Fidenza

Michela, a Bruxelles in questi giorni drammatici

Michela, a Bruxelles in questi giorni drammatici
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La testimonianza di Michela Beretta, in questi giorni a Bruxelles

A Bruxelles, dove ritorna regolarmente per lavoro, si trova la giovane fidentina Michela Beretta, che sta vivendo l’atmosfera drammatica di questi giorni. Michela è attualmente responsabile delle relazioni internazionali di un organo regolatore spagnolo in ambito sanitario con sede a Madrid.

E' stata project manager di una Ong con base tanto a Roma come a Bruxelles che si occupa di diritti civili e di cittadinanza europea, cooperazione internazionale e sviluppo sostenibile, e precedentemente ha lavorato alla Commissione europea presso il Direttorato generale della Salute.

«Sono tornata nella mia Bruxelles, quella che è stata e tuttora rappresenta il cuore del “mio sogno europeo” tanto in qualità di professionista come di cittadina europea per la multiculturalità e il livello di “open-mind” che solo qui si può trovare. In questa Bruxelles sono ritornata come regolarmente faccio da un anno a questa parte, in questi giorni, in cui da un momento all’altro l’allerta terrorismo è diventata al massimo livello 4, dove la paura e lo sconcerto si sono impossessati di ogni cittadino, turista, piazza, museo, centro commerciale e piccolo commercio di periferia. Non sprezzante del pericolo e senza coscienza, ma con volontà e determinazione di seguire il corso della vita “normale”, nonostante tutto, ho deciso di non cedere al terrore e alla paura e di andare comunque per lavoro e a trovare le persone care. Sono arrivata venerdì e nonostante lo stato di allerta fosse già alto, la città era viva».

La presenza dei militari in questi giorni è aumentata notevolmente ma sabato mattina è cambiato qualcosa.

«In un piccolo caffè di Petit Sablon - racconta Michela - eravamo in una ventina e in sottofondo non si sentivano né le risate dei bambini né le tante persone che tranquillamente conversano in tutte le lingue possibili. No. Si sentiva solo la radio che aggiornava minuto per minuto sull’allerta, le conversazioni erano a voce bassa e tremante e le tematiche non come di consueto eterogenee anche se lo erano le lingue in cui si sviluppavano. ”Hai sentito, stanno cercando quello che è scappato... è qui a Bruxelles... hanno detto che si preparano 10 attentati in 10 luoghi diversi, qui in città, hanno intercettazioni che prevedono attacchi chimici...”. Poco a poco si moltiplicavano le sirene tanto lontane come vicine. Dal vetro al lato del piccolo tavolino dove sorseggiavo il caffè vedevo sempre di più come i passanti si dimezzavano, il numero di militari con fucili spianati si incrementava, gli elicotteri si sentivano sorvolando il cielo cupo che ci sovrastava e persino l’arrivo della neve aveva acquisito un che di macabro».

E accanto ai blindati è spuntato anche l’albero di Natale. «Il clima diventava ogni minuto sempre più pesante e insostenibile e il piccolo bar si svuotava rapidamente, costretti ad andare a casa. I turisti trincerati nelle entrate degli hotel con gruppi di militari davanti, un’atmosfera surreale, la paura entrava minuto dopo minuto nelle ossa delle persone, dieci volte di più del freddo e la cosa peggiore è che non esisteva un luogo realmente sicuro. E se nell’appartamento a fianco al mio si nascondono dei terroristi? Siamo sicuri che la sicurezza sia stare a casa? Forse oggi sì, ma domani?».

«Ma non dobbiamo permettere, soprattutto noi giovani europei - ha concluso Michela - che tutto quello per cui hanno lottato tanto i nostri predecessori tra cui la libera circolazione nell’Ue, il sentimento di “cittadinanza europea” e la speranza di un futuro più florido e di integrazione per tutti, sia minato in modo irreparabile».

E il pensiero di Michela è corso a Valeria, la giovane italiana uccisa al Bataclan: la sua stessa età, il suo stesso percorso. S. L.

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