CYBERBULLISMO

Il preside risponde alle critiche

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Nessuna punizione esemplare per i due studenti. Si perderebbe di vista il fine educativo». Tira dritto Pier Paolo Eramo, il dirigente dell’istituto comprensivo Jacopo Sanvitale Fra’ Salimbene, dopo il terremoto mediatico suscitato dai messaggi crudeli di due dodicenni. E risponde alle critiche di un genitore. Intanto anche il neuropsichiatra infantile lancia un allarme.

Chiara Pozzati

Conversazione choc su WhatsApp: «Nessuna punizione esemplare per i due studenti. Si perderebbe di vista il fine educativo e comunque non servirebbe a nulla». Tira dritto Pier Paolo Eramo, il dirigente dell’istituto comprensivo Jacopo Sanvitale Fra’ Salimbene, dopo il terremoto mediatico suscitato dai messaggi crudeli che solo due dodicenni riescono a scambiarsi con tanta leggerezza. «Fin dall’inizio ho chiarito il mio intento: volevamo dare un segnale forte e chiamare alla riflessione tutti su un problema che dobbiamo affrontare come scuola, come famiglie e come società».

Ecco perché secondo il preside «non è con una nota di demerito o con una sospensione pesante che si risolve la situazione». Dopo il dibattito scatenato dall’episodio, Eramo mette i puntini sulle “i”: «Ciò che è fondamentale è far comprendere ai ragazzi la gravità del fatto e il peso delle parole, senza però umiliarli o schiacciarli sotto il peso dei riflettori. Abbiamo anche il dovere di proteggere i diretti interessati – con cui comunque è stato fatto un percorso con famiglie e docenti - ecco perché abbiamo cercato di girare in chiave positiva la vicenda. Ai due studenti è stato detto che il loro sbaglio è servito a loro in primis, per capire la gravità della situazione, ma anche agli altri. Piccoli e grandi chiamati a riflettere su tema importante».

IL PRESIDE RISPONDE A UN GENITORE

«Il suo intervento è buono per la polemica, ma non per la soluzione dei problemi. Lasciare la tecnologia fuori dalla scuola? Anacronistico e inefficace». Firmato Pier Paolo Eramo. E’ arrivata fulminea, dopo aver ascoltato ragioni e sopportato pressioni, la risposta del preside della Fra’ Salimbene-Jacopo Sanvitale a Nicola Bussoni. Quest’ultimo, padre di uno degli alunni, aveva criticato «la tolleranza bonaria dell’istituto». Così non si placa la discussione sul caso sollevato dal dirigente che, nei giorni scorsi, ha pubblicato sul sito della scuola media una conversazione su Whatsapp tra ragazzini 12enni, con insulti e ingiurie pesanti. Una replica secca: «Se i suoi dubbi sull’uso delle tecnologie sono così forti, potevamo parlarne un po’ prima in maniera costruttiva. Se si tratta invece di una posizione perentoria e dogmatica, la città di Parma offre altre scuole medie da frequentare, forse più adatte alle sue idee. Nessuno l’avrebbe trattenuta» . E chiarisce che non si presterà a un botta e risposta snervante: «Preferisco parlare dal vivo». Il preside – che ha incassato l’approvazione di tanti – rispedisce al mittente le accuse. A cominciare dall’episodio citato dal signor Bussoni che puntava il dito contro la mancanza di provvedimenti da parte dell’istituto, dopo il presunto furto di alcuni medicinali essenziali, avvenuto in classe, ai danni di un bambino. «La prossima volta, prima di affrontare tematiche così delicate, si informi sul lavoro fatto dalla scuola. Eviterà così l’imbarazzo in cui ha messo la famiglia dell’interessato e gli insegnanti (e magari una denuncia per diffamazione - che non farò solo perché non ho tempo da perdere)» risponde Eramo. E torna sull’educazione all’uso della tecnologia: «Ho sempre dichiarato che non siamo fanatici di nessuna religione, tantomeno quella tecnologica, ma crediamo necessario tenere gli occhi aperti sul mondo che ci circonda e utilizzare le vaste potenzialità didattiche che le tecnologie offrono, con laicità e pensiero critico. Non confonda tuttavia le capacità “tecniche” di smanettare su un device (che sicuramente i ragazzi hanno) dalle competenze digitali, che invece non hanno per nulla. Il mio appello tocca un tema reale, che non nasce certo dalla scuola». Ch.Po.

I CONSIGLI DI FRANCESCO PISANI, NEUROPSICHIATRA INFANTILE

La costante espansione della tecnologia sta sempre più modificando il modo, soprattutto dei giovani, di interagire e relazionarsi tra loro e con il resto della società. Il fenomeno del bullismo non ne è escluso e anzi, la sua evoluzione risulta ben più rapida ed a portata di clic. Con la diffusione sempre maggiore dei social media, qualsiasi persona, grazie alla mancanza di contatto visivo e fisico, può sentirsi a proprio agio nell’insultare ed umiliare qualcuno che non è rappresentato da altro se non da una immagine profilo, e che forse non incontrerà mai direttamente. Attraverso il telefonino, ci si può avvicinare o allontanare dagli altri: ci si può mantenere vicini e presenti costantemente alle persone a cui si è legati affettivamente, contenendo l’ansia da separazione e la distanza; allo stesso tempo, tuttavia, ci si può proteggere dai rischi dell’impatto emotivo diretto, trovando una risposta alle proprie insicurezze relazionali, alla paura del rifiuto ed ai sentimenti di insicurezza che possono derivare dal contatto diretto con l’altro. I social media rappresentano in questo caso un mezzo non solo per vivere, ma anche e soprattutto per dominare la realtà, con le innumerevoli possibilità tecniche in grado di regalare l’idea di poter essere presente e capace di “fermare il tempo” con una o più immagini, un’illusione di potere che può essere spinta fino alla sensazione estrema di onnipotenza. Il cyberbullismo quindi comporta da un lato la quasi completa mancanza di violenza fisica, ma dall’altro la completa libertà nel denigrare e perpetuare una violenza psicologica a livello ben più alto rispetto ai periodi precedenti. Alcune delle cause principali del fenomeno in questione sono la disinformazione genitoriale e la mancanza di restrizioni a giovani e giovanissimi in campo tecnologico. Ciò non vuol dire che i genitori debbano negare completamente ogni forma di contatto sociale via Internet, si intenda, ma sono necessari l’insegnare a saper evitare le aree della rete peggio frequentate e l’informare e instillare preconcetti e conoscenza nell’utilizzo dei social network. I genitori invece, sempre più spesso sono sostenitori del precoce possesso del telefonino da parte dei propri figli, poiché in modo ambivalente con questo strumento trovano una risposta al proprio bisogno di restare costantemente presenti nella vita dei propri figli, esercitando un costante “telecontrollo” della posizione del proprio ragazzo, senza però fornire un degno livello di informazioni necessarie a districarsi nella vasta rete del Web. La vicinanza genitoriale è imprescindibile in ogni fase della crescita e non ne è esclusa la formazione del carattere del bambino e della consapevolezza di sé e degli altri, anche nel caso dei social network. I genitori anche in questo contesto debbono essere sempre presenti e vigilare, quando un figlio si allontana sempre più precocemente dalla tavola per rifugiarsi nella sua camera immergendosi nel mondo “della rete”, il genitore ha l’obbligo di controllare perché questo è già un segno di allarme di dipendenza dal mezzo, porta di ingresso di potenziali minacce alla sua affettività ancora immatura. Ben venga l’appello del preside che dice “dove sono gli adulti” che io sottoscrivo pienamente dalla mia prospettiva di neuropsichiatra infantile.

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  • Gianni Cesari

    04 Dicembre @ 15.29

    giannicesari

    Sono molto vecchi i cellulari nella foto, li usavano i centurioni per tenersi in contatto nella legione. Ma è davvero una foto o un dagherròtipo?

    Rispondi

  • Michele E

    04 Dicembre @ 09.40

    Potete aggiornare la foto dei "cellulari"? i "danni" che si potevano fare con quelli sono roba da poppanti rispetto agli attuali!

    Rispondi

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