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Dramma

Quando in sala parto entra il lutto

Quando in sala parto entra il lutto
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In Italia una gravidanza su sei finisce con un aborto spontaneo o con la perdita del bimbo al momento del parto. Se ne parlerà giovedì pomeriggio alla biblioteca di Alice, al Parco Ducale. Scopri come, e da chi, i genitori possono essere aiutati ad affrontare il lutto.

Chiara Cacciani

Sembra quasi un lutto fantasma. Forse perchè quella vita è rimasta invisibile agli occhi per tutto il resto del mondo, tranne che per una mamma e un papà. E a volte per una fratellino e una sorellina in attesa di diventare «i maggiori». Forse perchè è così doloroso e paradossale affrontare la morte di una vita non ancora nata, che si vorrebbe subito cancellare. Invece ha un nome, si chiama morte perinatale, e racconta di quelle gravidanze - in Italia una su sei, 2500 famiglie l'anno coinvolte - che si interrompono con aborto spontaneo o che si chiudono con la perdita del figlio al momento del parto. E' per rompere il silenzio che circonda le famiglie, per informare e anche per sensibilizzare i professionisti sanitari che in tante parti del mondo il 15 ottobre si celebra la Giornata mondiale della consapevolezza sulla morte perinatale. E quest'anno anche Parma celebra la «Babyloss awareness day».

L'appuntamento è alle 16 alla biblioteca di Alice, al Parco Ducale, con l'accoglienza e la distribuzione del materiale informativo. Poi alle 17 ci sarà la lettura di una favola per bambini e quello ciò che lega i «babyloss» dall'Australia alla Norvegia: l'onda di luce, l'accensione delle candeline della consapevolezza.

Ad organizzare l'appuntamento parmigiano è l'associazione Ciao Lapo onlus, che a Parma ancora non è ancora presente ma ha trovato l'appoggio della referente del Mippe (Movimento italiano psicologia perinatale) Erika Vitrano.

E' lei che - affiancata dall'ostetrica premio Sant'Ilario 2014 Clelia Buratti e dalla psicoterapeuta Eleonora Russo, vicepresidente di Futura - ha creato la rete dell'evento alla Biblioteca di Alice: dal Comune al Collegio Ostetriche, dall'associazione Futura a Anep, Semi per la Sids, Il Mondo e La Cova. In attesa che da questa giornata possa partire un percorso di iniziative dedicati alle famiglie.

«Il 15 ottobre non sarà ancora un momento per confrontarsi e scambiarsi esperienze, ma una prima opportunità per prendere contatto e rompere questo tabù – spiega Erika Vitrano – Il lutto in generale è un tabù, ma in questo caso, in particolare, i genitori si ritrovano soli». L'esempio è brutale ma efficace: «Si cerca di sostituire, spesso lo chiede il mondo intorno: magari pensando subito a un'altra gravidanza. Come quando muore il cane di famiglia e se ne prende subito un altro. Invece in nessuno di questi casi è utile sostituire». «Nei familiari, negli amici, è una situazione che provoca disagio, che crea le frasi «siete giovani, avete tutta la vita davanti, meglio ora, prima della nascita, che dopo».

Si tende a minimizzare. ovviamente in buona fede. E invece le coppie che hanno perso il loro bambino hanno bisogno che si riconosca il loro dolore, lasciando spazio e tempo per affrontarlo. E' un evento inaspettato e paradossale. Nemmeno chi è stato informato di una gravidanza a rischio è preparato, nè è immune, o è facilitato».

Anche perchè si mescolano sensi di colpa e nostalgia, senso di fallimento e ansia. Cosa si può fare, dunque? «Sarebbe bello e importante che le famiglie riuscissero a salutare il bambino - continua la psicologa -. Anche perchè spesso la mamma lo partorisce, il parto vaginale chiude il ciclo della gravidanza e la produzione degli ormoni del parto aiuta ad avere una ripresa migliore. Sembra tremendo, ma rispetto a chi in queste situazioni ha subito un cesareo, le madri che hanno partorito il loro bambino raccontano di aver superato meglio la separazione da lui e di aver tenuto un ricordo prezioso».

Anche medici e ostetriche sono chiamati in causa. «Gli operatori devono essere preparati a gestire queste situazioni. Una mamma che ha perso il suo bimbo ha bisogno di rispetto: è necessario tenerla lontano da dove ci sono altre mamme con bimbi vivi. E poi i genitori devono avere la possibilità di restare con il loro bambino». E' difficile affrontare questi aspetti - anche ascoltarli e scriverne - ma «per trenta minuti dal parto il bimbo, anche se nato morto, resta caldo e morbido: bisogna dare alle mamme la possibilità di tenerlo con sè, abbracciarlo, vestirlo, anche fotografarlo o prendere l'impronta della sua manina o del suo piede, se lo desiderano. Al momento le reazioni possono essere quelle di non volerne sapere nulla, di cancellare. Ma sappiano che chi non ha voluto o potuto salutare il suo bimbo poi lo rimpiange, e racconta di aver perso qualcosa di importante». Anche per il futuro.

Un'associazione per aiutare i genitori

Sono tre milioni i bimbi «mai nati» ogni anno nel mondo. Circa 2500 famiglie in Italia ogni anno perdono il loro bambino nell'ultimo trimestre di gravidanza o nelle prime ore di vita. Nel 70% dei casi si individuano le cause della morte, ed è un grande aiuto per lo studio della morte in gravidanza. L'Emilia Romagna è tra le regioni più all'avanguardia. Resta però tanto da fare quando le mamme e i papà restano soli con il loro dolore. Nei prossimi mesi anche a Parma l'associazione Ciao Lapo proverà a diventare un punto di riferimento.

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