La testimonianza

Giuliano Molossi: «Una notte all'inferno»

Giuliano Molossi: «Una notte all'inferno»
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Il racconto dell'ex direttore della «Gazzetta» Giuliano Molossi che ha vissuto in prima persona la notte d'inferno di Parigi: «Abbiamo avuto paura ma non ci siamo arresi, siamo tornati per le strade». Le stesse dove gli artificieri facevano esplodere ogni pacco sospetto. «E dove tutti hanno capito che sarà una lunga guerra».

Giuliano Molossi

Venerdì sera, quando a Parigi si è scatenato l’inferno, ero in un ristorante di Avenue Matignon, nell’ottavo arrondissment, a pochi passi da Rue du Faubourg Saint Honoré, la via dei grandi marchi del lusso, e che al numero 55 ospita il Palazzo dell’Eliseo, la magnifica residenza del presidente della Repubblica francese. Quando si sono diffuse le prime notizie di quel che stava accadendo ci siamo guardati sgomenti, quando sui nostri smartphone abbiamo letto degli attacchi terroristici che i macellai dell’Isis avevano scatenato in locali pubblici a pochi chilometri da noi, anche in un ristorante come il nostro, abbiamo chiesto in fretta il conto per tornare in albergo prima possibile e metterci al sicuro. Intanto, attraverso le vetrate del ristorante, vedevamo passare a sirene spiegate decine di ambulanze e di blindati della polizia. Appena usciti sulla strada, ci siamo resi conto che anche percorrere poche centinaia di metri non sarebbe stato semplice. Le vie attorno all’Eliseo erano chiuse al traffico e presidiate dai poliziotti coi mitra spianati. Anche i pochi e spaventati passanti venivano respinti e invitati a percorrere altre strade. «Andate a casa – dicevano i poliziotti – è pericoloso stare in giro stanotte». Alla fine siamo riusciti a rientrare all’hotel. E scoprire così che gli attentati erano avvenuti in sette posti diversi e che i morti non erano 18 ma piu’ di centoventi.

Ieri mattina, di buon’ora, Parigi era una città deserta, spettrale, livida, sotto choc, annichilita. Ma piano piano, nonostante i ripetuti inviti del sindaco a restare in casa, la gente ha cominciato a uscire, anche se angosciata ha sentito la necessità di farlo, come per dire ai terroristi: non ci siamo arresi, siamo ancora qui, non potrete ammazzarci tutti. Ma parigini e turisti erano comunque spaventati, bastava un niente per farli sobbalzare, una sirena, il rumore di un motorino smarmittato. Ogni pacco abbandonato diventava sospetto. Gli artificieri sono dovuti intervenire spesso per falsi allarmi, per ragioni di sicurezza hanno chiuso strade anche solo per vuotare e ispezionare i cestini dei rifiuti.

Non è un sabato mattina come tutti gli altri a Parigi e non potrebbe esserlo dopo l’orrenda carneficina della notte prima: sono chiusi tutti i musei, molti ristoranti e negozi hanno le serrande abbassate in segno di lutto, chiusi cinema e teatri, annullati concerti e spettacoli, cancelli sbarrati anche ad Eurodisney perché oggi nessuno ha voglia di ridere e divertirsi. Una ragazza, intervistata da una tv ai tavolini di uno dei pochi bistrot aperti in bouolevard Hausmann, dice: «Pensate un attimo a questo: gli attentati sono avvenuti in uno stadio, in un ristorante, fra i ragazzi di un concerto rock. La scelta dei bersagli non è casuale, quelle bestie hanno voluto colpire la vita». Il suo fidanzato aggiunge: «Dicono tutti che siamo in guerra. Ma in una guerra sparano da entrambe le parti, qui sparano solo da una parte sola».

Abbiamo visto molte persone in lacrime, altri che intonavano la Marsigliese, qualcuno lanciava maledizioni contro i musulmani, altri se la prendevano con i bombardamenti francesi contro la Siria cominciati poco più di due mesi fa, altri ancora sottolineavano l’inadeguatezza dei servizi segreti francesi. Undici mesi dopo Charlie Hebdo, più o meno gli stessi discorsi. Ma questa volta è molto peggio.

A gennaio furono attacchi spaventosi ma in qualche modo attacchi mirati, a dei simboli, contro un giornale satirico che sfotteva Maometto e contro un supermercato kosher, ma venerdì sera, questo maledetto venerdì 13, i terroristi hanno alzato il tiro perché hanno fatto strage, in sette attacchi simultanei, in uno stadio, in un ristorante, in una sala concerti, sparando all’impazzata contro la gente che si stava divertendo, o facendosi saltare in aria come in Iraq o in Egitto o in Libano. Non c’è difesa possibile contro simili attacchi, non è immaginabile proteggere adeguatamente tutti i locali pubblici, impedire che un terrorista entri armato di kalashnikov in un museo o in supermercato e apra il fuoco contro la folla. Anche a Parigi fino a ieri i controlli non erano particolarmente rigidi. Venerdì mattina, all’ingresso del Grand Palais per la mostra su Picasso, al passaggio dei visitatori il metal detector suonava ma il personale non ci faceva nemmeno caso. Alla gente era consentito portare con sé anche pesanti zaini e un terrorista avrebbe avuto gioco facile a mischiarsi fra la folla. Sicuramente, d’ora in poi, non sarà più così. Ma per quanto tempo? Una grande città come Parigi non può vivere blindata 365 giorni all’anno, non può vivere nel terrore di essere nuovamente colpita. Ci sarà una stretta nei controlli, che si tradurranno in lunghe code negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie, ma poi tutto tornerà come prima. E d’altra parte, se non si vogliono paralizzare i servizi pubblici, non si può certo pretendere che venga perquisita la gente che sale su un autobus o su un metrò o quella che entra in un supermercato. Possono far strage ovunque, quando e come vogliono. Ci vorrà tanto coraggio per non piegarsi davanti a questi vigliacchi assassini, per reagire compostamente ai loro massacri. Ma Parigi non rischia più di quello che rischiano Roma (alla vigilia del Giubileo), Londra o Madrid.

Siamo in guerra, avevamo scritto all’indomani dell’11 settembre, e sarà una guerra lunga. La terza guerra mondiale, come ha detto Papa Francesco, una terribile guerra a pezzi. I combattenti del terrorismo islamico non hanno fretta. Colpiranno ancora, non possiamo far finta di non saperlo. Certo, le intelligence dei paesi occidentali dovrebbero fare di più per cercare di prevenire questi attacchi, ma i jihadisti hanno un vantaggio enorme su di noi: loro si fanno saltare in aria, loro amano la morte e noi amiamo la vita.

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  • gigiprimo

    15 Novembre @ 15.13

    vignolipierluigi@alice.it

    Comunque ringrazio il 'vecchio' Direttore per questo nuovo 'fondo' e mi considero fortunato nel non avere un direttore come di mare o giovannini. Basta sentire 'uno mattina' del 15 cm. e dell'arena della stessa data!

    Rispondi

  • gigiprimo

    15 Novembre @ 15.05

    vignolipierluigi@alice.it

    Una domanda da italiano, che differenza 'letterale' per un titolo, 'bastardi islamici' e 'islamici bastardi' . Grazie

    Rispondi

  • Vercingetorige

    15 Novembre @ 12.38

    Abbiamo letto l' articolo "di spalla" , in prima pagina , del vecchio Direttore , esonerato non si sa perchè , anche se i pettegolezzi non mancano . E il nuovo , che si siederà nel suo ufficio fra pochi giorni , che fa ? Le tre scimmiette ?

    Rispondi

    • 15 Novembre @ 12.52

      REDAZIONE GAZZETTADIPARMA.IT - Rispondiamo sempre a tutti i commenti dei lettori, ma questo fatico un po' a capirlo. 1) L'articolo del "vecchio" direttore è una testimonianza da cronista presente a Parigi nella serata più tremenda 2) Per i pettegolezzi c'è la parrucchiera o il bar 3) Il nuovo direttore entrerà in servizio appunto fra pochi giorni: fino ad allora, come noto è alle dipendenze di un altro quotidiano. - CRedo che sull'argomento Parigi ci siano altre questioni su cui focalizzarci, no?

      Rispondi

      • Vercingetorige

        15 Novembre @ 16.55

        I PETTEGOLEZZI LI FANNO ANCHE I GIORNALI ED I GIORNALISTI , che io mi sforzo di leggere , nei limiti del possibile , mentre frequento poco i bar e raramente i parrucchieri . Non c' bisogno che vi citi testate e nomi , perchè li conoscete benissimo . La mia provocazione nasce dal fatto che ho avuto l' impressione che l' argomento della nuova direzione della "Gazzetta" sia un "tabù" , e , questa , impressione , me l' avete fatta sorgere voi , perchè , nell' imminenza dell' annuncio del "cambio al vertice" , vi ho mandato molti commenti , senza insulti , senza turpiloquio , senza nulla di querelabile , ma tutti sistematicamente censurati . Lo stesso tono stizzito di questa risposta mi conferma che non volete parlarne , e non posso , da lettore sessantennale del giornale , non domandarmi perchè . Excusatio non petita , accusatio manifesta . Per quanto riguarda l' "argomento di Parigi" , in queste ultime , drammatiche quarantott ' ore ne ho mandati diversi , no ? E ne manderò ancora.

        Rispondi

        • 15 Novembre @ 17.22

          REDAZIONE GAZZETTADIPARMA.IT - Nessuna stizza (men che meno con un lettore che conosco e stimo) e nessun "tabù". La Gazzetta - come annunciato pubblicamente - ha avuto un direttore fino al 30 settembre, ne ha uno ora e ne avrà uno fra circa una settimana. L'articolo di oggi del "vecchio" direttore, come ripeto, è una testimonianza, con la quale Giuliano è tornato per un giorno cronista. Purtroppo lo ha dovuto fare per una concidenza triste: era a Parigi nella notte più buia. Ripeto: onestamente non vedo cos'altro dovremmo dire. Non mi risulta che Corriere o altre testate locali come la nostra dedichino molto spazio a questo tipo di cronaca: un direttore e un giornale, comunque si chiamino, sono giudicabili ogni giorno per ciò che pubblicano, e il nostro è quindi uno dei mestieri più palesi. Ripeto, mi creda: se lei oggi fosse qui ci sentirebbe semmai parlare di come raccontare questa domenica strana che va da Parigi al Parma calcio e alle piccole o grandi cose della quotidianità di provincia. Di altro non saprei cosa dirle. Poi, come è giusto, lei e tutti gli altri lettori potranno domani (sul web anche in tempo reale) elogiarci o criticarci per quello che abbiamo pubblicato. Come per ogni giornale e come per ogni direttore. Spero davvero di aver risposto esaurientemente. Buona serata, e ...alla prossima. (G.B.)

          Rispondi

        • Vercingetorige

          15 Novembre @ 17.57

          SU CIO' CHE VOI PUBBLICATE ED IO LEGGO ( compresa la "spalla" di Giuliano Molossi da Parigi ) , NON HO ASSOLUTAMENTE NULLA DA ECCEPIRE . Ciò che mi lascia incuriosito non è ciò che leggo , ma ciò che non leggo . Potrei fare qualche domanda più precisa , ma temo che mi farei censurare un' altra volta. Io ho una netta sensazione di "tensione" nel giornale in questo imminente "cambio al vertice" . Vedremo in cosa sfocerà ! Vi ringrazio comunque per la cortesia e la generosità con cui quotidianamente , da anni , pubblicate una valanga di miei messaggi , di cui , probabilmente , la gran parte non vale la pena di essere letta. Buona serata anche a voi , e buon lavoro , come dicono sempre quelli che non fanno niente a quelli che non sanno dove prender prima........

          Rispondi

        • 15 Novembre @ 18.09

          REDAZIONE GAZZETTADIPARMA.IT - Ricambio il saluto. Quanto alla "tensione", non so se posso dirlo io profano a un medico: ma di per sè il termine può avere significato sia positivo che negativo. Io, che sono ottimista di natura, credo che la Gazzetta - come ogni giornale in tutto il mondo in questa fase difficile, per la crisi economica e proprio per l'incidenza di quel web su cui ci troviamo - voglia "tendere" a inventarsi una formula per continuare a far sopravvivere se stessa e quella forma di giornalismo professionale, che è cosa ancora ben diversa dalla massa informe di informazione (il bisticcio di parole è voluto) che è il web diffuso, pur con lo straordinario potenziale che ha, ma dove non basta scrivere qualcosa per fare giornalismo. Così come (lei lo sottolinea spesso) non basta guardare internet su una data malattia per potersi poi curare da soli. E' questa la nostra sfida, è questa la nostra (e spero anche un po' vostra) tensione di oggi. Buona serata.

          Rispondi

  • Francesco

    15 Novembre @ 05.51

    brundofrancesco@libero.it

    Se in passato si fose pensato in modo diverso, meno buonista, la morte è venuta da quelli a cui è stata data ospitalità a quest'ora non saremmo a metter fiori e lumini e a piangere.

    Rispondi

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