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Ferrari: "Vi racconto la favola del Parma 1913"

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Il vice presidente del Parma tranquillizza i tifosi: Non vogliamo restare nelle serie minori e l'anno prossimo...

Paolo Emilio Pacciani

La carica che ricopre a livello statutario è quella di vice presidente, ma Marco Ferrari del progetto Parma Calcio 1913 è stato a tutti gli effetti il promotore prima e l'artefice poi. Persona poco amante dei riflettori, a Ferrari piace lavorare dietro le quinte, preferendo la sostanza all'apparenza, e in questi mesi, pur partecipando alle conferenze stampa e agli incontri con i tifosi, non ha mai rilasciato interviste. Lo fa ora, a conclusione di un 2015 del tutto eccezionale per il calcio parmigiano, per tracciare un bilancio di questo girone di andata e lanciare un messaggio per il futuro. Sia quello immediato che quello a più lungo termine. Un invito ai tifosi crociati a guardare con serenità al futuro della propria squadra ma tenendo i piedi per terra. E il cui senso si può sintentizzare così: la nuova società ha spalle sufficientemente larghe, e una struttura sufficientemente solida, per riportare il Parma laddove la vecchia gestione lo aveva lasciato. Ma i tempi faraonici dell'era Tanzi con gli ingaggi del Pallone d'Oro in carica e degli altri top player mondiali non torneranno più perché quella è stata una parentesi eccezionale nella storia del Parma calcio.

Possiamo dire che il girone di andata, viste le premesse, è andato oltre ogni più rosea aspettativa?
«Possiamo dire che è andato come speravamo potesse andare. E' innegabile che la nostra ambizione era dall'inizio di vincere il campionato, ma non pensavamo di poter avere sette punti di vantaggio già alla fine del girone di andata. Questa è stata una sorpresa».

Anche perché avete cominciato a fare la squadra quando le altre si stavano già allenando da un pezzo...
«Sì. In questo dobbiamo dare atto a Nevio Scala di aver fatto un ottimo lavoro. Ha scelto molto in fretta i suoi uomini: Minotti, Apolloni, Galassi e Pizzi. Loro sono stati bravissimi a loro volta. Minotti e Galassi sono stati straordinari ad assembleare questa rosa in pochi giorni sia a livello di under che di over. Non era affatto scontato».

Una rosa ora più che mai sotto pressione: 5 attaccanti infortunati su 5 è una situazione difficile da prevedere...
«Vero. Ma la brutta prestazione di domenica non è dipesa da questo. Piuttosto da un approccio mentale diverso dal solito per colpa nostra. Abbiamo fatto una settimana intensa nella quale ogni giorno ci sono stati impegni extra calcistici: istituzionali, benefici o semplicemente di festa. Però forse è meglio fare uno o due punti in meno ma avere una squadra vicina al suo territorio piuttosto che avere una squadra isolata in una campana di vetro. E' chiaro che deve restare una cosa a se stante ma paradossalmente la partita di domenica ci può fare anche bene. Già durante il defatigante Lucarelli ha urlato ai suoi compagni che questo pareggio deve servire da lezione ed è vero. Alla fine l'abbiamo anche sfangata, perché perdere sarebbe stato molto brutto prima delle vacanze e non ci sono stati danni irreparabili. Ma ci servirà per affrontare il girone di ritorno con la giusta attenzione».

Facciamo un passo indietro. Un anno fa finiva la gestione Ghirardi e non possiamo prescindere da un suo giudizio su quanto accaduto.
«Quello che è successo è la punta di un iceberg della situazione del calcio italiano, dove spesso ci sono proprietà finanziariamente non solide, con spalle non sufficientemente larghe per affrontare gli imprevisti che possono sempre capitare. A questo si unisce l'incompetenza di gestione industriale da parte dei manager e la dipendenza da altre società, attraverso il sistema delle plusvalenze, per stare in piedi. Quello che noi a Parma vogliamo fare è esattamente l'opposto: una proprietà finanziariamente forte, che non vuol dire buttare via soldi, ma in grado di affrontare gli eventuali imprevisti con la forza per poterli superare; manager competenti; reale indipendenza della società per non dover dipendere dal mercato degli altri per sopravvivere. Inoltre il nostro sistema di governance ha in sé gli anticorpi per evitare la deriva dell' “uomo solo al comando”. Se non hai un solo soggetto coinvolto la società è molto più stabile e di conseguenza più duratura nel tempo».

Lei ha parlato di incompetenza da parte dei manager. Non crede che nel caso del Parma oltre all'incompetenza ci sia stato anche qualcos'altro che toccherà eventualmente alla magistratura stabilire?
«Siamo tutti in attesa del lavoro della magistratura e l'auspicio è che venga fatta totale chiarezza su tutto quanto è successo. Ci vorrà del tempo ma alla fine la città dovrà avere delle risposte».

Dopo il fallimento di Parma Fc nasce Parma Calcio 1913. Come ha fatto a mettere insieme personaggi del calibro di Guido Barilla e Paolo Pizzarotti, per non parlare di tutti gli altri imprenditori coinvolti?
«A dire la verità il mio ruolo è stato sopravvalutato...».

Però chi ha alzato il telefono e ha detto “proviamo a fare una cosa del genere” è stato lei. Vero o falso?
«Vero. Perché sono la persona che ha più a cuore il tema, visto che per me il Parma la passione più grande sin da quando ero bambino. Credo che Parma si sia resa conto che il calcio è la più importante delle cose non importanti e che pesa tanto da un punto di vista di immagine della città anche all'estero. Ai tempi di Manenti hanno scritto di noi tutti i giornali dall'Asia agli Stati Uniti e l'immagine di Parma che ne è uscita è un'immagine nella quale i parmigiani non si riconoscono. Noi non siamo migliori di nessuno ma ma non potevamo accettare passivamente tutto questo. E' stato quindi un sentimento comune, quello degli imprenditori più rappresentativi della città, nel rispondere «perché no?» invece di «perchè?» a una richiesta di coinvolgimento. Capendo che la rinascita del calcio può far parte di una rinascita della città che è nell'aria. Parma ha voglia di reagire ad anni in cui non ha dato grande prova di sè. Sono contento perché siamo riusciti a convogliare tutte le forze su un progetto unico. C'è un azionista solido e una parte di azionariato diffuso magari meno importante da un punto di vista economico ma essenziale da un punto di vista di appartenenza».

Che ruolo ha Scala in tutto questo?
«Fondamentale. Non tanto come il ricordo di un tempo che fu, quanto perché è una persona stimata da tutti che è una garanzia. Inoltre Nevio conosce gli uomini e sa puntare sulle persone per bene. Quello che ci ha sorpreso positivamente è la reazione della città al nostro progetto».

I diecimila abbonati?
«Sì, ma non solo. Diecimila è un numero ogni oltre aspettativa, ma quello che mi ha sorpreso è che poi questi diecimila allo stadio ci sono venuti davvero. Parma sta prendendo la bellissima abitudine di venire la domenica al Tardini non solo per lo spettacolo tecnico, che in questa categoria è quello che è, ma per testimoniare un senso di appartenenza».

Ora si apre una nuova fase ed è inevitabile guardare avanti.
«Faccio una premessa che non è scaramanzia: la partita con la Sammaurese ci ha insegnato che non bisogna dare per scontato di aver già vinto il campionato. Se tutto l'ambiente comincia ad essere proiettato sul futuro si rischiano brutte sorprese. E' fondamentale restare sul pezzo su questo campionato. Quando ho visto uno come Lucarelli, che fino all'altro ieri faceva a sportellate con Pogba e Tevez, giocare con la stessa intensità un'amichevole estiva con la Langhiranese ho capito che eravamo partiti bene, ma se non si tiene questa concentrazione si rischiano passi falsi. Poi è ovvio che il futuro lo devi programmare. Minotti e Galassi sono costantemente al lavoro sui prospetti».

Come vede il futuro?
«Innanzitutto non ci sentirete mai pronunciare promesse tipo: torneremo in serie A in quattro anni. Per noi queste sono parole scritte sulla sabbia, simili a promesse da campagna elettorale. Noi promettiamo solo lavoro, serietà e coerenza con i principi dai quali siamo partiti: fare un calcio molto differente rispetto agli esempi negativi di cui abbiamo parlato. Al tempo stesso voglio tranquillizzare i tifosi: non abbiamo obiettivi “penitenziali”. L’obiettivo di questo progetto non è quello di tenere il Parma nelle serie minori. Non dobbiamo avere paura di riconoscere che Parma per storia sportiva, pubblico e potenzialità del territorio è una città di serie A ed è lì che dobbiamo ambire a ritornare. Bisogna però fare un passo alla volta e i primi sono i più difficili. La serie D, ma soprattutto la Lega Pro, sono campionati nei quali non puoi ottenere un equilibrio economico. I costi sono alti e i ricavi sono simbolici. Quindi in Lega Pro conviene starci il meno possibile. Poi, dalla serie B, inizia un'altra fase perché entrano in gioco i diritti televisivi. Ma se oggi ci concentrassimo su cosa fare una volta in serie B, perdiamo di vista il presente. Innanzitutto c'è da vincere questo campionato e poi da allestire una squadra competitiva per la Lega Pro».

Per salire subito in B?
«Per giocarcela contro qualunque avversaria e cercare di vincere. In Lega Pro bisogna investire in modo corretto. Non bisogna compare il nome ma il giocatore giusto per la squadra. Se avremo la capacità di costruire un gruppo sano nel quale innestare ogni anno gli elementi giusti potremo toglierci grandi soddisfazioni».

C'è un modello a cui ispirarsi?
«Sì, l’ultimo Parma di Ceresini quando in società entrò la Parmalat. La Parmalat non buttò grandi capitali subito, ma diede la serenità necessaria per non essere costretti a fare la cessione immediata del talento. Sto parlando dei primi anni Novanta. Il primo Parma di Scala, che ha ottenuto la promozione e stupito l’Italia con i Melli, Osio, Zoratto, Cuoghi, Grun e compagnia. Poi quello che è successo dopo, con il Parma che strappava i grandi campioni a peso d'oro alle altre società europee, il Parma che comprava il Pallone d'Oro, quello onestamente è un Parma che non tornerà mai più. E' stata una parentesi eccezionale. Dobbiamo ambire a tornare dove ci compete attraverso il lavoro, la programmazione e gli uomini giusti, ma non abbiamo nulla a che vedere con una società che compra lo Stoichkov di turno».

Primo passo da fare in questa direzione?
«Ricostruire il settore giovanile. Lo sviluppo deve necessariamente passare da un vivavio che crei talenti che possano arrivare a giocare in serie A o B. C'è un lavoro enorme da fare, di cui i frutti si potranno vedere soltanto negli anni. Purtroppo abbiamo perso quasi tutti i “grandi”, era inevitabile. Pizzi e Manzani sono stati bravissimi a farci ripartire subito, ma c’è tantissimo lavoro da fare per tornare competitivi a livello giovanile. Per noi questa è una priorità».

Cosa si aspetta dal 2016?
«Mi aspetto innanzitutto di recuperare qualche infortunato il prima possibile. E poi, se devo spingermi oltre, in caso di promozione il sogno per il 2016 è quello di tornare a giocare un derby che manca ormai da troppo tempo. Credo che in un calcio sempre più globalizzato ci sia bisogno di tornare alle sfide territoriali. Poche cose trasmettono emozioni come i Parma-Reggiana di un tempo e poterli rivivere con lo stadio pieno di entrambe le tifoserie sarebbe bellissimo. Forse meno bello per loro che sperano di salire in B... Non dipenderà solo da noi, perché dovremo essere promossi e poi essere inseriti nello stesso girone, ma tornare a giocare un derby e magari vincerlo sarebbe un bellissimo regalo per il 2016».

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  • DAVIDE

    23 Dicembre @ 13.14

    Speriamo di verificarlo molto, molto, molto presto, e comunque...........BUON NATALE A TUTTI !!!!

    Rispondi

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