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Frati: «In un lago di sangue invocavo il cielo»

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«Quando ero là in terra, gravemente ferito, in un lago di sangue, ho rivolto lo sguardo verso il cielo, dicendo “sono nelle tue mani”». Roberto Frati, il pensionato di Fidenza accoltellato lo scorso 31 ottobre, è tornato a casa dopo aver lottato tra la vita e la morte. Alla Gazzetta ha raccontato la sua terribile esperienza.

«Quando ero là in terra, gravemente ferito, in un lago di sangue, ho rivolto lo sguardo verso il cielo, dicendo “sono nelle tue mani”». Così ieri, ha sussurrato Roberto Frati, il pensionato 66enne accoltellato lo scorso 31 ottobre, da un uomo di 43 anni, residente a Parma, che era sottoposto a un obbligo di dimora in una comunità terapeutica del piacentino, sempre per fatti legati alla giustizia e ora in carcere.

Dopo avere lottato fra la vita e la morte, Roberto ce l’ha fatta ed è tornato a casa. Nella sua abitazione al civico 7, di via Galvani, nel quartiere Luce, dove, nel cortile, è accaduto il fatto di sangue, è un continuo andirivieni di amici e conoscenti che vogliono salutarlo e abbracciarlo. I telefoni squillano in continuazione. E lui, Roberto, seduto sul divano di casa, circondato dall’immenso affetto della moglie Ivana e dei figli don Alessandro, vice parroco a Busseto e Chiara, dalla dolce cagnolina Maya, che gli continua a fare festa, con un dolce sorriso, tranquillo e sereno, risponde a tutti. Sta abbastanza bene, cammina e ha iniziato a mangiare anche qualche cibo solido, dopo essere stato sottoposto a un delicatissimo intervento chirurgico per l’asportazione di trenta centimetri di intestino, martoriato dai fendenti dell’aggressore.

«Per un attimo ho pensato che la mia vita stesse volgendo al termine – ha spiegato Frati, sorretto da una profonda fede – ma mi sono affidato nelle mani di Dio e ora sono qui, come se fossi rinato a vita nuova. Molte persone sono state strumento per la mia salvezza e ora desidero ringraziarle tutte. Se ripenso a quegli attimi drammatici, quando quell’uomo mi ha puntato un coltello al collo, dicendomi di stare fermo se no mi avrebbe ammazzato, iniziando poi a colpirmi, quando ho fatto per farlo uscire dal garage, rivivo un incubo. Se non avessi avuto la forza di chiedere aiuto e se i miei vicini non fossero accorsi, sarei morto dissanguato. Aveva gli occhi allucinati, ma mentre mi puntava il coltello, non mi chiedeva soldi, forse voleva prendere la macchina che avevo appena messo nel garage, per scappare. Sta di fatto che alcuni vicini che erano lì, nei pressi, mi hanno salvato la vita. E voglio ringraziarli di cuore insieme al personale del 118, della Rianimazione di Parma, della Chirurgia d’urgenza di Parma, in particolare il dottor Nicola Busi, che considero il mio angelo custode. Oltre a dimostrare elevata professionalità, sono stati anche testimoni di grande umanità. Un grazie di cuore lo rivolgo anche a tutte le persone, veramente tantissime, che hanno pregato per me e hanno aiutato a tutti i livelli la mia famiglia».

Roberto Frati, non vuole dimenticare nessuno. «Il sindaco Andrea Massari e il consiglio comunale non ci hanno mai lasciato soli, testimoniandoci la vicinanza dell’intera città. Insieme al senatore Giorgio Pagliari e agli onorevoli Maestri e Romanini si sono fatti portavoce del disagio e della paura che serpeggiano, non solo nella nostra comunità, ma in tutto il territorio nazionale. Auspico che vengano ascoltati e abbiano risposte concrete, non solo promesse. Tutte le persone che mi hanno portato la loro solidarietà, hanno manifestato tutto il loro risentimento nel vedere, continuamente, episodi di violenza gratuita, di criminalità impunita, di nessun diritto alla difesa».

Ma nonostante ciò, Roberto Frati, cattolico praticante, non ha mai una parola di odio o di rancore verso colui che lo ha ridotto in fin di vita.

«Come ho già ribadito più volte non provo sentimenti di rancore, di rabbia, di odio, verso il mio aggressore, che palesemente soffre di diverse problematiche, ma mi unisco all’indignazione che tutta la mia famiglia prova verso chi non è in grado di stabilire la reale pericolosità di un soggetto, affidandole a strutture che non sono in grado nè di averne cura né di custodirli, sottoponendo a rischi non solo l’intera cittadinanza, ma queste stesse persone. Vorrei tanto che il sacrificio e le sofferenze che mi sono stati chiesti e il disagio psicologico al quale sono tuttora sottoposti i miei familiari, non fossero dimenticati, ma servissero per trovare le soluzioni per una convivenza pacifica e serena. Ora le mie preghiere saranno anche per questo».

In casa Frati è quasi ora di cena e la figlia Chiara corre a prendere gli gnocchi di patate. «Bisogna festeggiare la tradizione di San Martino, oggi» esclama Chiara, mentre sorride. E adesso Roberto, non vede l’ora di uscire e di correre nella sua vicina chiesa di San Paolo, dove collabora. E’ troppo abituato al suo Dio, che non lo ha abbandonato nemmeno un istante. E lui deve ricambiare con la sua grande fede, rimasta inalterata, anzi rafforzata da questa prova. A Roberto, mentre saluta i suoi ospiti, viene in mente una frase che le ha detto un’infermiera mentre era in ospedale «Si vede che lei è una persona speciale e la sua è una grande lezione di vita».

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