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Fassa: dall'arresto cardiaco alla panchina

Fassa: dall'arresto cardiaco alla panchina
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Due anni fa mentre si allenava ebbe un arresto cardiaco in campo. Ora è stato nominato allenatore della stessa Fontanellatese al posto del dimissionario Peraddi, amico e maestro che allora gli salvò la vita.

Marco Bernardini

La sua è una storia di vita, più unica che rara, da portare come esempio a tutte quelle persone che non si arrendono mai e continuano a lottare fino in fondo.

Ogni volta che parli con Denis Fassa, nominato da poche ore allenatore della Fontanellatese nel girone A di Prima Categoria, al posto del dimissionario Peraddi, ti brillano gli occhi e la mente non può non tornare a quella drammatica sera del 24 gennaio 2014: all’apparenza un normale allenamento, l’ultimo a due giorni dall’attesissimo derby col Fontanellato, poi improvvisamente il centrocampista, dai trascorsi tra le fila di Fidenza, San Secondo, Fontevivo, Fidentina e Busseto, si accascia al suolo, vittima di un arresto cardiaco. Viene soccorso dall’allenatore Peraddi e dal preparatore dei portieri Ziliotti, i suoi angeli custodi, sotto lo sguardo sconvolto dei compagni in lacrime e trasportato d’urgenza all’ospedale dove, tenuto in coma farmacologico, si risveglierà solamente la domenica mattina ancora ignaro di quello che gli era successo.

«Una delle prime frasi che dissi rivolgendomi ai medici - racconta adesso lo stesso Fassa - fu: voi siete matti, ora mi cambio e vado a giocare il derby».

Ma ben presto, nonostante la tempra da duro combattente, capì, complice anche un defibrillatore interno impiantato nel cuore, che doveva appendere le scarpette al chiodo.

Ma pur di non abbandonare il campo e la sua più grande passione, decise d’intraprendere subito la carriera di allenatore nella Juniores Regionale della Fontanellatese, con cui vinse il torneo di Medesano, ricoprendo in prima squadra il ruolo di vice dello stesso Peraddi dopo aver ottenuto nel dicembre scorso il patentino Uefa B a Piacenza.

Adesso la favola, che in realtà si chiama incredibile forza di volontà, si arricchisce di un nuovo capitolo, il più bello, portandolo a sostituire in panchina, ironia della sorte, proprio colui che gli salvò la vita.

«Se potessi scriverei un libro su questa storia - sospira il neo tecnico della Fontanellatese, classe ‘88 - ma sono molto contento di prendere in mano la squadra e portare avanti il lavoro compiuto in questi tre anni dal mio maestro, dentro e fuori dal terreno di gioco. Per me Peraddi è come un padre e so che ha fatto un passo indietro solo per dare la scossa all’ambiente: non posso che ringraziarlo e mi sembrava logico fossi io a proseguire quanto costruito assieme».

Come si sente nella nuova veste?

«Non sarà facile perché molti sono stati miei compagni, ci frequentiamo anche fuori dal campo e dovrò prendere le distanze giuste nei momenti giusti. Bisogna cercare di metterci il massimo dell’impegno e della grinta onorando ciò che abbiamo fatto nelle ultime stagioni. Serviranno fame, entusiasmo e voglia di giocare a pallone senza aver paura di nessuno».

Quale insegnamento le ha portato la sua esperienza?

«Nella vita non bisogna mai mollare, se ci si adagia è finita: il segreto è porsi sempre nuovi obiettivi, sfide, traguardi e non lasciarsi condizionare dai limiti».

Quanto è cambiato da quel 24 gennaio 2014?

«Sicuramente sono una persona più razionale che ha imparato ad apprezzare di più i piccoli gesti quotidiani, se prima avevo già grinta da vendere, ora ho il diavolo dentro di me. Ho dovuto azzerare la mia vita passata, la sto ricostruendo nel migliore dei modi».

Si sarebbe immaginato un futuro da allenatore?

«Non ci avevo mai pensato prima, non sapevo se sarei stato in grado di gestire un gruppo di 23-24 giocatori. Poi, quando cominciai con la Juniores, vedevo che mi seguivano, erano coinvolti dalle mie idee e dal mio modo d’insegnare calcio. Da persona carismatica e schietta sono riuscito ad instaurare un bellissimo rapporto umano coi miei ragazzi».

Quanto le manca il calcio giocato?

«Ho ancora adesso dei momenti di sconforto, a volte mi viene il magone perché vorrei scendere in campo a dare una mano ai miei compagni. L’importante è riuscire a trasmettere questa grinta a tutta la squadra».

Ha qualche sogno nel cassetto?

«L’obiettivo è quello di salvarsi il più in fretta possibile, senza passare dai play-out e se dovessimo farcela si salverebbe la squadra di Peraddi, non la mia. Spero di mettere in pratica i concetti appresi nel corso della carriera e trovare la mia strada. Poi, da tifosissimo dello Spezia, punto un domani ad allenare al “Picco”».

Chi vorrebbe ringraziare?

«Non smetterò mai di ringraziare Peraddi, Ziliotti ed i miei compagni, che mi sono sempre stati vicino. Se sono rimasto al mondo lo devo a loro, poi una menzione speciale la merita la Fontanellatese, in particolare i dirigenti della società Pecchioni e Brianti che mi hanno dato la possibilità d’iniziare una seconda vita rimanendo nel mondo del calcio».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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