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«Anni di botte: così ne sono uscita»

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«Il mio aguzzino era italiano, incensurato, rispettabile. Anch'io me la sono cercata?».

Una giovane donna parmigiana racconta il suo inferno domestico, spiega le ragioni del silenzio che troppo spesso impedisce alle vittime di ribellarsi e chiedere aiuto. Com'è successo ad Alessia Della Pia.

Monica è riuscita a scrivere un altro finale e adesso dice alle donne: «Una via d'uscita c'è».

Laura Frugoni

«Quante donne ci sono intorno a noi che vengono massacrate di botte e i loro aguzzini non sono uomini stranieri ma italianissimi, rispettati e rispettabili agli occhi del mondo? Io sono una di quelle donne. Anch'io me la sono cercata?»

I lividi di Monica (il nome è l'unica cosa che inventiamo) sono spariti da tempo. Lei s'è salvata: un giorno è riuscita a fare quello per settimane, mesi, anni le era sembrato sovrumano. Chiudersi una porta alle spalle, spezzare il giogo della violenza, riemergere dalla spirale dei ricatti. Respirare, pensare. Denunciare.

Monica è riuscita a scrivere un finale diverso da quello - atroce - di Alessia Della Pia. Ma anche l'atrocità ormai è diventata un'abitudine: diversi solo i nomi delle donne, le città, i titoli sui giornali.

Monica non è più la stessa donna che subìva: ma quella paura, quel silenzio e quella solitudine li ha respirati a lungo e nel momento in cui il dibattito si aggroviglia (quel «se l'è cercata» postato dall'ormai ex consigliera Lau ha sollevato una gran polvere, sui social il dibattito non si spegne, non mancano i dubbi e nemmeno i consensi) vale la pena di ascoltare una come Monica, che quei lividi da qualche parte ce li ha ancora.

Partiamo dall'identikit dell'ex marito violento. «Italiano, fedina penale immacolata. Lavoratore. Una brava persona all'apparenza. Un insospettabile, si potrebbe definire. Una persona tanto brava a mentire da far credere di essere lui la vittima della situazione. Quando mi picchiava ero io la matta, quella che aveva dei grossi problemi».

Per quanto tempo è andata avanti così? «Due anni, finché sono finita all'ospedale con un referto di sessanta giorni».

Due anni di silenzio sono lunghi. Cos'è che impedisce di dire basta? «La paura. Se la prima volta che ho preso uno schiaffo da mio marito fossi andata a denunciarlo, poi l'avrebbero chiamato a dire la sua. Alla sera sarebbe tornato a casa. E tu metti ancora più in pericolo la tua vita».

Quanto conta la pressione psicologica in questa mancanza di reazione? «Molto. Perché lui prima ti picchia e poi ti minaccia. Questi uomini sono bravi - prima - a diventare i tuoi confidenti: tu gli racconti la tua vita e questo si rivelerà un'arma a doppio taglio. Loro conoscono le tue fragilità, i tuoi “segreti”, e sono pronti a usarli contro di te. “ti faccio portare via tuo figlio, dimostrerò che tu sei matta”».

C'è chi dice che pesi anche il senso di colpa: se mi picchia è perché me lo merito. «C'è una fase psicologica in cui credi che se sta succedendo a te è perché meriti di essere umiliata. E' colpa tua».

Proprio nessuno sapeva? «Mi sono confidata con la mia migliore amica. Lei da una parte s'arrabbiava con me: “tira fuori gli attributi” e dall'altra vedeva come stavo, era comprensiva. Un giorno la chiamai: “non respiro più”, avevo due costole fratturate. Lei voleva a tutti i costi portarmi al pronto soccorso, non ne volevo sapere: “poi arrivano gli assistenti sociali, mi portano via il bambino”».

All'ospedale alla fine ci è andata? «Sì, ho dichiarato che ero caduta dalla bici». Com'è arrivata la forza di ribellarsi? «Me l'ha data mio figlio. Ricordo la sera in cui il mio ex mi prendeva a calci, mi tirava i capelli. Con un pugno mi ha “smandibolata”, non sentivo nemmeno più dolore. Ho sentito la voce di mio figlio: “ti prego, non uccidere la mia mamma”. In quel momento ho capito che non meritava di vivere tutto questo, e doveva avere una mamma con il coraggio di ribellarsi».

Cosa si prova per un uomo che ti attacca al muro quando vuole? «Alla fine schifo, ribrezzo ma è un percorso lungo. La cosa più difficile è prendere coscienza della reale persona che è e trovare il modo di liberartene, tutelando te stessa e i tuoi figli».

Cosa pensi di Alessia e di tutte le donne che non ce la fanno? «Quando ho saputo del dramma di Alessia ho pensato che ero fortunata, al suo posto avrei potuto esserci io. Alle donne dico di rivolgersi ai centri antiviolenza, dove ci sono persone che riescono a farti capire che non meriti di subire tutto questo, disponibili a darti sostegno e a tutelarti. Anche alla squadra mobile ho trovato ispettori che sono stati degli angeli, mi hanno dato un gran senso di protezione. Certo, ci sono ancora tante difficoltà ma non dipendono da loro. E un'altra cosa vorrei dire. Non bisognerebbe arrivare a questi limiti. Le donne devono avere la tutela di cui hanno bisogno, altrimenti non denunceranno mai. Ma alle donne dico: andate avanti, una via d'uscita c'è».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Bastet

    15 Dicembre @ 11.30

    No Vercinge! ci sono uomini violenti ,punto e basta! e la donna non ha colpa! smettiamola per favore! fausto: per cortesia! eh,si!tanti uomini vengono picchiati e massacrati di botte,dalle loro signore,eh???? un'infinità!

    Rispondi

    • Vercingetorige

      15 Dicembre @ 12.08

      NO "BASTET" ! I maschi sotto "stress" sono più inclini alla violenza per ragioni di prevalenza fisica , ma ha mai provato a chiedere ad un uomo che picchia la moglie PERCHE' lo fa ? Se lei crede sia solo per sadismo , si sbaglia ! Potrà scoprire che ci sono un' infinità di donne che spingono il compagno all' esasperazione per il modo in cui trattano lui , i figli e la casa. Donne che , due schiaffoni , se li meritano a pieno titolo , anche se la violenza sarebbe comunque sempre da bandire ! Se , al "Centro Antiviolenza" , vogliono fare i processi , bisogna che imparino ad ascoltare anche le ragioni dell' imputato e della sua difesa , altrimenti fanno solo istigazione a sfasciare famiglie , con le conseguenze che si vedono.

      Rispondi

  • sabcarrera

    14 Dicembre @ 20.02

    In due casi di omicidio a Parma recentemente erano stranierissimi.

    Rispondi

  • Vercingetorige

    14 Dicembre @ 19.28

    NO "FAUSTO" ! LA RAGIONE ED IL TORTO NON STANNO MAI DA UNA PARTE SOLA ! Le botte sono spesso la manifestazione di un disagio profondo la cui responsabilità non è sempre e soltanto dell' uomo . Io ho visto uomini assolutamente miti lasciarsi scappare due schiaffoni dopo essere stati spinti all' esasperazione dalla moglie . Secondo me , il "Centro Antiviolenza" , quando riceve la segnalazione di una donna , dovrebbe invitare suo marito ( o compagno che sia) a dare spiegazione del suo comportamento , e si potrebbe così scoprire che , in molti casi , se uno ha torto , l' altra non sempre ha ragione , Si potrebbe scoprire che la violenza trova radici in un' altra situazione di disagio . In un mio messaggio qui sotto , ho fatto l' esempio di una famiglia , che ho seguito personalmente , in cui il problema di fondo non erano tanto e soltanto le botte alla moglie , ma, principalmente , l' alcoolismo del marito. Era l' alcoolismo che andava curato , prima dell' occhio nero della moglie. Cacciare l' uomo dalla famiglia avrebbe solo aggravato la situazione . Sfasciare la famiglia avrebbe forse avuto conseguenze più gravi delle botte. Avrebbe potuto anche essere l' inizio di uno "stalking" . Questo se vogliamo ragionare a ragion veduta , poi , se vogliamo canzonare "l' utero è mio e ne faccio quel che voglio" non approderemo mai a niente , o approderemo alla situazione in cui, in fatti , ci troviamo . SIA BEN CHIARO , COMUNQUE, CHE IO NON VOGLIO ASSOLUTAMENTE GIUSTIFICARE LA VIOLENZA , CHE VA CONDANNATA SEMPRE TUTTA , ma intendo solo dire che chi , in buona fede , vuole combatterla efficacemente , deve cercarne le radici e su di esse intervenire.

    Rispondi

    • Fausto

      14 Dicembre @ 19.53

      davo talmente per scontato che lo stesso discorso valga a ruoli invertiti che non ho neanche preso in considerazione il caso in cui la violenza sia di una donna su un uomo, detto diversamente credo che senza polemica possiamo tutti essere concordi che il termine violenza è assoluto e non declinabile al maschile o al femminile e che è lo stesso indipendentemente da tutte le traduzioni letterali (non approfondisco la metafora, poichè sono convinto che è autoesplicativa). Poi io continuo a rimanere della mia opinione e spero che mia moglie e le mie due figlie (e a questo punto per non fare confusione aggiungo anche mio figlio) queste cose non le tollerino neanche un minuto (non per modo di dire ma in senso stretto). io credo che alla prima violenza (anche di un solo minuto, appunto) deve partire da ogni donna e da ogni uomo una ribellione assoluta e totale, senza se e senza ma. Ogni altra considerazione non può che avere come prerequisito la NON violenza, a qualsiasi costo e senza dubbi!

      Rispondi

      • Vercingetorige

        15 Dicembre @ 12.25

        ANCORA NO ! "Alla prima violenza ( anche solo di un minuto) deve partire da ogni donna e da ogni uomo" un onesto , approfondito e sincero esame di coscienza che possa portare a comprendere perchè un uomo e una donna , tra i quali doveva pur esserci un' intesa , visto che si sono messi insieme ed hanno fatto figli , possano essere arrivati a questo punto , e , questa risposta , non la danno i Carabinieri . Poi , se un rapporto è finito , è finito , con le botte , senza le botte e senza i Carabinieri ! A cosa serve ricorrere ai Carabinieri lo vediamo tutti i giorni, ma , quelle del "femminicidio" e dell' "utero è mio e ne faccio quel che mi pare" sembra non lo capiscano.

        Rispondi

  • Fausto

    14 Dicembre @ 18.11

    Credo che dire una cosa come ha detto quella donna ( si, sembra incredibile che anche lei sia una donna) sulla nostra concittadina massacrata dal compagno, sia scontato tirarsi addosso gli strali di tutti. Naturalmente anche i miei e mi sembra fin offensivo doverlo precisare. Credo (prima di insultarmi, per cortesia finite di leggere) però che un briciolo di suggerimento positivo lo possiamo comunque trarre e cioè che queste cose non dobbiamo tollerarle neanche un minuto (non per modo di dire ma in senso stretto). io credo che alla prima violenza (anche di un solo minuto, appunto) deve partire da ogni donna una ribellione assoluta e totale, senza se e senza ma. Credere che uno cambi è farsi (e subire) del male. La mia visione è che il DNA di una persona non si cambia, quindi il DNA di un violento non cambia. Dire poi che chi invece (sbagliando) ha tollerato le violenze sia da insultare è una bestialità che non sta ne in cielo ne in terra, forse bastava dire che ci vuole tolleranza zero. provo a metterlo in evidenza, sperando che tutte le donne, a partire da mia moglie e dalle mie 2 figlie lo leggano e ne facciano tesoro: TOLLERANZA ZERO, NON ACCETTATE LA VIOLENZA NEANCHE PER UN MINUTO, QUALSIASI SCELTA PER QUANTO DOLOROSA, SARà MENO DOLOROSA DELLA TOLLERANZA!

    Rispondi

    • Vercingetorige

      14 Dicembre @ 19.32

      SCUSI FAUSTO , su "quel che ha detto quella donna" , se lei intende gli spropositi della consigliera "grillina" di Civitavecchia , non mi pare valga la pena di commentare. Per il resto le rispondo a parte .

      Rispondi

  • filippo

    14 Dicembre @ 17.34

    classica intervista usata per mischiare capre e cavoli....contano le statistiche, non il singolo caso e con i tunisini le botte volano quasi sempre...poi quando si tratta di spacciatori, figuriamoci

    Rispondi

    • 14 Dicembre @ 17.42

      REDAZIONE GAZZETTADIPARMA.IT - Classico commento che invece era meglio fare dell'altro... Mentre tu ed altri vedete le notizie solo se servono a portare avanti un po' di xenofobia, noi facciamo i cronisti e raccontiamo situazioni che contengano spunti utili a tutte le donne che ne vivono di simili, indipendentemente dal passaporto del violento. La seconda parte del commento te l'ho tolta perchè era razzista, l'altra dovevi toglierla già tu da solo.

      Rispondi

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