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Baganzola

Una giornata con i profughi

Una giornata con i profughi
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Dalla mattina a sera, una giornata con i profughi. La vita nel centro d'accoglienza di Baganzola, al centro di molte polemiche. Permessi di uscita, lavoro, pasti. Ma anche speranze e sogni. Reportage sulla Gazzetta di oggi.

Chiara Pozzati

Due cartine appese al muro immacolato. In una l’Africa, nell’altra l’Italia. Nel mondo al contrario di un giovane del Gambia, Parma si trova nelle Marche, che segna incerto. Lo sguardo conciliante di un volontario della Croce Rossa («Riprova è un po’ più su») e qualche dritta dalla fotografa, e il dito affusolato sale pian piano fino all’Emilia Romagna. Un sorriso trionfante e pacche sulle spalle.

E’ mattina nell’ormai rodato centro d’accoglienza di Baganzola, più volte finito al centro di aspre polemiche. La conta attuale è di 36 uomini, stranieri. I piccoli lavoretti sono finiti da un pezzo: camere spazzate, letti rassettati, e così pure il refettorio che accoglie per la colazione. Molti sono accoccolati sulle sedie, di fronte all’ex scuola. Lo sguardo vaga lontano, poche chiacchiere e hai quasi l’impressione che per loro il tempo non passi, si trascini. Altri si sono concessi due passi nei dintorni, un modo per scrutare questa terra così diversa da quella che hanno visto fin da bambini. Ma la maggior parte dei giovani sorride e ti segue incuriosito mentre si passa da un corridoio all’altro.

E incontri Ahmed Iftikhar, 38 anni, che per venire in Italia ha impiegato due mesi. Oltre sessanta giorni a macinare chilometri: «Dal Pakistan all’Iran, quindi Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria e finalmente Italia». Il lungo viaggio della speranza, che ripete a denti stretti («Non so nemmeno come ho fatto»), si è spalmato su giorni e nottate intere. «Non avevo alternative: il Pakistan è in mano ai talebani. Non sai mai quel che ti potrebbe succedere». Un viaggio solitario: «Mia moglie e i due bimbi – sorride mentre con un inglese stentato abbassa le mani, per far capire la statura dei piccoli – sono in Libia. Non potevo portarli qui, senza prima garantire loro una casa, un lavoro. Senza contare che costava troppo». «Gli ultimi 8 mila euro – dice - sono serviti per permettermi di comprare cibo e qualche abito da coprirmi lungo la strada. Tutto quel che si poteva portare, l’ho dato alla mia famiglia. Non abbiamo più niente». Anche Muhmmd Tousif, 27 anni, modi garbati e due occhi scuri che ti scrutano timidi, viene dal Pakistan e il suo sogno più grande sarebbe tornare a studiare. «Nel mio paese frequentavo l’Università, biologia. Vorrei tanto continuare anche qua in Italia». Già il sogno per molti è rimanere qua, ricomporre quelle famiglie spezzate da chilometri e confini e trovare un lavoro dignitoso: «Faremmo qualunque cosa».

Tra i giovanissimi spicca sicuramente Lamin, l’entusiasmo dei 20 anni, un sorriso perlato che non perde mai. Arriva dal Gambia Lamin e lì ha lasciato i suoi fratelli, «la mia speranza? E’ l’Italia» dice con una disinvoltura disarmante. Quasi come se rispondesse alla domanda più scontata del mondo. Ha percorso metà Africa, poi la rotta dell’ignoto: Libia-Sicilia. «Ho speso duemila euro, guadagnati in Libia. Ho fatto il muratore per riuscire a mettere da parte la cifra necessaria». Del viaggio sul barcone malconcio, delle immagini choc che fanno il giro del mondo, delle ore d’angoscia bruciati da sole e sale lascia intendere molto, ma fatica a parlarne. «Ho vissuto tutto questo – quasi bisbiglia - Ho visto la gente morire accanto a me, ti dispiace e tanto ma non puoi farci niente. Abbiamo passato due giorni senza acqua e senza cibo, è stata la marina italiana a darci tutto. Vestiti, panini, la vita».

Ayuba e Safianu Abu vengono dal Ghana e hanno poco più di 20 anni. Anche loro «sono disposti a fare qualunque cosa pur di rimanere qui. Speriamo solo di trovare un lavoro al più presto e integrarci in questo bel paese». E incrociano le dita, prima che torni un’altra sera.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • victoria

    18 Settembre @ 16.10

    avevo dimenticato le famose guerre del Pakistan, del Senegal, del Ghana e quant'altro poveri asilanti!!!

    Rispondi

  • RENZ

    18 Settembre @ 10.26

    R E N Z

    E pensare che sono arrivati fin qui anche senza cartina, per pagarci la pensione! Eccerto che a Baganzola non ci sono i leoni come in in Africa Però sarà pieno di zanzare TIGRE ! ... Facciamo qualcosa! DIAMO UN APPALTO DI ZAMPIRONI AI CASAMONICA !

    Rispondi

  • inside

    18 Settembre @ 09.52

    il gambia cos'è forse lo zambia? c'è la guerra? io li definisco invasori perché pretendono non chiedono quando lo stato è debole succedono queste cose, pensa come sono deficienti i nostri italiani li mettono a tavola e li servono come se fossero i salvatori d'italia. loro non sono buoni di cucinare servirsi a tavola? lavarsi i piatti e le bronse come facevamo noi a militare?

    Rispondi

  • Alpino Italiano 66

    17 Settembre @ 17.28

    Ho letto l'articolo nel quale ho trovato conferme al mio pensiero, tutti giovani uomini, dove sono le donne e i bambini? Se la situazione che lasciano è drammatica perché abbandonano i familiari? Soliti paesi, Bangladesh, Pakistan, Gambia, Ghana e Senegal, nei quali non c'è la guerra, ci sono invece milioni di persone e non è sostenibile consentire loro l'ingresso in Italia. Non siamo in grado di assorbire questi flussi, è evidente, o cambia qualcosa o i problemi sociali saranno enormi.

    Rispondi

    • RENZ

      18 Settembre @ 10.42

      R E N Z

      IL PAKISTAN E' LA TERZA POTENZA NUCLEARE MONDIALE. E ci manda i suoi "poveri"? Ma siamo imbambiti totali?

      Rispondi

  • Puzzi

    17 Settembre @ 11.24

    potete cambiare il titolo per favore? E' fuorviante. Per ora non è stato riconosciuto loro lo "status" di profugo, pertanto o li definite "clandestini", o, quanto meno "richiedenti asilo". Per amor di verità. Grazie

    Rispondi

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