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Seba, il piccolo principe volato in cielo

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Roberto Longoni

Ora avrebbe diciotto anni. Sarebbe più alto di decine di centimetri e quasi di certo avrebbe i capelli più corti. Lentiggini a parte, il volto sarebbe su per giù lo stesso: ai piccoli principi sorridenti anche il tempo fa un inchino, conservando i lineamenti degli eterni ragazzi. Studierebbe da geometra e sognerebbe quello che sognano i ragazzi. Discorsi nel condizionale da tragedia.

Sebastiano Azzali è morto quattro anni fa oggi, il giorno dopo essere stato investito da un'auto all'incrocio tra ponte Dattaro e via Du Tillot. Da allora, la sua mountain bike screziata di giallo e marchiata dal rosso del muso di una Maserati è nel deposito della Polizia municipale, in via del Taglio. Vuoto per sempre il sellino, si è fatta troppo pesante perché la si possa riportare a casa. L'incrocio è come allora, uno dei più pericolosi di Parma. Un semaforo che detta le precedenze su quattro strade, due delle quali sfalsate, le altre due a grande scorrimento. Solo lungo viale Rustici qualcosa è cambiato. Della fila di tigli sul lato sinistro della strada (guardando la montagna) un unico albero è rimasto. Al tronco sono legati fiori di plastica e una targa. «Su questa strada Konrad Sebastiano, un Piccolo principe, partì per tornare sul suo pianeta» vi si legge. Il ragazzo pedalava da ponte Dattaro: centrato dall'auto, fu sbattuto ai piedi della pianta. Dopo 11 metri di volo e altri otto di rimbalzo, stando alle conclusioni del perito della famiglia (l'ingegner Vincenzo Boscolo, uno dei principali esperti del settore, che ha presentato uno studio di 72 pagine sull'incidente). Controverso è il punto preciso dell'impatto, e controverse sono le conclusioni degli altri periti. Così come sulla velocità: chi dice che l'auto andasse ai 38 all'ora, chi tra i 70 e gli 80. Secondo una prima ricostruzione, l'uomo alla guida avrebbe raccontato di essere passato con il giallo. Gli amici della vittima e altri ragazzi, che si trovavano sull'altro lato della strada, avrebbero detto che Seba aveva imboccato l'incrocio con il verde. Chiarezza su questa tragedia non è ancora stata fatta. La causa, archiviata in un primo tempo, è stata riaperta dopo una lunga battaglia: una prima udienza, il 15 gennaio del 2015 si è chiusa con un rinvio al 23 settembre di quest'anno.

Quel tiglio è finora uno dei pochi punti fissi nella tragedia. Un monumento vivente alla memoria. «Ringraziamo il Verde pubblico per non averlo tagliato» dicono il padre Andrea e la madre Elisabetta Pennacchi. Almeno questa ferita è stata loro risparmiata, in un'esistenza che continua a essere un susseguirsi di giorni dopo quel giorno. «Mi sento in colpa per avergli fatto fare quelle migliaia di chilometri per portarlo a morire qui» mormora ora la madre. Mentre il padre ripensa alla richiesta di Seba, di uscire di casa un quarto d'ora prima. «Se l'avessi lasciato andare, ora forse ci sarebbe». Come se la morte non si misurasse in attimi. Se l'erano conquistato, quel figlio, Andrea ed Elisabetta. Sono entrambi educatori-pedagogisti. «Ci lavoravamo, con i figli degli altri: certo che ne volevamo di nostri» dice lei, madre anche di Johnatan, avuto da un precedente matrimonio. Di solito, un bambino lo si aspetta nove mesi: loro lo cercarono per quattro anni, pronti anche per questo a dargli il bene che si vuole al proprio sangue. Documenti, colloqui e viaggi su viaggi in Polonia, fino a tornare, nel febbraio del 2008, con lui e la sorellina Alessandra. Il nome polacco, i bambini lo lasciarono dietro di sé, varcata la frontiera. Konrad divenne Seba. Lei e la sorella furono anche ribattezzati, giusto per inventare l'occasione per una festa. Per crescere i ragazzi, Elisabetta lasciò il lavoro e il marito (che è anche geometra) smise di aiutare un fratello al pomeriggio. Il lavoro, lei non lo ha più ripreso. Troppo pesante il trauma. Che ne ha provocato altri a catena, più o meno visibili. «Sono inciampata, mi sono rotta il bacino e altre ossa» ricorda. Andrea per un anno è stato via di casa. Specchiarsi nel dolore della moglie non faceva che moltiplicare il suo. Alessandra, fino a quando le sono andati bene, ha continuato a indossare solo i vestiti del fratello. «Chissà che faccia farebbe a vedermi più grande di lui?» si chiede lei, ora 17enne. Genitori a tempo pieno, Elisabetta e Andrea hanno almeno la consolazione di aver moltiplicato il più possibile gli attimi con il figlio. Dal calcio al rugby (il padre giocò anche in Nazionale), alla vela: Seba provò un po' tutti gli sport. «Tranne l'equitazione, perché temevo potesse cadere dall'alto di un cavallo» ricorda la madre. Alla fine, salì su una moto da cross con il numero 168. «Cifre della sezione aurea» spiega il padre. Intanto, in via Paolo Veronese, cresceva una villetta che ora sembra una casa delle fate, ma è anche un simbolo del tradimento del destino. Tre piani: troppo grande, da quando lui non c'è più. Gli Azzali vogliono venderla. Era felice, Seba: quel 26 aprile come gli altri giorni. E questo rincuora e fa più male ancora. «Stai attenta» disse alla sorella che lo seguiva dietro due altri amici, imboccando l'incrocio. Furono le sue ultime parole. «E' morto volando, nostro figlio» mormora Elisabetta. Seba venne intubato. Furono le macchine della Rianimazione a respirare e a far scorrere il sangue per lui. Si pregò per un miracolo che non venne: il giorno dopo, tutto si spense.

Avrebbe 18 anni, il Piccolo principe venuto da un altro Paese e forse da un altro pianeta. Ora ha 16 anni la ragazza di Roma nel cui petto batte il suo cuore. I bambini napoletani che hanno ricevuto i suoi reni ne hanno dieci. Il torinese al quale ha donato il fegato ne ha venti. Seba non ha smesso di crescere.

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