerra. Ho preso la mia posizione politica che è senz'altro antifascista»

Come vede la politica oggi?

«Male (risata triste, ndr), molto male. E' piena di tranelli, trabocchetti, alleanze discutibili. Non c'è un'ideologia che, precisata bene, viene condotta bene. Quindi ho un po' abbandonato la politica. Conservo e pratico la mia politica dentro di me, mi faccio sentire attraverso le mie letture»

Parma com'è cambiata?

«Eh, è cambiata. Abbiamo costruito il ponte nord. E' cambiata molto...»

Non vuole rispondere

«Da parmigiano che conosce la storia di Parma, devo dire che a volte mi vergogno»

Allora parliamo dei luoghi di Parma. Ha un luogo del cuore e un luogo della memoria?

«Il luogo della memoria è via Guicciardini quando ero ragazzo. Era campagna, passava solo qualche bicicletta. La strada era piena di noi ragazzi, dei nostri giochi. Non c'erano soldi, costruivamo tutto da noi, con l'aiuto di un falegname qui vicino. Il campo da calcio, il campo da tennis, il teatrino per recitare»

Luogo del cuore?

«Il teatrino di San Benedetto, dentro l'oratorio. La filodrammatica dei salesiani era una bella palestra. Anche Francesco Pettenati crebbe lì, poi andò a Milano e divenne attore professionista»

Oggi il teatro cosa deve dire?

«Deve ritrovare le sue origini, fare quel che ha sempre fatto, raffigurando la società, mettendo alla berlina gli eccessi e gli errori»

E un buon attore?

«Prima di tutto deve essere modesto»

Cos'è l'amore per Giancarlo Ilari adesso che lo può inquadrare in una prospettiva lunga?

«Un sotterfugio che l'uomo ha creato per vivere bene. Senza amore non è vita. Il mio è stato mia moglie Paola»

Salutandoci, cosa le fa piacere che le auguri?

«Buongiorno (risata)».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • la rivolta di atlante

    29 Agosto @ 21.48

    la rivolta di atlante

    GRANDE OLD SAILOR. ANTONIO È MOLTO PIÙ SEMPLICE CRITICARE SENZA DIRE NULLA. SONO TEMPI DURI E BISOGNA SCHIERARSI O NERO O BIANCO... IL GRIGIO È UN LUSSO FUORI MODA.

    Rispondi

  • Oberto

    29 Agosto @ 20.48

    io invece non mi vergogno.

    Rispondi

  • antonio

    29 Agosto @ 20.13

    da quello che leggo devo convincermi che è molto più facile scrivere che ragionare

    Rispondi

  • la rivolta di atlante

    29 Agosto @ 19.42

    la rivolta di atlante

    MR. CRISTIANO, PER UNA ANALISI CORRETTA DEVE CONSIDERARE CHE LA GRANDE EUROPA TRAMITE SARKOZY CI HA QUASI OBBLIGATO A PARTECIPARE AL BOMBARDAMENTO DI GHEDDAFI, MAI INVASO LA LIBIA, CON UN PARERE CONTRARIO DEL NOSTRO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI ALLORA (BERLUSCONI). ORA IO POSSO ESSERE ANCHE IL PIÙ DEFICENTE DEI SOCIAL BLOGGER , MA COME PENSA DI RISOLVERE LA SITUAZIONE CREATASI LASCIANDO L'ITALIA INTERA A DISPOSIZIONE DEGLI AFRICANI??? FIRMATO CAMILLO BENSO CONTE DI CAVOUR... Così è meno anonimo.

    Rispondi

  • la rivolta di atlante

    29 Agosto @ 17.27

    la rivolta di atlante

    RISPONDO IN ORDINE DI COMMENTAZIONE CARA GAZZA. CAPISCO CHE IL RISPETTO DELLE PERSONE SIA IMPORTANTE, MA VISTI I TEMPI IN CUI VIVIAMO IO FACCIO FATICA A PROVARLO PER AMICI O COMPLICI DI ISLAMICI TAGLIATESTE. NASCONDERE AI LETTORI CHE NEGLI SBARCHI DI CLANDESTINI E A VOLTE ANCHE TRA I PROFUGHI CI SIANO TACITAMENTE NASCOSTI TERRORISTI O FIANCHEGGIATORI DEI MEDESIMI NON È UN BUON SERVIZIO DI INFORMAZIONE. COSA BEN PIÙ GRAVE DI UN ANONIMATO NECESSARIO

    Rispondi

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