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dieci anni dopo

Virgy e Andrea, una strage senza un perchè

Virgy e Andrea, una strage senza un perchè
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Sono passati dieci anni dal duplice omicidio di Maria Virginia Fereoli e Andrea Salvarani, uccisi il 28 marzo 2006 da Stefano Rossi. Le testimonianze dei genitori della studentessa di Felino e del fratello del tassista parmigiano.

Fu la morte contro la vita. Nessun perché: non quello della follia e forse nemmeno quello della rabbia del respinto. Un mattino, un ventiduenne uscì di casa a Barbiano di Felino armato come se dovesse andare in guerra contro il mondo. Con sé aveva una 357 Magnum con il tamburo pieno e altri 40 proiettili di scorta, un nunchaku (la coppia di bastoni tenuta insieme da una catena usata nelle arti marziali) e un coltellaccio da cucina. Fu questa l'arma che usò in serata, per massacrare una diciassettenne troppo coraggiosa per rifiutare il suo invito a fare due chiacchiere. Lei aveva l'unica colpa di essere bella, intelligente e piena di amici. Un inno alla vita, appunto. Troppa luce per un giovane dall'infanzia difficile, che da sempre parlava di suicidio, di fucilate nel mucchio e stragi a caso... E il caso portò l'omicida a salire sul taxi di un cinquantenne mite, «colpevole» forse di essere solo un ostacolo sulla sua via di fuga. Con lui, il giovane estrasse il revolver e fece fuoco a bruciapelo. Era la sera del 28 marzo del 2006. Sono trascorsi dieci anni da allora, ma il buio di quella notte stenta a passare. Così come si fatica a scrivere vicini i nomi di Stefano Rossi e delle sue vittime: Maria Virginia Fereoli e Andrea Salvarani. Continua a essere la morte contro la vita.
Era un martedì, quel 28 marzo. Virgy, studentessa della III G dell'Ulivi, saltò la cena e uscì verso le 21, dopo aver detto ai nonni che sarebbe stata fuori «cinque minuti». Andò incontro al proprio assassino nel parco Natura e Vita di Felino, deserto più del solito anche per la diretta di una partita di Champions. Che cosa sia accaduto di preciso non lo si saprà mai. Il giovane racconterà di essere stato preda di un raptus, perché lei non ne voleva sapere di mettersi con lui, ma la testimonianza non ha mai del tutto convinto. E quello zainetto da «natural born killer» portato in giro dal mattino fa pensare a una sorta di sacrificio premeditato. Dapprima Rossi tentò di strangolare la ragazza. Poi, impugnato il coltello, sferrò un'infinità di fendenti.
Uccisa Virgy, l'assassino chiamò il coetaneo Marco Ghirardi, per chiedergli un passaggio fino a Parma, dicendo di volere andare dalla zia. Rossi si fece trovare ancora nei pressi del parco. «Era ubriaco - racconterà l'amico -. E dal fianco gli spuntava un calcio di pistola. Non gli dissi nulla: avevo paura e sapevo che aveva il porto d'armi: pensavo che sarebbe andato al poligono il giorno dopo». L'assassino spiaccicò poche parole, ma terribili, durante quel breve tragitto. Disse di aver ucciso Virgy. L'altro non gli credette. In viale Tanara, dalle parti dell'allora Blockbuster, Rossi scese dall'auto. «Auguri a tutti. Ci vedremo in un'altra vita» fu il suo saluto. Invece, i due si rivedranno ancora, in tribunale. Ghirardi, condannato in primo grado a due anni e mezzo nel 2008, per favoreggiamento, nel 2012 verrà assolto «perché il fatto non costituisce reato».
Poco dopo le 23,30, Rossi salì su un taxi tra la stazione e il centro. Forse per tornare a casa. O forse per fuggire. Tra la mezzanotte e le due, all'altezza di San Martino Sinzano, la rivoltellata in testa a Salvarani. Un colpo solo. E anche qui un vero movente non sembra esserci. Difficile pensare che il 50enne si fosse accorto di aver preso a bordo un omicida: sui vestiti del passeggero non c'erano evidenti tracce di sangue. Rossi, arraffati i 270 euro nelle tasche del tassista, ripartì al volante della Skoda Octavia familiare della sua seconda vittima, continuando a bere.
A Fiorenzuola lasciò l'auto nell'area più riparata di un distributore dell'Agip e ordinò due «Bacardi breezer» in un bar vicino. Poco dopo, munito solo di foglio rosa, non riuscì a rimettere in moto la Skoda bloccata dal cambio automatico. Alle tre, i carabinieri di Fiorenzuola aprirono il portone della caserma a un giovane in maglietta, ubriaco e in stato confusionale: Rossi raccontò di essere stato aggredito con Virgy. Ma non fu creduto nemmeno un istante. I militari scovarono il taxi sporco di sangue e, vicino a un cassonetto, il giubbotto del giovane, una rivoltella e le chiavi dell'auto. Verso l'alba, verrà ritrovato il corpo di Virgy, accanto a una panchina nel parco di Felino. Il cadavere di Salvarani verrà scoperto un paio d'ore dopo, in un fosso lungo la strada per San Martino Sinzano.
Il 3 febbraio del 2010 la Cassazione confermò la condanna all'ergastolo per Rossi, oltre ai due anni di isolamento diurno. Il 21 marzo del 2012, a poche settimane dalla fine dell'isolamento, il ventisettenne fu trovato privo di sensi in cella, la testa avvolta da un sacchetto di plastica saturo del gas di una bomboletta da campeggio. Erano le 21,24, quando partì l'allarme al 118. Troppo tardi, come sempre in questa terribile storia. Il suicidio, commentò lo psichiatra Cesare Piccinini, consulente di parte della famiglia Fereoli «conferma che Rossi era drammaticamente padrone dei suoi gesti e delle sue decisioni». rob. lon.

PARLA IL PADRE DI VIRGY

Troppo tardi per il lavoro, troppo presto per il sonno. Gli ultimi clienti hanno lasciato dietro di sé tavoli da sparecchiare e silenzio. E' l'ora dei pensieri più rumorosi. Dura poco. Presto, il crescendo di Morricone invade il «Pane e salame» di Felino. Le note sfiorano le rose davanti al ritratto di Virgy alle spalle del banco: danno quasi respiro a quel sorriso di ragazza in fiore e stringono ancora di più il nodo alla gola dei condannati alla mancanza di lei. Del film c'è solo la colonna sonora, nessun lieto fine. «Giù la testa» mormora Achille Fereoli, il mento sul petto. «Testa alta e gambe in spalla - esclama subito dopo, risollevandosi -. Noi dobbiamo vivere della forza e dell'amore per le persone che non ci sono più, ma che ci restano accanto».

Non si è mai arreso, Achille. «Certo, sono diverso - ammette -. Mi sono trascinato, spesso e volentieri, e di questo chiedo scusa alle persone che mi sono accanto. Ho perso la capacità di concentrazione e non so nemmeno come sono riuscito a salvare l'attività. Capisco quelli che bruciano tutto, dopo eventi di questo tipo. Bastano cedimenti di pochi attimi, per farti sentire lo sprofondo. Sei risucchiato via, del tutto... Ma sono qui. Anche per mia figlia».

Quante volte sarà morto Achille, per poi sorprendersi a respirare ancora? Dieci anni senza Maria Virginia, per la quale il lunedì dell'Angelo alle 11 verrà celebrata una messa nella chiesa di Felino. Dieci anni da padre che non è più padre. O che lo è ancora, ma con il cuore che batte nell'invisibile.

Quel 28 marzo se n'è andata anche una parte di lui. «Al tempo stesso, però, è anche come se mia figlia si fosse trasfusa in me - spiega quest'uomo dallo sguardo forte come la stretta di mano -. Per anni l'ho sentita, vicina, presente. Sempre con la parola giusta». Ora accade meno.

«E anche Isabella (Calestani, la mamma di Virgy, ndr) ha la stessa sensazione. Come se lei stesse finalmente trovando la propria pace. C'è qualcosa che non possiamo capire: c'è qualcosa che ci supera». Virgy che all'improvviso ti viene accanto come un soffio appena più caldo nell'aria. O che ti raggiunge nel sonno. «L'amore che mi rimane dentro dopo quei sogni non ha confini: per due giorni mi fa vivere staccato da terra». Il tocco dell'angelo. «E quest'anno il 28 marzo è dedicato proprio a lei: non è forse il lunedì dell'Angelo?» sorride una delle sorelle di Achille, che, manco a farlo apposta, si chiama Angelina.

A pensarci, forse si riesce a guardare da un'altra distanza anche quella sera maledetta. «La pagella non era stata delle migliori. Lei aveva pianto. “Non devi piangere, ma pensare a una gara in bicicletta: decidere se vuoi stare tra i primi o in fondo al gruppo” le dissi, prima di aggiungere che la nonna l'aspettava per cena. Lei rispose che avrebbe mangiato uno yogurt. Sono andato al lavoro, anche se un presentimento mi diceva di non uscire. Al mio ritorno la luce e il pc erano ancora accesi, ma mia figlia non c'era più».

Fereoli ha fatto di tutto, per evitare che le coltellate trafiggessero anche l'anima. L'amore per Maria Virginia è salvo, senza macchie. «Non ho mai covato pensieri di vendetta». Nemmeno sollievo ha provato alla notizia della morte in carcere di Rossi: con un sacchetto pieno di gas in testa, carnefice anche di se stesso. «Solo non mi sorprese: sapevo che non avrebbe avuto gli attributi per affrontare la mischia, una volta finito l'isolamento». Nessun odio. Eppure, quel ragazzo si diceva pronto a ripetere tutto alla prima occasione. Eppure, quel ragazzo lo tempestò di gesti e sguardi di sfida durante il processo. «Una volta lo fecero passare proprio dietro di me in aula» racconta Fereoli. Chiunque avrebbe potuto perdere la testa. Invece, Achille restò inchiodato alla sedia. «Non so bene che cosa mi tenne giù». Fu altro a fargli male, durante le udienze, dalle quali tornava gelido come un pezzo di ghiaccio, ma fradicio. «Mi ferivano le descrizioni e la visione delle foto: come se si violasse l'intimità di mia figlia».

Ma anche tra i banchi asettici di un tribunale ci fu spazio per l'umanità. «Non finirò mai di ringraziare il pm Giorgio Grandinetti. Si prese a cuore il mio caso come se fossi stato suo figlio. Un giorno mi confidò che la moglie era in fin di vita. “Per legge avrei diritto a saltare l'udienza, ma non ho potuto non venire” aggiunse. La moglie di Grandinetti morì il giorno dopo, e io lo seppi troppo tardi per andare al funerale».

In questi dieci anni le sorprese ci sono state nel bene e nel male. «Abbiamo ricevuto testimonianze di grandissima attenzione da chi non avremmo mai detto». Anche lo Stato si dimostrò attento, «elargendo» una multa, perché il reddito dichiarato era crollato, dopo che in effetti la clientela del Pane e Salame era calata (l'imbarazzo impediva a molti di varcare la soglia del locale). Sarebbe qui ora, in sala, Virgy? «Non so - dice il padre -. Io credo che avrebbe fatto un lavoro sociale. Aveva una forte sete di giustizia. Però, tra i tavoli era precisa, perfetta». Ancora gli pare di vederla nel ristorante, la sera in cui sostituì Isabella. E ancora gli occhi si riempiono del sole dei suoi sorrisi, «durante la vacanza insieme sulla Costiera amalfitana». E le orecchie delle sue grida divertite, per le mattane in auto: da amici, da complici. «Vivete i vostri figli, ogni minuto. A discapito del lavoro e degli hobby. Lasciateli liberi, ma non soli. Abbiate anche la forza di riprenderli, quando è il caso. Viveteli - ripete Achille - perché non c'è nulla di certo in questo mondo». Forse, solo la forza dell'amore. Roberto Longoni

PARLA LA MADRE DI VIRGY

Per anni si è guardata allo specchio senza vedersi. Forse perché nel riflesso avrebbe dovuto trovare anche la figlia perduta. A maggior ragione ci sarebbe ora, Virgy, immaginandola viva a ventisette anni: libera dal bozzolo della ragazzina. «Invece - dice la mamma - ti guardi e non riconosci nemmeno più te stessa. All'improvviso non sei più madre e non hai neppure un termine che ti definisca».

Scuote il capo, Isabella Calestani. Cerca le parole con calma. E, alla fine, che «la felicità non esiste più» lo ammette con un sorriso. Già: distribuisce allegria e dolcezza e si muove con l'eleganza naturale di chi è in sintonia con il mondo. Ma quel che ha dentro lo sa lei. E lo affronta con il coraggio di chi va avanti per sé e per la figlia che non c'è più. «Vivo con lei addosso. Continuo a pensare a come commenterebbe qualsiasi cosa. Sopravvivi a mia figlia... Te ne dai un po' sempre la colpa. Il tempo? Serve solo a a farti capire che non ci sono altre strade, anche se tutto questo è inaccettabile. Dopo dieci anni sono ancora qui a chiedermi se sia davvero successo quel che è successo. Sono qui a fare il punto nave, a cercare conforto negli amici veri, nella natura e nella musica. La natura è talmente bella e perfetta che ti avvicina a Dio. E così la musica». E tutto ciò che è bello e muove energia parla anche per Virgy.

Non c'è più un «noi», nella storia tra Isabella e Achille Fereoli. Era la figlia a rappresentare anche quel «noi». Come spesso accade, il dolore ha diviso. Padre e madre si sono ributtati a capofitto nel lavoro. Lui al Pane e Salame di Felino, lei al ristorante Parmigianino al Barilla center. «In questi dieci anni avrei voluto fare qualcosa per chi ha dovuto affrontare quel che è toccato a me, ma non ci sono riuscita» ammette, quasi chiedendo scusa.

Per un po', lei ha preso il largo: ha trascorso periodi in Sicilia e all'estero, da cugine che hanno figli piccoli. «Un po' mi è servito» racconta. Via da Parma. E ancora di più da Felino, dove la camera della figlia è rimasta la stessa, immobile e svuotata dalla vita. «Penso a quanto invece sarebbe cambiata, se ci fosse ancora Virgy. Allora, le amiche mi chiesero qualcosa di suo, per ricordo. Non demmo nulla. Ora forse lo farei». Le amiche. Alcune sono scomparse, altre si fanno sempre sentire («è soprattutto a vedere loro che mi accorgo come il tempo sia passato: la vita continua, per fortuna»). Alcune, forse, tengono ancora qualcosa dentro di sé: qualche segreto che non sempre si racconta a una madre. «Continuo a chiedermi perché, continuo a essere in cerca di risposte: è troppo dura anche convincersi che non ce ne siano».

Stefano Rossi, Isabella Calestani l'ha visto per la prima volta in una fotografia. Quando era già troppo tardi. «So che non era nemmeno nella compagnia di mia figlia». Solo in un secondo tempo scoprì che Virgy parlava di lui la domenica mattina nella quale s'era così agitata, leggendo i messaggi sul cellulare. «”Delle persone di Felino dalle quali è meglio stare alla larga hanno aggredito Paolo in discoteca ieri sera” mi raccontò».

Paolo era il ragazzo con il quale la diciassettenne era rimasta amica, dopo essersi lasciata tre o quattro mesi prima di quella sera. E tra quelle «persone di Felino» c'era anche Rossi. Quel che c'è oltre la porta di casa, spesso un genitore può solo immaginarlo. Virgy, più matura dei suoi diciassette anni, alle raccomandazioni di Isabella rispondeva con un «mamma, ma io ci tengo alla mia vita». Lo dimostrava anche con i fatti. Purtroppo, può bastare un errore per non avere altre occasioni. E tutto crolla addosso a chi resta. «Quando accadono cose di questo tipo, si dovrebbe essere accompagnati e protetti: puoi andare a catafascio. Speri in un abbraccio e invece vieni circondato dall'indifferenza o dalla morbosità. All'estero ci sono associazioni che aiutano i parenti delle vittime della violenza. Io, invece, in questi anni ho incontrato tanta insensibilità e ignoranza». E spesso è da chi non te l'aspetti che vieni sorpreso con la necessaria dose di umanità.

«Ripenso allo spettacolo nel teatro di Busseto: un'iniziativa stupenda realizzata dalle associazioni di danza di Parma e Piacenza per le donne vittime di violenza. Una coreografia è stata dedicata anche a Virgy, dopo che ci avevano chiesto il permesso nel luglio scorso. Ero presente allo spettacolo del pomeriggio e, se non fosse stato per la febbre, sarei stata lì anche alla sera». E' soprattutto questo il «monumento» che Isabella Calestani vorrebbe per la figlia. Un ricordo vivo, che sia un monito perché non accadano più tragedie come questa. Qualcosa che respiri. «Che parli e abbia senso per tutti. Anche se un senso in questa storia non c'è».

Chi sarebbe ora Virgy, che strada avrebbe preso, se avesse ventisette anni? «Allora le sarebbe piaciuto diventare archeologa. Ma era così giovane...». Isabella sorride ancora, e non si può sapere quanta tristezza sia dentro quel sorriso. «So quel che è: il mio primo pensiero del mattino e l'ultimo della sera». rob. lon.

PARLA IL FRATELLO DEL TASSISTA

E' il Salvarani che ha continuato. A vivere, a soffrire, a impegnare la memoria per difendere i morti dall'oblio e i vivi dalla paura e dalla malattia. Lui ha continuato: per sé e per Andrea, le mani sul volante di un taxi solo sei mesi dopo che il fratello minore proprio su un taxi era stato ucciso. Roma 63 sulla scia di Olbia 79.

Il testimone raccolto, la strada proseguita, fino alla pensione, nel febbraio scorso. «A una delle prime corse, nel settembre del 2006, presi a bordo una signora. ”E' un Salvarani che va avanti” esclamò. Che cos'avrebbe potuto dirmi d'altro?».

Dieci anni andando avanti, con le unghie del passato piantate nelle spalle. Sempre il medesimo dolore, non attenuato dal tempo, ma reso più definito e chiaro. «Cambia solo la posizione - spiega Paolo Salvarani -. E' come un ascensore che va su e giù: a volte è due piani sotto terra, a volte invece ti sovrasta. Ma il peso rimane lo stesso». Semmai ci si può liberare dall'odio e dal desiderio di vendetta, da ciò che non è nella tua pelle. «Fin da subito ho cercato di non essere vittima della figura di Stefano Rossi. E' stato il mio modo di limitare i danni. Che cosa ho provato alla notizia della sua fine? Niente. Né sollievo né compassione». Ma la morte (per di più così assurda) di un fratello ti appartiene eccome. «I primi tempi immagini che sia in viaggio, ma la sua sedia vuota a ogni Natale, a ogni festa, ti ricorda che non è così». Ti sforzi di non pensarci, e già questo ti obbliga a tornare lì con la mente. Non c'è scampo. Come non c'è via d'uscita da domande che per Salvarani rimarranno senza risposta, anche se la legge il suo cerchio l'ha chiuso. Una su tutte: «Rossi era davvero solo, quella notte?»

Uscirci, da quella notte.

Per Andrea Salvarani tutto cominciò a precipitare con uno squillo di telefono alle 23,30 del 28 marzo. «Lui era impegnato nel turno 9-24, in stazione. Deve aver risposto pensando che sarebbe stata l'ultima corsa della giornata. Furono gli ultimi chilometri della sua vita. E' morto sul lavoro: una morte bianca». L'ultimo dei colori che verrebbe in mente. A chiamare era una ragazza, da piazza Garibaldi. Ma Roma 63 non arrivò mai. «Credo che Rossi sia salito a bordo al semaforo della Ghiaia, dirottando mio fratello. E infatti qualche minuto dopo la cliente richiamò chiedendo perché non arrivasse nessuno: dovette partire un altro taxi». Se davvero è andata così, Salvarani ha guidato incontro al proprio destino a occhi aperti, sempre più consapevole.

«Secondo me, si accorse fin da subito di essere in pericolo. E non morì sul colpo - prosegue Paolo -. Il proiettile gli entrò dallo zigomo per uscire sotto l'orecchio opposto, senza aver toccato il cervello. Andrea fu lasciato agonizzante nel fossato dalla parte opposta della strada. E una cosa non è chiara: perché le tracce di sangue sono prima da trascinamento e poi da sgocciolamento? Tirato fuori dalla Skoda, venne sollevato. Bisognava essere in due, per farlo: pesava una novantina di chili». Secondo Salvarani e secondo una coppia ferma sulla piazzola dell'Agip con un camper in panne, Rossi a Fiorenzuola arrivò «al volante di una Peugeot 206 grigia con i cerchioni bianchi, un'ora e mezza dopo il taxi, alla cui guida c'era uno sconosciuto dal fisico palestrato». Se ne parlò al processo, ma non si approdò mai a nulla.

Ma a riemergere non sono solo domande senza risposta. Ci sono ferite nella ferita. Come quella legata alla questione del porto d'armi. «I carabinieri di Felino erano contro il rilascio - prosegue Paolo -. Conoscevano quel ragazzo, dal passato difficile e turbolento. Bastò un ricorso al Tar, perché non si tenesse più conto di niente. Senza parlare del certificato medico. Su richiesta della madre, Rossi era stato preso in carico dal Centro igiene mentale per 10 mesi. Be', il dottore che stilò il certificato richiesto per la seconda volta dalla questura, che aveva forti perplessità, non lo sapeva. Prima la privacy, poi la vita». Bastarono 13 giorni, perché quel porto d'armi diventasse licenza d'uccidere. «A Rossi non andò storto niente - scuote il capo Salvarani -. Girò con il suo arsenale nello zainetto fin dal mattino. Al bar a Felino glielo nascosero per fargli uno scherzo. Lui s'infuriò. Se solo a qualcuno fosse venuto in mente di guardarci dentro...».

A rimettere insieme tutti i tasselli della tragedia c'è da impazzire. E allora ci si aggrappa alla foto di un fratello minore che non invecchierà mai. Lo sguardo scorre sul ricordo degli amici letto durante la messa celebrata da don Umberto Cocconi, a un mese dall'omicidio. «Garbato e sorridente, pignolo, entusiasta e chiacchierone. Brava persona, provetto sciatore, appassionato velista, amante delle moto e del tennis, curioso e sempre informato su tutto, amico onesto, uscito dalla vita, ma non dalla nostra vita». In questi dieci anni, Paolo ha scoperto la tenacia dell'amicizia. E la volgarità dell'indifferenza. «Avevo eretto una piccola lapide nel luogo in cui è stato trovato il cadavere. Il Comune di Collecchio aveva subito dato il consenso. Peccato che alcuni non fossero della stessa idea. Era l'angolo in cui lasciavano i bidoni dell'immondizia: hanno continuato a farlo. Ho lottato contro erbacce e rifiuti: dopo quattro anni ho fatto togliere la lapide».

Da allora c'è solo quella al cimitero. «Una volta che ho tardato una visita, Andrea è comparso in sogno a dirmi: “E' tanto che non vieni a trovarmi”». Ma ci sono soprattutto i «monumenti» viventi. «Con i 15mila euro della vendita della Skoda - ricorda Paolo - abbiamo avviato la raccolta fondi in memoria di Andrea e Virgy per l'acquisto del centro mobile di rianimazione. Mi sono battuto perché si mettessero le telecamere sui taxi. So che mio fratello avrebbe fatto altrettanto: era uno sempre all'avanguardia». Uno andato avanti. «Me lo immagino fermo a un semaforo, il gomito appoggiato alla base del finestrino del taxi. Sorridente, lo sguardo fisso di fronte a sé». Roberto Longoni

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  • Vercingetorige

    27 Marzo @ 19.53

    Che brutta notte ! In "Gazzetta" , giustamente , sono arrivati in Redazione la mattina dopo , quando tutto era compiuto, ma , durante la notte , le notizie che arrivavano dalle Centrali Operative di Carabinieri e Polizia erano agghiaccianti ! Non aveva senso ! Non aveva senso !

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