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Egisto Corradi, l'inviato più speciale

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Un libro raccoglie i migliori articoli del grande giornalista parmigiano Egisto Corradi: «Reportages 1945-1974», a cura di Franco Contorbia, edito da Fondazione Corriere della Sera. Inchieste, cronache di grandi eventi, corrispondenze di guerra da ogni angolo del mondo. Nella recensione del volume, gli aneddoti del grande inviato, i suoi primi passi alla «Gazzetta» e la sua carriera folgorante.

Claudio Rinaldi

Di lui Indro Montanelli scrisse che «sui fatti di guerra, e non soltanto di guerra, cui aveva partecipato, Corradi era la Corte di Cassazione: lo sapevano e lo riconoscevano tutti i giornalisti di tutto il mondo. Tutti, meno Corradi. La sua umiltà superava anche la bravura, e poteva diventare perfino fastidiosa». E ancora: «Non ci fu mai verso di persuaderlo che era un grande inviato speciale, anzi un maestro. Si considerava un semplice cronista, e forse è proprio per questo ch’era diventato un maestro».

Vada dunque un plauso a Franco Contorbia per questa antologia di articoli – «Reportages 1945-1974», edizioni Fondazione Corriere della Sera – che promette di fare riemergere dall’oblio un fuoriclasse del giornalismo del calibro di Egisto Corradi.

La curatela di Contorbia è una garanzia: è il massimo studioso del giornalismo italiano, ha firmato la monumentale opera «Giornalismo italiano 1860-2001» (quattro tomi dei Meridiani Mondadori) e, più recentemente, ha curato l‘antologia di Bernardo Valli «La verità del momento».

Il libro, in uscita, contiene 59 articoli, dall’Italia, dall’Europa, dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia: il meglio di non poche migliaia di pezzi scritti (o, spesso, dettati «a braccio», in condizioni impossibili: ma il lettore non se ne accorgeva) in quasi trent’anni di lavoro al «Corriere della Sera», dal ’45 al ’74 (poi Corradi seguì Montanelli e fu tra i fondatori del «Giornale»). Ma Contorbia non dimentica affatto, anzi indaga con curiosità e scrupolo nell’ampio e documentatissimo saggio critico introduttivo, i primi passi del giornalista parmigiano. Che arrossiva quando passava davanti alla redazione della «Gazzetta», come confessò anni più tardi a Baldassarre Molossi in una bellissima lettera («Per chi vuol fare il giornalista non c’è scuola migliore della provincia»). Contorbia ha scovato le prime collaborazioni di Corradi alla «Gazzetta»: entrò come stagista ante litteram, frequentando un corso di giornalismo organizzato dalla Federazione fascista appunto perché prevedeva una settimana di servizio in redazione e, finita quella, chiese e ottenne di restare come volontario tuttofare. Gratis, naturalmente. Due anni dopo, era ancora in «Gazzetta». Il direttore gli propose una piccola somma una tantum. «No – rispose stupito e deciso – lavoro solo per passione».

Il primo pezzo scritto da Corradi è del 25 febbraio 1938 («Alberghi per la gioventù? (in risposta a G. Erl.)»), poi un reportage in tre puntate del dicembre 1939 su un viaggio per mare dalla Liguria di Levante alla Libia («La Spezia - Tobruch a bordo di un motoveliero») e un curioso articolo («L’amoroso tram della Crocetta», 18 agosto 1940) al quale Corradi restò affezionato, e che citò un quarto di secolo più tardi nel suo contributo per un libro sul Premio Marzotto: «Quel tranvai percorreva un tragitto breve, andava dal centro alla periferia. Fu il mio primo articolo da inviato speciale. Era un bell’articolino, tutto considerato. Per parecchio tempo dopo la pubblicazione vissi in uno stato di quasi ebbrezza».

Contorbia ha scovato anche l’esordio di Corradi come recensore – un articolo del 28 agosto 1940 su «Dal vivere» di Gaetano Arcangeli – e alcune testimonianze della campagna di Grecia pubblicate su «La Fiamma» («Foglio d’ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Parma») tra il gennaio e il luglio del ’42.

E ancora, una «parmigianissima» intervista rilasciata da Corradi a Giorgio Torelli («Grazia», 3 agosto 1969) sui suoi primi 25 anni da inviato speciale: Corradi racconta l’assunzione al «Corriere», presentato dal pittore Renato Vernizzi al critico cinematografico Filippo Sacchi. Per convincere il direttore Mario Borsa a fargli un contratto scrive un articolo sulla «febbre del sale» a Salsomaggiore (il suo primo pubblicato sul «Corriere», uscito il 17 agosto 1945, e primo anche dell’antologia), quindi entra in un gruppo di contrabbandieri per raccontare i traffici di frontiera con la Svizzera. Poi passa a piedi il confine del Gran San Bernardo e si fa assumere per una settimana in una segheria in Svizzera (con documenti falsi), per scrivere un reportage in sette puntate sugli emigranti clandestini.

La regola di Corradi, dal primo all’ultimo articolo della lunga e entusiasmante carriera, è una soltanto: il giornalismo si fa consumando la suola delle scarpe, cioè camminando, andando a vedere con i propri occhi, non fidandosi dei comunicati ufficiali. Vale per i traffici dei contrabbandieri e per l’emigrazione clandestina come per l’alluvione in Polesine (quando pianta le proprie canne sull’argine del Po, per controllare personalmente la reale portata del fiume e darne correttamente conto ai lettori), come in guerra.

Il fronte, l’habitat naturale dell’inviato speciale Egisto Corradi. L’antologia offre una scelta fior da fiore di una produzione sterminata e sempre di altissimo livello.

Corradi è in Siria per un colpo di stato (1950), in Marocco per la rivoluzione del re e del popolo (‘53), in Ungheria per l’insurrezione contro i sovietici (’56), in Tunisia per la battaglia di Biserta (’61), in Algeria per la fine della guerra di indipendenza (‘62), in Congo per la rivolta dei Simba (’64), in Vietnam nel ’65 e in tanti altri periodi, in Cecoslovacchia per la Primavera di Praga (’68), a Hong Kong per la guerra tra Urss e Cina (‘69), in Cambogia per la guerra civile (‘70), in Irlanda del Nord per i tumulti del ’71 (dopo l’introduzione dell'internamento senza processo), in Thailandia per il colpo di stato di Thanom Kittikachorn (‘71), a Nuova Delhi per la guerra tra India e Pakistan (‘71), in Libano per la spedizione punitiva di aerei e carri armati israeliani (‘72).

Tra un viaggio e l’altro – lui, pacco postale con l’indirizzo sbagliato – ha fatto anche molta cronaca: nell’antologia, la strage di Portella della Ginestra (Palermo, ’47) e la citata alluvione del Polesine (’51), il processo a Pia Bellentani (’52) e la morte di Fausto Coppi (’60).

La prosa, sempre, è quella del cronista di razza. Pochi fronzoli, molte notizie, particolari, testimonianze di prima mano: per fare vivere l’evento al lettore. La prima cosa che colpisce, a rileggere certi pezzi di cinquanta e più anni fa, è l’attualità. Sarebbe, oggi, nell’era di internet, dei social media, dei canali tv all news, il maestro di giornalismo che è stato per mezzo secolo? La risposta è sì, senza esitazione alcuna. Leggere qualche suo pezzo per credere. E ringraziare Franco Contorbia e la Fondazione Corriere della Sera per averci dato questa possibilità.

Reportages 1945-1974

di Egisto Corradi,
a cura di Franco Contorbia

Fondazione Corriere della Sera

544 pagine, euro 16,00

Quella folgorante carriera iniziata in Gazzetta

Egisto Corradi nasce il 22 maggio 1914 a Parma. Fa le prime esperienze da giornalista intorno ai vent’anni: impiegato e studente universitario di giorno e redattore «abusivo» in «Gazzetta» di notte. Nel ’40 parte per la campagna di Grecia come sottotenente di complemento negli alpini della «Julia». Poi la campagna di Russia, alla quale, molti anni più tardi, dedicherà il celebre libro «La ritirata di Russia»: la prima edizione, pubblicata da Longanesi nel ’64, è una rivisitazione di una narrazione in cinque puntate uscita sul «Corriere d’informazione» tra il gennaio e il febbraio del ’63. Dopo il 25 Aprile, torna alla «Gazzetta» e viene nominato redattore capo. Sono giorni convulsi, sia in redazione (la «Gazzetta» ha due direttori: il liberale Tito de Stefano e il socialista Ferdinando Bernini; capocronista è Pietro Bianchi). Non c’è carta per stampare il giornale. Corradi viene incaricato di andare a Bologna per trattare una fornitura con il Pwb, l’ufficio regionale americano. Il capo, il maggiore Noble, gli annuncia l’imminente chiusura della «Gazzetta». «Fu una delle poche volte nella mia vita che persi il lume degli occhi – racconta Corradi stesso in un articolo pubblicato sulla “Gazzetta” nel 1985, in occasione del 250° anniversario della fondazione –. “Guardi qui, questo giornale – cominciai con l’urlare – e lei vuol chiudere dalla sera alla mattina un giornale che ha più di duecent’anni di vita? Ma si rende conto? Chi sono i bolognesi che vorrebbero la morte della Gazzetta?” (…) Ne uscii vittorioso e felice con un buono per carta in bobine per un paio di settimane». In luglio Corradi va a Milano e viene assunto al «Corriere della Sera». Tra il dicembre del ’50 e il febbraio del ’51 segue il rally automobilistico Algeri-Città del Capo e lo racconta ai lettori del «Corriere della Sera» e del «Corriere d’informazione». Rielaborando quelle corrispondenze pubblica «Africa a cronometro» (Garzanti, 1952; ristampato da Corbaccio lo scorso giugno). Comincia a girare il mondo, affermandosi come uno dei più grandi inviati speciali italiani. Nel ’66 pubblica per Vallecchi «L’avvocato». Nel ’74, quando Montanelli lascia il «Corriere», lo segue ed è tra i fondatori del «Giornale nuovo». Continua a fare quello che ha sempre fatto: viaggiare e raccontare i grandi eventi, con una passione e un’umiltà che sono di esempio per tutti quelli del mestiere. Nell’81 esce «Dalle zone calde» (Società Europea di Edizioni), destinato agli abbonati del “Giornale nuovo», antologia a cura di Marcello Staglieno di sue corrispondenze dall’estero. Muore a Milano il 25 maggio 1990.

Così raccontava il mestiere di inviato

«Il mestiere di inviato» è il titolo di un contributo di Egisto Corradi a «Il mondo come meta», a cura di Patrizia De Micheli (Rusconi, 1986). Eccone alcuni stralci.

«Questi giornalisti viaggianti sono gli “inviati speciali”, ossia cronisti ai quali viene affidato il compito di riferire su avvenimenti e fatti accaduti o in corso di accadimento in luoghi che, come distanza, possono andare da pochi passi fuori dalla redazione di un giornale fino agli antipodi (e presto nello spazio). I fatti sui quali riferire possono essere di ogni genere, da un colpo di Stato ad un grande processo, da una guerra ad un matrimonio memorabile, da tutto a tutto, su tutto. La cronaca, questa microstoria, è la materia prima del giornalismo. Anche tutto il resto che c’è su un giornale – o quasi tutto – è giornalismo. Ma la cronaca, ossia il fatto, ne è la vera essenza […]».

«E’ un mestiere incredibilmente faticoso, sia per l’intelletto che per il corpo. Richiede, oltre ad una buona conoscenza del mestiere, oltre ad una altissima versatilità ed una più che notevole velocità di percezione e di scrittura, doti insospettabili come quella di digerire qualsiasi cibo, di saltare pasti e sonni di seguito, di avere sempre la mente lucida. […] Un’altra dote che questo mestiere di inviato richiede – ma questa non fisica ma di carattere e di indole – è la curiosità. Questa deve essere innata, di intensità alta e costante e mai non dico scomparire, ma nemmeno appannarsi. Il cronista, ossia l’inviato, che non sia ferocemente carico di curiosità non è un cronista […]».

«Tanti inviati, tanti modi di esserlo. Ognuno ha la sua piega, le sue vocazioni, le sue debolezze, le sue forze, le sue specialità nella specialità, le sue stranezze, anzi stramberie. Ma in tutti quanti c’è, inevitabilmente, un pizzico del globe trotter, dell’esploratore, della spia – sì, della spia –, del pacco postale con l’indirizzo sbagliato, del contrabbandiere, del poliziotto, del picaresco, del teatrante alla Tespi, del turista. Perfino del turista, sì; una enorme differenza passa tra il viaggiare per diporto e il viaggiare per lavoro. Un genere di lavoro, poi, che quasi sempre arriva a mettere chi lo svolge in stato di esaltazione, di ossessione ed anche di incubo. Un mestiere “cuore-in-gola”, quello dell’inviato».

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