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«Uccisi due tecnici Bonatti». Ma i familiari sperano

«Uccisi due tecnici Bonatti». La certezza dal Dna?
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Una «gioia immensa rattristata dalla notizia dell’uccisione degli altri due colleghi». Così il figlio di Gino Pollicardo, Gino Junior, sulla porta di casa ha commentato la notizia della liberazione in Libia del padre. «Credetemi, è una gioia dopo tanti mesi di attesa e di tensione. Ringrazio tutti quelli che ci sono stati vicini, dalla Farnesina ai nostri compaesani, anche al parroco che stamattina ha fatto suonare le campane in segno di festa», ha aggiunto. 

Sulla sorte di Salvatore Failla e Fausto Piano la Farnesina non si è ancora espressa definitivamente, ma la speranza è veramente ridotta a un lumicino.  Il Comune di Capoterra nelle prossime ore proclamerà il lutto cittadino per la morte di Fausto Piano, il meccanico di 60 anni sequestrato il 20 luglio dello scorso anno e ucciso in Libia assieme al collega Salvatore Failla. «Non l’ho ancora proclamato - ha spiegato il sindaco, Francesco Dessì - ma la decisione arriverà a breve. Siamo vicini alla famiglia in questo terribile momento e lo saremo in futuro». 

Gioia per la liberazione dei due ostaggi italiani e rabbia perchè ancora non ci sono notizie ufficiali su Salvatore Failla. Questo è il clima a Carlentini (Siracusa) nella casa della famiglia di Salvatore Failla, dove vivono la moglie e le due figlie del tecnico italiano che sarebbe stato ucciso in Libia insieme al collega Fausto Piano. In contatto costante con la Farnesina, i congiunti non hanno ricevuto notizie ufficiali dalla Farnesina, come conferma il prefetto Armando Gradone. Il mancato ritrovamento dei corpi, per i parenti lascia aperto ancora uno spiraglio.
Il sindaco Pippo Basso anche questa mattina è andato a trovare la moglie di Failla, Rosalba, nella casa di via Pacini, da ieri presidiata da una pattuglia della polizia municipale. Così come è controllata la casa dove risiedono i genitori dell’operaio specializzato, che vivono queste ore di angoscia con le due sorelle di Salvo. Anche loro non parlano.
«Siamo vicini alla moglie e ai familiari e coltiviamo un filo di speranza», dice il sindaco.(ANSA).

Francesco Bandini

Dopo poco più di sette mesi di totale silenzio sulla loro sorte, ieri è arrivata la tragica notizia che nessuno avrebbe voluto sentire. Due dei quattro tecnici italiani dell'impresa Bonatti di Parma, rapiti in Libia il 19 luglio dell'anno scorso da miliziani islamici, sarebbero rimasti uccisi in uno scontro a fuoco avvenuto nella regione di Sabratha, sulla costa occidentale del Paese nordafricano, non lontano da Zuwara, la località in cui erano stati sequestrati. Si tratterrebbe di Salvatore Failla, 48 anni di Carlentini in provincia di Siracusa, e di Fausto Piano, 61 anni di Capoterra in provincia di Cagliari. Non si sa ancora nulla, invece, della sorte degli altri due italiani in mano ai ribelli, Gino Pollicardo, 55 anni di Monterosso in provincia di La Spezia, e Filippo Calcagno, 65 anni di Piazza Armerina in provincia di Enna, anche se ieri, nel corso dell'audizione al Copasir, il sottosegretario con delega ai servizi segreti, Marco Minniti, avrebbe dichiarato che i due sarebbero vivi, sulla base di informazioni dell'intelligence italiana. I quattro tecnici, con ogni probabilità, erano stati «ceduti» dai loro rapitori ai miliziani dell'Isis, il califfato islamico che sta crescendo in modo esponenziale anche nella Libia del dopo Gheddafi, lacerata dagli scontri tribali e dall'avanzata dell'estremismo.

Ancora non c'è la conferma ufficiale che le vittime siano effettivamente i nostri connazionali, in quanto la loro identificazione per il momento è avvenuta solo in base alle immagini di un filmato girato sul luogo della sparatoria subito dopo il drammatico episodio. Tuttavia, è quasi certo che siano proprio loro. Anche ministero degli Esteri e servizi segreti italiani ritengono molto probabile che si tratti di loro. «Dalle foto ci sono purtroppo somiglianze con i due tecnici della Bonatti – ha detto il direttore del Dipartimento informazioni per la sicurezza, Giampiero Massolo –. Non abbiamo i corpi, dobbiamo aspettare di averli per le autopsie».

Secondo le prime notizie, Failla e Piano sarebbero rimasti uccisi durante uno scontro a fuoco tra forze libiche di sicurezza e miliziani islamici appartenenti all'Isis: uno scontro durante il quale i due, secondo la testimonianza di un cittadino libico presente sul posto, sarebbero stati usati come scudi umani da parte dei jihadisti di cui erano prigionieri. Vi sono però differenti versioni sulle modalità della sparatoria: secondo le prime notizie, sarebbero morti in seguito a un attacco sferrato delle forze di sicurezza libiche contro un convoglio dell'Isis; ma un'altra versione vorrebbe invece che siano stati uccisi dai miliziani islamici prima ancora del raid, o che addirittura possano essere stati scambiati per terroristi e uccisi per errore dalle stesse forze regolari libiche.

La notizia della loro probabile morte è stata diffusa nella mattinata di ieri dal ministero degli Esteri italiano, sulla base di un filmato in cui si possono vedere le vittime della sparatoria, fra le quali sarebbero riconoscibili Failla e Piano. Oltre ai due tecnici della Bonatti, nello scontro a fuoco sarebbero morti anche sette miliziani islamici, oltre a una donna e un bambino.

Quando vennero rapiti, nel luglio 2015, i quattro tecnici italiani stavano rientrando al lavoro dopo un periodo di vacanza. Provenivano dalla Tunisia ed erano diretti al compound dell'Eni a Mellitah, un impianto strategico per il trattamento e il trasporto del gas, dove la Bonatti opera come general contractor per quanto riguarda servizi generali e manutenzione degli impianti. Un trasferimento, quello in auto dalla Tunisia alla Libia, che aveva scatenato subito roventi polemiche per la mancanza di una scorta armata, assolutamente indispensabile in un contesto pericoloso quale è quello libico attuale.

La nostra intelligence aveva accreditato quasi subito l'ipotesi che gli italiani fossero stati sequestrati da una delle tante milizie della galassia criminale che imperversa in Libia. I quattro sarebbero finiti nelle mani di gruppi vicini ai miliziani di Fajr Libya, la fazione islamista che ha imposto un governo parallelo a Tripoli che si oppone a quello di Tobruk, l’unico riconosciuto a livello internazionale.

Dolore e silenzio alla Bonatti

Patrizia Ginepri

Dolore e rabbia, tanta rabbia. La notizia della possibile tragica fine dei due tecnici della Bonatti è giunta ieri mattina cogliendo di sorpresa i dipendenti della società, al lavoro nella sede di via Nobel, nel quartiere Spip. Fin dal primo momento è iniziato un composto via vai, ma nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni, comprensibile, a caldo, lo stato d'animo e lo sconcerto. Dopo le prime informazioni frammentarie tutti hanno atteso di avere conferme e ulteriori dettagli dalla Farnesina e anche i vertici hanno chiesto tempo prima di qualsiasi commento, per conoscere con maggiore chiarezza ciò che è successo. E mentre i telefoni si facevano sempre più roventi e all'esterno dell'azienda iniziavano ad appostarsi i primi inviati delle tv e dei quotidiani nazionali il clima si faceva di ora in ora sempre più pesante. Chiusi nel più totale silenzio anche i dipendenti, stretti nel dolore per la perdita inaspettata di due compagni di lavoro. Inaspettata perché, nonostante la lunga prigionia dei quattro tecnici italiani, proprio in queste ultime settimane, sembrava che si potesse arrivare a una svolta positiva. Un particolare che fa ancora più male. Da fonti vicine alla Bonatti è stato confermato che «non sono circolate notizie interne ulteriori rispetto a quanto riportato dai media» e per gli aggiornamenti che tutti attendevano con ansia, «l'unico canale di informazioni negli uffici della società sono state, nella lunga e drammatica giornata di ieri, le testate online. «Siamo scossi - ha ribadito qualcuno telegraficamente - e purtroppo, lo ripetiamo, non sappiamo più di quanto abbiano scritto le agenzie e i siti».

E a proposito di siti il tam tam si è diffuso anche sui social, dove tanti dipendenti del gruppo, che lavorano in ogni parte del mondo, si sono stretti in un grande abbraccio virtuale. «La rabbia è tanta e pure la tristezza, condoglianze alle famiglie» scrive qualcuno, «riposate in pace, colleghi miei, dopo sette anni di Bonatti li sento miei fratelli» si legge in un post, mentre un altro collega pubblica la bandiera italiana listata a lutto scrivendo «tristezza, dolore, cordoglio, rabbia, speranza. Adesso ci vuole rispetto e giustizia. Ciao fratelli miei».

La Bonatti è un colosso che opera come general contractor nel settore «oil and gas», specializzata nella costruzione e manutenzione di impianti energetici, estrattivi ma anche oleodotti. Con un fatturato nel 2014 da 780 milioni di euro, è oggi una holding da circa 6mila dipendenti che opera in 16 nazioni, alcune nelle aree più calde del pianeta: Algeria, Austria, Canada, Egitto, Francia, Germania, Iraq, Italia, Kazakhstan, Messico, Mozambico, Romania, Arabia Saudita, Spagna, Turkmenistan e, appunto, Libia.

In Libia la Bonatti ha iniziato a operare nel 1979 con un primo contratto per conto di Agip. Oltre che nei confronti di Eni, l’azienda è contractor anche delle principali compagnie petrolifere tedesche, francesi e spagnole e opera ininterrottamente nel Paese da 36 anni, ad esclusione di una breve parentesi nel 2011 quando, durante la rivoluzione contro Gheddafi, venne evacuato dal Paese tutto il personale non locale.

Salvatore Failla

«Qualche scontro c’è stato, ma dopo tre anni ci ho fatto il callo. Il lavoro me lo faccio piacere per forza: la famiglia bisogna pure mantenerla». Così scriveva su Facebook Salvatore Failla, qualche tempo prima di essere rapito dai miliziani islamici in Libia nel luglio scorso. Nel Paese africano lavorava da tre anni come saldatore specializzato della Bonatti di Parma, all'interno del compound Eni di Mellitah per il trattamento e il trasporto del gas.

Salvatore era spesso lontano da casa per lavoro. I sacrifici di un impiego all'estero, per di più in una delle zone più calde del mondo, li aveva accettati con coraggio e determinazione, anche se questo aveva significato la lontananza dalla moglie Rosalba e dalle figlie di 15 e 23 anni, che aveva lasciato a Carlentini, cittadina di 18mila abitanti in provincia di Siracusa in cui viveva. E dove da ieri il clima è di dolore e incredulità, anche se tutti si aggrappano a quell'esilissimo filo di speranza dovuto al fatto che dalle autorità italiane ancora non è arrivata una conferma ufficiale sull'identità delle vittime. Soprattutto, ad aggrapparsi a quella tenue speranza è la moglie: «Ho ricevuto la notizia dalla Farnesina, ma ancora non ho la certezza della morte di mio marito», sono state le sue uniche parole, che hanno rotto un silenzio per il resto pressoché totale, andato avanti da quando, sette mesi fa, il marito era stato rapito. «Ho sentito in mattina la moglie di Salvatore Failla: è una donna disperata che chiede che il suo dolore venga rispettato. Non c'è ancora assoluta certezza che sia proprio suo marito uno dei due italiani morti, per questo sta vivendo queste ore con infinita angoscia». Lo ha detto l'avvocato della famiglia Failla, Francesco Caroleo Grimaldi. «È un fatto spaventoso: se ci sono responsabilità a qualsiasi livello mi auguro siano individuate», ha aggiunto.

La famiglia Failla è molto conosciuta a Carlentini: il padre di Salvatore era impiegato comunale e lo stesso dipendente della Bonatti viene indicato come persona espansiva e cordiale, attaccata alla famiglia e al lavoro. «Una brava persona e un gran lavoratore», conferma un vicino di casa. Un lavoro che, peraltro, l'aveva portato a risiedere per qualche tempo anche in provincia di Parma, a Busseto, dove era alle dipendenze di una ditta locale che si occupa della realizzazione di gasdotti. metanodotti e oleodotti.

«Siamo sconvolti dalla notizia – ha detto il sindaco di Carlentini Giuseppe Basso –, è ovvio che una situazione del genere desti preoccupazione per tutti noi. L’amministrazione comunale si è stretta attorno alla famiglia Failla. Non abbiamo avuto notizie ufficiali dalla Farnesina: sono in continuo contatto con il prefetto di Siracusa».f.ban.

Fausto Piano

Una vita tra la sua amata Sardegna e l'Africa. Negli ultimi anni Fausto Piano si era diviso tra la sua famiglia, rimasta a Capoterra, comune di quasi 25mila abitanti in provincia di Cagliari, e il suo lavoro che lo ha portato per il mondo. Ma soprattutto in Africa.

Il suo ultimo impiego era in Libia, ma preferiva vivere in Tunisia e aveva acquisito la residenza a Tripoli. Ogni giorno attraversava il confine per raggiungere il lavoro. E' stato catturato proprio durante il tragitto. Piano conosceva molto bene la realtà libica ed è sempre stato molto prudente. Probabilmente la scelta di vivere stabilmente in Tunisia era frutto del suo atteggiamento cauto. Purtroppo non è bastato e nel luglio scorso è stato rapito.

A Capoterra, dove la sua famiglia vive in via Carbonia, la notizia della tragedia è stata accolta con incredulità e sgomento. La moglie, Isabella Fois, è titolare di alcuni negozi di abbigliamento, attività aperte anche grazie al frutto del lavoro svolto dal marito. La coppia ha tre figli, tutti sposati: Giovanni di 39 anni, Stefano, 37 anni, titolare di una officina di autoricambi, e Maura di 25.

Piano era specializzato in lavori su impianti industriali e petroliferi. Prima di approdare alla Bonatti come supervisore, ha operato per molti anni nei paesi dell'Africa per conto di diverse imprese italiane, sempre nel campo delle infrastrutture industriali.

Pochi giorni prima del rapimento, Piano era rientrato in famiglia per un breve periodo di riposo e una vacanza a Cala Gonone (Nu). Aveva trascorso in precedenza una vacanza a Djerba, in Tunisia. Quindi il rientro in Libia. La sua vita era caratterizzata da impegni professionali all'estero, impegni, che l'hanno condotto anche in Congo e nel Gambia, oltre che in altri paesi dell'Africa centrale. Tutti scenari geopolitici complessi, nei quali Fausto si muoveva con estrema cautela. Pochi giorni prima del rapimento era assolutamente consapevole di camminare su un terreno minato, a causa dell'opposizione violentissima delle milizie ribelli al governo di Tobruk. Ma né lui né i suoi familiari avrebbero mai immaginato che potesse rimanere vittima di un agguato.

Gli abitanti del paese sono rimasti molto vicini alla famiglia Piano e il primo agosto tutta la gente di Capoterra aveva partecipato a una fiaccolata per tenere alta l'attenzione sulla scomparsa di Fausto. Dopo il rapimento la solidarietà non è mai mancata, ma tanti avevano espresso disappunto perché il rapimento del cagliaritano andato in Libia a lavorare avesse fatto meno clamore di altri, come quello di un'altra abitante della Sardegna, Rossella Urru, la cooperante di Samugheo (Oristano) sequestrata nel deserto algerino nel 2011 e liberata in Mali nove mesi dopo. r.c.

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  • Vercingetorige

    04 Marzo @ 10.48

    MA CHE DNA ! Bisogna ancora vedere se si riuscirà a recuperare i corpi e già pensiamo al DNA ! COMUNQUE , QUESTA FACCENDA , PIU' SI RIMESTA PIU' PUZZA ! PROVIAMO A RIASSUMERE PER VEDERE SE RIUSCIAMO A SCHIARIRCI UN PO' LE IDEE ? Dunque : di chi erano prigionieri i tecnici italiani ? Tutti dicono dell' ISIS , ma c' è chi ne dubita. I due morti sarebbero rimasti uccisi nel corso di un "biltz" per liberarli . Un "blitz" di chi ? Si dice di "miliziani del Governo di Tripoli" , che non è riconosciuto a livello internazionale . E i nostri Servizi di Spionaggio , segnatamente l' AISE , non ne sapevano niente ? Non è , per caso , che ,nel "blitz" , fossero coinvolti anche Agenti italiani ? Adesso giunge la notizia che gli altri due tecnici sono vivi e liberi . Naturalmente ci fa piacere , ma che tempismo ! Non è , per caso che i due sopravvissuti fossero anche loro nel "blitz" , ma l' abbiano scampata ? Adesso , però , quando torneranno in Italia , potranno pur spiegare cos' è successo ( se glie lo lasciano fare !). Attenzione , perché il Diavolo fa le pentole , ma non i coperchi !

    Rispondi

  • Luigina

    04 Marzo @ 10.43

    ho un dispiacere nel cuore per queste persone partiti per lavoro e tornano morti .e un'ingiustizia

    Rispondi

    • Vercingetorige

      04 Marzo @ 11.18

      E NON SOLO , "LUIGINA" ! Pensi che , uno dei due caduti , aveva 60 (sessanta) anni , e uno dei due sopravvissuti , e , sembra , ora liberati , ne ha 65 (SESSANTACINQUE ! ) . Ma le sembra mai possibile che uomini di sessanta e sessantacinque anni debbano andare a lavorare nel Sahara ? Grazie Monti ! Grazie Fornero ! Grazie Unione Europea ! Grazie BCE ! Tutti hanno famiglia , con moglie e figli . Chi sa se i due morti avranno maturato contributi sufficienti per dare una pensioncina di reversibilità ai loro famigliari , o se glie li mangeranno !

      Rispondi

  • Davide

    04 Marzo @ 09.33

    Casualmente negli ultimi anni la sequenza è sempre la stessa: attentato con vittime civili+ colpa di ISIS+intervento militare perdipiù già programmato ma che ha bisogno di una spintarella per ammorbidire l'opinione pubblica. Adesso ci diranno che l'intervento in Libia non è più procastinabile, inevitabile, intervento di liberazione, di pace, bla bla bla.....

    Rispondi

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