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Giuseppe, l'alpino più «fedele alla montagna»

Giuseppe, l'alpino più «fedele alla montagna»
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La sua è una guerra quotidiana per la terra degli antenati. Giuseppe Federici, 39 anni, vive in alta Valceno allevando mucche. A lui va il prestigioso premio Fedeltà alla montagna dell'associazione nazionale Alpini: in suo onore, una festa di tre giorni per le penne nere.

Roberto Longoni

Anche lui ha il suo monte Nero. Nella linea del «fronte occidentale» è il picco appena più basso dell'Appennino verso il tramonto. Da sinistra a destra: il Tomarlo, il Maggiorasca, il Bue. E il Nero: stesso nome della vetta per la quale gli alpini combatterono, ai confini d'Italia. Qui siamo ai confini tra Liguria ed Emilia, tra un presente che fatica a risalire l'alto delle valli e un passato stretto d'assedio. Nella prima guerra mondiale fu questione di vita o di morte per migliaia di giovani lanciati all'assalto. A distanza di un secolo, per l'alpino Giuseppe Federici, ragazzo del 1976, è questione di vita e basta, della sua e della famiglia, della moglie Cristina e della figlia Fiorenza, tre anni appena. La verde trincea nella quale è nato da tenere a tutti i costi, armato di rastrello e forcone, di motosega e falciatrice, con uno squadrone di mucche e un manipolo di asini per cavalleria. A volte ci si sente proprio in guerra: come poche notti fa, quando da queste parti è caduta una bomba d'acqua. Ma anche meno violenta la battaglia è ogni giorno, in uno splendido e faticoso isolamento in località Ciapuné, a quota 900, dove pure il nome di un prato dal morbido profilo ricorda come tutto qui sia sasso («ciappa» è la pietra piatta nel dialetto locale, più ligure che emiliano).

Un atto di amore

E' la scelta di Giuseppe: quella per la quale il Premio fedeltà alla montagna metterà radici (è proprio una radice il trofeo assegnato ai vincitori) tra i monti sopra Molino dell'Anzola, nell'alta Valceno. Per capirne il valore, basti sapere che, dopo l'adunata, questo è l'appuntamento annuale più importante per l'associazione nazionale Alpini. Nelle 34 edizioni precedenti solo un'altra volta il riconoscimento andò a una penna nera della sezione di Parma: nel 1988, quando se l'aggiudicò Giovanni Scarpenti di Albareto (nel 2002, poi, toccò a un alpino di Santo Stefano d'Aveto, al di là del Tomarlo: stessa patria appenninica, ma versante ligure). «Hanno voluto avere un occhio di riguardo per qualcuno di piccolo» si schermisce Giuseppe, titolare della stalla con una quarantina di capi tra mucche e vitelli, oltre a cinque somari, su un podere di dieci ettari di prato e altrettanti di bosco, ai quali si aggiunge qualche terreno affittato dai vicini. In realtà, si è premiato un atto d'amore per una terra alla quale i più hanno voltato le spalle.

Piccolo e prezioso

In ogni caso ha il proprio peso anche la grandezza nei numeri piccoli, delle cifre che significano coraggio e rispetto per l'ambiente. Numeri esigui, ma da moltiplicare per la difficoltà del duro Appennino dissanguato, irto più delle Alpi. «O la ami o la odi, questa montagna» fa lui, esente dai dubbi. Mai e poi mai ha pensato di andar via dalla terra del padre, del nonno e del bisnonno, da quella Molino dell'Anzola in cui gli abitanti ormai saranno sì e no una quarantina: un paese che ha perso perfino il mulino del nome, oltre alle botteghe, all'ufficio postale e alla scuola elementare, diventata sede degli alpini anche grazie al lavoro da volontario di Giuseppe. «Il trisnonno Luigi, invece, era un Federici di Alpe» spiega lui, guardando a sud. Il Penna è vicinissimo, ma coperto da un monte che sovrasta Ciapunè. «Conobbe la trisnonna di Casalporino in un Cantamaggio». Canti e bevute di un'era fa, quando la trasferta era pedestre. «Ora ci porta un pullman da cinquanta posti - sorride Giuseppe, a sua volta membro del Cantamaggio di Molino dell'Anzola -. Si sta in giro dalle 8 alle 18-19. Poi, c'è la serata danzante, e si va avanti fino al mattino seguente». Una maratona, ma niente in confronto alla tre giorni dell'avo. Tutto è cambiato. Anche Casalporino da lontano è quasi scomparso alla vista, per come sono cresciuti gli alberi attorno al suo pugno di case. La natura si riprende ogni cosa e fa anche in fretta. Per Giuseppe, la prima domanda sul come restare venne al momento di iscriversi alle secondarie. Dopo le elementari e le medie a Bedonia, a una mezz'oretta di corriera da casa, c'era da trovare la scuola che facesse al caso suo. A lui sarebbe piaciuto studiare da geometra. «Ma si doveva andare a Pontremoli». Strada, ferrovia: quasi più ore in viaggio che ai banchi. La scelta ricadde sull'Ipsia di Bedonia, indirizzo meccanico. Scuola più lontana dai suoi gusti, ma più vicina alla tana del cuore. Oltre alla meccanica, il giovane Federici imparò d'essere molto più adatto ai monti che alle fabbriche.

Due mesi in Sicilia e ritorno

L'allontanamento da casa venne con la naia. La remota Carnia per destinazione: alpino mortaista della 114esima compagnia di stanza a Venzone. Via da casa, ma unito al filo rosso che attraversa la storia di famiglia. Il nonno Pietro, telegrafista, fu al fianco delle penne nere in Albania, durante la guerra; il padre Vincenzo fece il militare a Belluno, alpino autista di camion. «Dichiarai che anch'io avrei indossato volentieri quella divisa». Partito nel novembre del 1996, Giuseppe toccò la massima distanza da casa della sua vita, con i due mesi a Catania, per l'operazione Vespri siciliani. Nell'ottobre del 1997, il ritorno a casa (con un cambio turno, scegliendo 24 ore di treno, per evitare l'aereo, ). Era il momento della scelta: parlò il sangue. «La mia famiglia dagli inizi del secolo scorso ha la licenza per l'osteria e la bottega in paese, ma è sempre stata sulla terra». I prati per il fieno, i boschi per la legna e sette-otto mucche da latte, fino a quando mungere non divenne autolesionismo. Pietro aveva anche la stazione di monta e una cavalla bardigiana con la quale portar su i sassi dal fiume. «Il nonno aveva il mal della pietra: gli piaceva costruire. Mio papà Vincenzo, invece, ha un grande amore per gli animali: soprattutto questa ho preso da lui, oltre che la passione per la scultura del legno». Giuseppe, che a dieci anni già impugnava il rastrello, lasciò la cura dell'osteria al fratello Luigi («Il vero scultore della famiglia» sorride l'alpino): lui avrebbe lavorato sotto il cielo dei Ciapuné. Erano stati il padre e lo zio a comprare il piccolo podere, con la stalla abbandonata come il pascolo. «Un rovo generale: ci entrarono con la scavatrice». Ora è un parco di alberi e prati tenuti rasi dalle mucche e dalla falciatrice (per i lavori di fino ci sono due falci a mano appese a un noce). L'acqua, pompata a proprie spese da Fornolo costa anche migliaia di euro all'anno. «Perché non costruisci una grossa stalla nel prato?» gli chiedono. «A pagarla con i vitelli sai quanto ci vorrebbe? E poi per rovinare questa bellezza?» sorride lui, al centro del piccolo regno selvaggio: sovrano dalle mani piene di calli, che mai ha pensato a niente di più comodo. «Ci sarà anche qualcosa di bello nella vita degli altri, al giorno d'oggi. Ma il più è peggio. Già andare in auto a Parma: non l'ho mai fatto. Non riesco a competere con la frenesia della città». Parola di quarantenne mai salito su un aereo.

Le «battaglie» quotidiane

Anche ad altri, oltre alle mucche e agli asini, piacciono Ciapuné e boschi annessi. «Ai cinghiali innanzitutto: fanno parecchi danni». Pure i caprioli e i tassi si fanno sentire. «E sono tornati gli istrici: rischiano di farsi fuori le patate destinate a mia mamma Assunta per le torte dell'osteria». In un altro lembo del terreno c'è l'orto. Verdura a metri zero, come i funghi e il latte per i bisogni familiari, prodotto da un paio di mucche cabannine della val d'Aveto. Le altre quaranta, di razza Limousine, sono vacche da carne, adatte alla vita all'aperto, ma sempre sotto lo sguardo vigile di Giuseppe. «Dopo la sveglia alle 6,30, le vado subito a controllare al pascolo». Poi, c'è da falciare il fieno, con un occhio al cielo per timore della pioggia («Ma da qui a parlare di stress ne passa»), da sistemare i recinti e i sentieri, da far la legna pulendo il bosco. E' la primavera uno dei momenti più pesanti, quando partoriscono le mucche dell'harem di Tripoli, il toro dei Federici. Nello stanzino accanto alla stalla ci sono due panche. «Spesso si trascorre qui la notte, perché ogni parto è un'incognita». Non che dopo le nascite si viva di gran certezze. Un vitellino è in un angolo. «Ha avuto la febbre e ha perso il pelo. Ho speso già oltre 200 euro per curarlo. La mamma non si lascia più avvicinare da lui». Si spera che il latte delle cabannine faccia il miracolo: perderlo sarebbe un duro colpo. Non è facile: per quanto riguarda il reddito, lungo le creste di questi monti si vive come su un rasoio. «Ma è la mia vita. Solo in apparenza questa terra è mia. In realtà, è lei ad avermi».

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  • Remo

    18 Settembre @ 09.40

    e dovrebbero esentarlo da tutte le tasse e balzelli!

    Rispondi

  • muuuario

    18 Settembre @ 09.19

    Quelli come lui ovrebbero avere un reddito di cittadinanza solamente x essere lì a curare la montagna ed essere nominati pubblici ufficiali con voce in capitolo sulle scelte del territorio , altro che balle!

    Rispondi

    • Gianluca

      18 Settembre @ 09.33

      Concordo ! Altro che sti finti ecologisti cittadini da ufficio

      Rispondi

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