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Don Scaccaglia: «Salvato per un soffio»

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Dopo tre mesi di ospedale, don Luciano Scaccaglia è tornato nella parrocchia di Santa Cristina: «Sto benino. Devo ringraziare Luigi Roncoroni». - Leggi ora la versione integrale dell'articolo

Luca Molinari

La voce è fioca e il volto provato dalla malattia, ma il calore è quello di sempre. Don Luciano Scaccaglia, il «pretaccio» di Santa Cristina, ci apre la porta di casa col sorriso. Il sacerdote 79enne ripercorre il calvario di questi mesi - durante i quali ha rischiato la vita - con lucidità e senza filtri, trasformando l'esperienza di malato in una testimonianza carica di fede e speranza.

Don Scaccaglia come ci si sente nel tornare a casa dopo tre mesi d’ospedale e case di cura?

«Adesso sto benino, ma devo ancora riprendere pienamente le mie forze. Tutto è iniziato il 17 giugno, quando sono stato operato da Luigi Roncoroni: un intervento molto delicato per un tumore al pancreas. Mi hanno salvato per un soffio, devo ringraziare Roncoroni e la sua equipe per la professionalità che hanno dimostrato anche questa volta».

Anche?

«Ho 79 anni e nell’ultima parte della mia vita ho avuto due operazioni delicate. La prima è avvenuta nel 2002 per una colecistite acuta. Anche allora stavo per morire e fu sempre Roncoroni a operarmi. In ospedale, scherzando, mi hanno chiesto se avevo sette vite come i gatti dato che anche stavolta mi hanno salvato in corner».

Come sono stati questi mesi?

«Sono stato al Maggiore è poi alle Piccole Figlie fino a poco tempo fa. Mi sono ripreso poco per volta, ma ho sofferto tanto. Soprattutto in ospedale ho trascorso giorni tremendi perché non riuscivo a dormire la notte. L’esperienza di non riuscire a dormire, soprattutto per un malato, è terribile perché non arriva mai la mattina. E’ un’attesa infinita ogni notte. L’esperienza del dolore ti matura perché capisci che non sei nulla e ti trovi a dipendere totalmente dagli altri a causa della tua fragilità assoluta. Sono momenti difficili e anche un po’ umilianti. Solo quando ti ammali comprendi realmente cos’è la malattia e cosa provano i malati. Come preti spesso andiamo a fare visita ai malati, ma molto spesso si rimane al di là della malattia, limitandosi a recitare una preghiera e pronunciare belle parole. In ospedale sono passati numerosi parrocchiani a salutarmi. Quando mi trovavo alle Piccole Figlie era ricoverato anche un altro sacerdote a cui sono molto legato e ho ricevuto la visita di quasi tutti i preti della diocesi. Mi ha fatto molto piacere anche la visita dei quindici ragazzi, tredici africani e due afgani, che ospito nella canonica. Per loro sono come un padre e io li considero dei figli».

Le è mancata molto la parrocchia in questi mesi?

«I primi tempi le celebrazioni sono state affidate ai Missionari Saveriani, ma i miei parrocchiani e collaboratori si sono impegnati per mandare avanti la parrocchia. Ogni domenica dopo la messa delle 11 si ritrovavano per stabilire chi curava la liturgia e i canti, chi la parte economica e chi quella pastorale. Per certi versi la vita pastorale della parrocchia è andata avanti meglio rispetto a quando c’era il parroco. Scherzi a parte questa esperienza ha fatto maturare molto i laici trasformando la loro presenza da passiva ad attiva».

Ha già celebrato qualche funzione?

«Sono già stato in chiesa, ma non ho ancora celebrato la messa perché faccio fatica a parlare. In questo periodo sono affiancato da don Corrado Mazza, il parroco delle chiese confinanti, che considero un fratello. Mi aiuta a portare avanti la parrocchia e ogni mercoledì vado nella sua canonica per il catechismo ai ragazzi. Cantiamo e preghiamo assieme. Sono i bambini a darmi la forza di riprendere la routine. Poco alla volta sto tornando a una pastorale viva. Tra due settimane spero di celebrare la messa. Sarà una grande festa di un padre, o meglio di un nonno che è risorto e che riabbraccia i propri figli e nipoti».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • giuseppe

    20 Ottobre @ 10.12

    Un prete non solo di strada ma coscienzioso verso gli umili,i poveri , gli affamati e in particolare verso tutte le etnie senza distinzioni.Penso che oggi preti del genere non ne esistono tanti ,personaggi scomodi in particolare alla gerarchia della Chiesa e ai bigotti che la seguano, non c'è niente di meglio a servire DIO come l'esempio di Padre Scaccaglia. Un augurio sincero di salute e stia con noi per tanto tempo ancora abbiamo bisogno della sua voce.

    Rispondi

  • marirhugo

    18 Ottobre @ 13.10

    13 africani e due aghani. Ma il popolo non protesta? Molto strano, visto quello che si legge di solito qui sopra... e tutti i sondaggi..

    Rispondi

  • paolo

    17 Ottobre @ 18.51

    don luciano:l'erede di padre Lino, auguri <pretaccio>parma e i parmigiani hanno bisogno di te'

    Rispondi

  • fortunato

    17 Ottobre @ 16.29

    ce ne fossero di parroci come lei, auguri don Luciano.

    Rispondi

    • danila

      17 Ottobre @ 17.59

      condivido

      Rispondi

  • Remo

    17 Ottobre @ 10.03

    don Luciano, grande "prete di strada"!

    Rispondi

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