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LA PARMA CHE VORREI

«La mia città deve aprirsi al mondo»

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Francesca Casalini è una 22 parmigiana che si è laureata a Boston e lavora a Roma all'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati. E' lei la protagonista di questa settimana della rubrica «La Parma che vorrei». Una intervista a tutto campo nella quale Francesca dichiara il suo grande amore per Parma ma anche i difetti di una città che spesso pensa di bastare a sè stessa.

Michele Brambilla

Sabato scorso abbiamo cominciato questa serie di interviste, «La Parma che vorrei», con un grande parmigiano, conosciutissimo, di 88 anni: Giorgio Torelli. Il suo racconto è quello di quasi un secolo di storia. La Parma di Zavattini, di Guareschi, di Luca Goldoni, di Baldassarre Molossi. Del fascismo, dei bombardamenti, della ricostruzione. Torelli ha ricordato che la storia di questa città «è una storia di nobiltà», e ha invitato i giovani a esplorare le proprie radici, perché «non si può avere un grande futuro senza conoscere da dove veniamo».

Credo che non ci fosse miglior modo di proseguire questa serie se non quello che abbiamo scelto per la seconda puntata: l'intervista a una ragazza di 22 anni, per il momento non conosciuta ai più (anche se andrebbe sottolineato «per il momento», perché probabilmente di lei sentiremo parlare a lungo). Si chiama Francesca Casalini, si è laureata a Boston e lavora a Roma all'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati. Non vi anticipo il suo carattere e la sua personalità: ve ne accorgerete da soli leggendo le risposte che dà. E vedrete che carattere, e che personalità.

Dico soltanto che leggendo lei dopo aver letto Torelli, non si hanno due Parma diverse, quella del passato e quella del futuro. Francesca è infatti un prodotto della Parma che Torelli ha raccontato, una Parma che deve essere orgogliosa della propria storia; e al tempo stesso, però, questa ragazza è un forte richiamo a guardare avanti, è uno scossone a quella parte di città che resta ferma a rimpiangere i bei tempi andati.

Francesca, cominciamo come se fosse un interrogatorio in questura: fornisca le generalità.

«Sono nata a Parma il primo dicembre 1993».

Figlia di?

«Mio padre, Andrea, è parmigiano. Mia mamma, Simona Torre, è romagnola. Di Forlì».

Dove abitano?

«A Parma».

Che lavoro fanno?

«Sono due manager».

Figlia unica?

«No, ho un fratello più grande e una sorella più piccola».

Scuole?

«Tutte a Parma. Elementari alla don Milani, medie alla don Cavalli, liceo classico Romagnosi».

L'università, però, l'hai voluta fare all'estero.

«Sì, ho scelto così. Non perché non stessi bene dov'ero, ma avevo voglia, curiosità di vedere un altro pezzo di mondo. E poi gli Stati Uniti erano sempre stati un mio sogno, fin da bambina. Così ho scelto la Boston University: volevo un'università di città, non un campus, che sarebbe stato un ambiente chiuso, come una piccola città».

I tuoi come l'hanno presa?

«Nessuna obiezione. Anzi, credo che siano stati loro a trasmettermi l'idea che amare Parma non vuol dire pensare che il mondo si ferma a Parma. Mi hanno sempre incoraggiata a fare cose di rottura, a viaggiare molto. Sono stata iper-supportata nella mia scelta di andare a studiare all'estero».

Facoltà?

«Relazioni internazionali. In Italia avrei fatto legge, per poi specializzarmi proprio in quello. Poi ho studiato anche economia».

Senti Francesca, oggi molti genitori dicono: i nostri figli non sanno neppure che cosa vogliono fare da grandi, non hanno neanche desideri. Tu ce l'avevi, invece, un desiderio preciso?

«Sì, anche prima dell'università. Al liceo i professori mi dicevano: ma quanto parli, tu devi fare l'avvocato. Poi, il quarto anno di liceo l'ho fatto negli Stati Uniti, in Virginia, in un'area non facile, con molti compagni di colore. E da allora mi è venuta voglia di vedere qualcosa d'altro. Così, quell'estate del 2010, prima di tornare a Parma per fare la maturità al Romagnosi, sono andata come volontaria in Etiopia. Mi occupavo di bambini. Posso dirlo? Nel 2010, a Parma, una persona di colore era ancora un'eccezione. E io in Etiopia ho visto tutto un mondo che non ti aspetti. Capisci che piccoli gesti possono cambiare una vita. E che non si può vivere solo per fare profitti. O almeno, a me non interessa vivere solo per fare profitti».

Qualcuno dirà: i soliti idealismi dei giovani.

«Immagino. Ma io volevo fare qualcosa di più grande. Vedere da vicino cambia la percezione di tante cose. I problemi del "primo mondo", se vogliamo chiamarlo così, vengono visti da un'altra prospettiva. In Virginia era stata un'esperienza molto dura. Ero in una famiglia di bianchi, con due figli malati di autismo. I genitori erano militari».

Un po' razzisti?

«No, ma appunto militari, molto rigidi: c'era benessere economico, in quella casa, eppure ho provato più disagio lì che in Etiopia, dove stavo in una famiglia di undici fratelli. Io ero la dodicesima, facevo la doccia una volta alla settimana e avevamo una sola presa del telefono da condividere. Ma lì sono stata felice».

E a Boston?

«Il primo anno stavo in un dormitorio dell'università. Poi in una casa, insieme con un'amica».

E lì hai ancor di più imparato a sbrigartela da sola.

«Sì, anche se questa mia amica, Valeria, pur più giovane di me di un anno, mi ha fatto un po' da mamma per certe cose. Cucina molto bene, e se c'era un rammendo da fare a un vestito, lo faceva lei».

Laurea?

«Nel maggio del 2015, con un anno di anticipo».

Subito a cercare un lavoro?

«Sì e no. Ho voluto restare un po' in America, e a settembre ho trovato un posto a New York in una società di servizi digitali. Non era la mia strada, ma quel lavoro mi serviva per stare un po' a New York. Intanto cercavo in Italia mandando curriculum su Internet. Finché mi hanno presa a Roma, all'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati. Per adesso sono ancora stagista. Ma spero che poi mi tengano».

Quanto hanno "pesato", nel tuo curriculum, gli studi all'estero?

«Credo molto».

Vengo al punto: non pensi di essere una privilegiata, avendo potuto permetterti di fare l'università negli Stati Uniti?

«Sì, sono senz'altro una privilegiata. Ho avuto supporto economico e comprensione dalla mia famiglia. Però ci sono anche tanti che avrebbero le stesse possibilità di andare all'estero a studiare e non ci vanno. E a Boston comunque io ci sono andata da sola, con una valigia e basta. Venivo dal Romagnosi e me la sono dovuta cavare per conto mio, voglio dire anche per le cose più semplici, tipo tenere una casa, fare le pulizie e il bucato, muovermi in una città che non conoscevo eccetera. E prima di partire per Boston, alle sei di mattina partivo da Parma per andare a Milano a fare i test».

Tu sei una di quelle che pensano che bisogna andare a studiare all'estero perché l'Italia è un Paese senza futuro?

«Io non credo che in Italia non ci sia futuro. Sono andata all'estero perché penso che vedere il mondo faccia bene. Ho capito tante cose, e ho visto che c'è da imparare anche dalle altre culture. Ma ho ventidue anni e non voglio dare lezioni di vita a nessuno».

Come ti sembra oggi Parma, dopo aver vissuto in Etiopia, a Boston e a New York? Piccola?

«Sì, mi sembra piccola. Quando ci torno, i primi giorni sono stupendi, poi c'è un po' un rimbalzo... Ma trovo che sia bellissima. Piccola non vuol dire di serie B».

Che Parma vorresti?

«Vorrei una Parma che, nonostante sia piccola, fosse più inclusiva di ciò che è diverso. La parmigianità è una cosa bellissima. E io la sento molto. I miei amici negli Stati Uniti mi prendevano in giro, mi dicevano: tu non dici mai di essere italiana, tu dici di essere parmigiana. È vero, io mi sento molto parmigiana. Però penso che la mia città dovrebbe aprirsi un po' di più al mondo. Vorrei che si parlasse di più anche di tanti altri temi, oltre a quelli su cui siamo già forti».

Pensi che sia una città conservatrice?

«Un po' sì. Lo zoccolo duro dei parmigiani dovrebbe essere un po' più aperto. Viviamo in un mondo in cui definirsi con i vecchi confini non è più possibile. Credo che certi temi vadano sdoganati».

Ma Parma ha prodotto bellezza, piacere e cultura in tutto il mondo. Ha aziende che hanno portato il genio imprenditoriale di Parma in tutti i continenti.

«Sì, c'è una città che ha una grande apertura internazionale. Ma nella vita di tutti i giorni rimaniamo un po' sulle nostre cose di sempre. Come se ci ritenessimo - come posso dire? - autosufficienti. Abbiamo tante cose belle, ma non dobbiamo bastare a noi stessi. Alcuni ragazzi che avevano fatto l'Erasmus con me a Ginevra sono venuti a trovarmi a Parma, e alla fine debbo dire che non si sono sentiti "inclusi". Difficile farli parlare con i miei vecchi amici. Si parla molto di cibo, dei ristoranti buoni e di quelli meno buoni, si va a vedere il Battistero, ma poi si fatica a trovare altri temi di conversazione».

Insomma, tu vorresti una Parma che si aprisse di più?

«Sì. Lo so che è una cosa detta e ridetta. Ma vorrei una Parma che vibrasse di più. Ecco, userei questo verbo: vibrare».

Francesca, che futuro immagini per te? Voglio dire: ti immagini tra qualche anno a Parma, o altrove?

«Per il lavoro che faccio adesso, penso sia difficile vivere a Parma. Ma tra qualche anno, se mettessi su famiglia, non mi dispiacerebbe tornare a Parma. Non lo escluderei, non lo escludo affatto. Qui ho passato gli anni più belli della mia vita».

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  • Berta

    29 Febbraio @ 15.04

    Tra l'altro nel suo profilo di linkdn sostiene di aver fatto volontariato in Etiopia nel 2011 (e non nel 2010) come insegnante in un orfanotrofio, nella vostra intervista invece dichiara che viveva con una famiglia numerosa. Boh? Almeno mettetevi d'accordo prima di mettere nero su bianco, no?

    Rispondi

    • 29 Febbraio @ 15.45

      REDAZIONE - Per sua norma non siamo soliti inventarci ciò che scriviamo, ma intanto lei prosegua le sue indagini. Che per il momento non rendono meno fuori luogo il suo e tanti altri commenti

      Rispondi

  • marco

    29 Febbraio @ 09.46

    Caro Sig.Balestrazzi..la quiete dopo la tempesta...92 commenti,di cui il 90% carichi di malignità e arroganza,penso che sia stata la notizia più commentata di sempre della Gdp,più volte avevo cercato di metterla in guardia sulla deriva dei commentatori della Gdp,lei spesso li aveva difesi ad oltranza ora spero che tutto le sia più chiaro.Avrei voluto ,come spesso accade quando una notizia raggiunge un elevato numero di commenti,un ulteriore approfondimento sulla notizia,magari una riflessione sul tenore dei commenti rispetto ad un'innocente rubrica,che sò io magari un piccolo editoriale per vedere come la pensa il direttore dei commenti dei suoi lettori,ripeto 92 commenti record assoluto della GdP,invece sarà meglio fare passare tutto nel dimenticatoio.Mia nonna che ha abitato a Parma per vent'anni ma di origine era romagnola avrebbe detto che questa qua è la famigerata Parmigianità così cara ai parmigiani...A star bene!

    Rispondi

    • 29 Febbraio @ 10.07

      REDAZIONE - C'è molto di vero in quello che dici. Io mi sono pronunciato già più volte su questo fenomeno, che mi rattrista in una città che si è sempre distinta per bonomia (non fine a se stessa) e tolleranza. Temi ci siamo omologati a realtà nazionali e non solo ( il dibattito politico parlamentare o l'allestimento di muri anti-migranti ne sono due differenti simboli). E' una tendenza non facile da contrastare: non credo però che ci siano strade diverse dal continuare a pubblicare, e semmai a ribattere (io lo faccio spesso, come anche tu sai...). Ovviamente, a nostra volta ciò che scriviamo è opinabile: noi diciamo la nostra ma cerchiamo sempre di rispettare l'opinione degli altri, anche quando la confutiamo come su questo argomento. Conosco solo un' "arma" contro la violenza e gli egoismi: la parola. E quella cerchiamo di usare (e di ascoltare o leggere).

      Rispondi

      • marirhugo

        20 Marzo @ 01.39

        questo giornale ha un grosso problema: mette i parmigiani, quelli nati a parma,anche da altre parti,ma dopo una lunga gavetta, un gradino sopra il resto del mondo, Non importa convinzioni,idee politiche, religione,basta che siano parmigiani. Questa ragazza ci dice che ci guardiamo un troppo l'ombelico, che siamo chiusi, Se i commenti sono lo specchio della parmigianita',e che conferamano quello che dice la ragazza, siamo messi maluccio. E un giornale che scrive che esiste il "problema immigrazione" con quello che c'è dii inteso e sottointeso, è messo maluccio anche lui. Il problema ce l'l'hanno quelli che rischiano di morire sui barconi.

        Rispondi

        • 20 Marzo @ 07.59

          REDAZIONE - Dopo avere letto questo confuso messaggio (eppure te l'avevo detto di non scrivere a certi orari), a me sembra che siamo messi maluccio solamente per quanto riguarda alcuni lettori. Buona notte

          Rispondi

      • jeffroy

        29 Febbraio @ 11.15

        vi siete mai chiesti, voi organo di informazione, se questa società che anche voi avete contribuito a consolidare nei suoi pilasti ideologici e inoppugnabili sta bene a tutti ? scrivete: "certo a parma c'è un problema di immigrazione..", solo a parma? e il problema come ricade sulla nostra società ? secondo voi perché in una città dove fino ai primi anni '90 si stava tutto sommato bene ora è un continuo parlare di furti, quartieri invivibili, paura, blindature mai sufficienti e degrado cui NESSUNO vuole provvedere ? ed è una questione di MURI ? ed è questione di non accettazione del "diverso" tanto per citare una delle voci della demagogia? il problema è solo il dissenso? per me il problema è l'invivibilità di una società che non abbiamo scelto ma che qualcuno dall'alto ha scelto per noi, associando arbitrariamente il progresso con l'apertura indiscriminata a tutti. prenda almeno atto, se le i è democratico, che molta gente è stufa di pagare tasse e subire il menefreghismo di stato?

        Rispondi

        • 29 Febbraio @ 11.43

          REDAZIONE - A me sta bene tutto, tranne che perdere tempo con chi fa finta di non capire. Secondo lei crediamo che il problema dell'immigrazione sia "solo a Parma"? E' evidente che di Parma sto parlando perchè dedichiamo la nostra cronaca innanzitutto alla realtà di Parma: non è difficile capirlo, no? Quanto al resto, non so quanto la società "nei suoi pilastri ideologici ecc. ecc." si faccia plasmare da noi. So però che in questo modesto spazio ospitiamo tutte le idee: quelle che a lei sembrano "demagogiche", la sua e la mia. E quella di chiunque altro. Non ho risposte nè soluzioni da offrire sul tema, e diffido di chi pensa di poter riassumere la ricetta di un problema così vasto in poche righe. Sia che si tratti di un "buonista" (uso apposta la parola che molti utilizzano ormai come un insulto) sia che si tratti di un costruttore di muri. Semmai, cerco di capire da entrambi la parte di ragione che possono avere. Ripeto: da entrambi.

          Rispondi

  • Nicola Martini

    28 Febbraio @ 14.46

    Non mi meraviglio che la Dott.ssa Casalini, data la giovane età ed il percorso svolto all'estero, consideri che Parma debba aprirsi maggiormente verso l'esterno. Mi stupirei del contrario piuttosto. In fin dei conti credo che anche una parte non trascurabile dei parmigiani si sia resa conto, sotto sotto, che la Città non possa pensare in un'ottica di autosufficienza, sopratutto a seguito della grave crisi che si sta attraversando sia globalmente che come città. Il modello di sviluppo che ha portato dal dopoguerra ad oggi Parma ad essere una realtà di rilievo, giocoforza, deve essere rivisto e modificato per poter mantenere i risultati raggiunti e rispondere alle c.d. sfide globali, sicuramente più pressanti rispetto una quarantina d'anni fa. Non credo comunque ci si debba stupire della divaricazione esistente tra la Parma internazionale delle aziende che esportano in tutto il mondo e la Città di tutti i giorni, la realtà provinciale di medie dimensioni che magari guarda ancora con un po' di "spocchia" al proprio passato di piccola capitale con la pretesa di un'autosufficienza che in realtà, probabilmente, non ha mai effettivamente avuto. Al di là di una certa spigolosità tipica di Parma, la Città è comunque una realtà estremamente variegata difficilmente inquadrabile in poche parole, senza rischiare di farle un torto. A tutto ciò, poi, sempre a mio modesto avviso, bisogna aggiungere che Parma è in una fase di assestamento che non potrà concludersi tanto a breve, in quanto reduce da una serie di scandali che hanno lasciato il segno. Mi lascia un po' perplesso, dal tenore dell'intervista, che ci si trovi dinanzi ad un'esortazione all'apertura comunque fin troppo generica e non mi se ne voglia se considero riduttivo definire Parma non inclusiva solo a seguito di una breve visita. Che possano esserci problemi d'inclusione può essere vero ma l'inserimento è qualcosa che avviene gradatamente e credo che questo lo possano testimoniare bene tutte quelle persone che ad es. sono venute dal Meridione d'Italia a frequentare l'Ateneo di Parma e che magari si sono poi stabilite in città anche sotto il profilo lavorativo. Se problemi di inclusione vi sono, e certamente qualcuno sussiste, credo che possano chiarire la questione con cognizione di causa i parmigiani d'adozione stabilitisi qui ormai da anni. Ad ogni modo auguro alla Dott.ssa Casalini di raggiungere i propri obiettivi e magari di tornare a Parma in futuro per contribuire allo sviluppo della sua Città.

    Rispondi

  • Indiana

    28 Febbraio @ 13.31

    Indiana

    Ah vorrei aggiungere una cosettina:Parma sarà anche piccolina,una piccola perla preziosa,ma racchiude in sé più arte cultura e storia di tutta la nuova America intera! Per non parlare della cucina e della gentilezza solare delle persone.E scusate ma non è poco! Non abbiamo bisogno di esterofilia,ma di sano patriottismo!

    Rispondi

  • Indiana

    28 Febbraio @ 11.46

    Indiana

    Potete chiederle come mai,visto che era in America,non ha messo piede in una Riserva Indiana? Eppure la vera storia dell'America sono gli Indiani,non puoi dire di aver studiato in America se non hai conosciuto la vera storia! E poi va in Etiopia....Perché non ha pensato a vivere con i Nativi Americani anziché presso università e famiglie? Sono loro la vera minoranza etnica mondiale,oltretutto da tutelare perché in via d'estinzione (parecchi Popoli Nativi non esistono più grazie agli invasori europei che li hanno sterminati).Ma si sa che in questo mondo si preferisce ignorare certe drammatiche realtà e che il colore nero va invece sempre di moda! Basta guardare l'ultimo presidente americano.Non c'è ancora stato un Nativo Americano come presidente,nessuno si chiede il perché? Eppure loro non sono mai scappati dalle loro terre,come fanno altri,rimangono lí a resistere. Direi che meriterebbero un po' più di attenzione da parte di tutti.Specie dai giovani che vanno a studiare in America.

    Rispondi

    • jeffroy

      28 Febbraio @ 22.49

      semplice: vanno ad aiutare il congolese perché fa figo e non si accorgono del nonno che non riesce ad alzarsi dalla poltrona. e poi, quando fanno quello che fa la bordini ci spediscono milioni di persone da mantenere, ci dicono che dobbiamo acculturarci ai loro paradigmi di vita e forniscono loro il denaro per invaderci. l'ONU è la più grande organizzazione massonica mondiale dagli innumerevoli fallimenti anche militari, ma questo gli ignorantelli di sinistra lo ignorano comodamente. preferiscono abbeverarsi alla sconfinata dottrina di renzi, SEL &co. e a prenderne ciecamente le difese.

      Rispondi

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