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Il preside Eramo

«Così cambierei la scuola»

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Il preside dell'istituto comprensivo Sanvitale-Fra Salimbene, Pier Paolo Eramo, si racconta e spiega i suoi progetti per la scuola. Tecnologia in classe, rapporti con le famiglie, bonus agli insegnanti, ma anche capitoli di vita personale: una lunga intervista per «la Parma che vorrei».

Anna Maria Ferrari

E' la scuola dell’obbligo più tecnologica di Parma. 1060 studenti, 42 classi e 42 lim, gli schermi 2.0 con accesso a internet, i computer che hanno spazzato via lavagna e gessetti. Eppure un cartello appeso sulla porta d’ingresso dell’istituto comprensivo Sanvitale-Fra Salimbene in borgo Felino avverte: «Keep calm and no cell phones». E il preside, Pier Paolo Eramo, è stato il primo in Italia a pubblicare sul sito della scuola le chat degli studenti, alzando il velo sugli episodi di cyber bullismo. Cinquant’anni («Li compio oggi, sembra di fare bilanci»), torinese di genitori meridionali («Torino? Città in movimento, che sa costruire»), Eramo riflette: «Ci siamo ubriacati di tecnologia. Abbiamo pensato: riempiamoci di ferraglia hi-tech e questo automaticamente migliorerà il sapere e la vita degli alunni. Invece no, il tablet in classe non basta. Cambi tutto solo se hai un progetto didattico. Il rischio oggi è perdersi nella procedura, smarrire il fine».

Nella sua scuola c'è la lavagna interattiva multimediale in ogni classe: è una svolta?

La lim è la base. Come dire: vado in albergo e c’è la televisione, vado in classe e c’è la lim. Però ripeto: quello che conta è cosa vuoi fare con gli strumenti. Altrimenti c’è il rischio di perdersi nel manuale delle funzioni e smarrire il senso di quello che si fa.

Gli alunni arriveranno col tablet nello zaino?

No. C’è un problema di accesso. Se io dicessi, domani portate il tablet, arriverebbero gli studenti con l’ultimo modello e quelli che non hanno nulla. Non si possono introdurre queste disparità. Ma non è solo questo. Il nostro ruolo è dare la prima infarinatura. Senza fissarci su un modello. Dobbiamo insegnare tante lingue: quella del libro di carta, del cartellone, del disegno dei pastelli, della lim, del tablet, del pc. Mai dire: adesso sostituiamo il libro e prendiamo tutti il tablet. Può diventare un buco nero che inghiotte le persone.

A quale età si può usare tecnologia in classe?

La misura è un mix di approcci con alcuni sbarramenti. Alle elementari se ne può fare a meno, nei primi due anni la lim va bene per guardare i cartoni animati o ascoltare musica. L’uso squilibrato di uno strumento determina l’incapacità di usarne altri. E certe volte bisogna dire no, basta: in prima elementare il tablet non serve. Uno deve fare altre cose, deve disegnare, giocare, andare al parco. Altrimenti si rischia l'abuso di tecnologia: c'è una regressione psicomotoria - per il tablet si usa un solo dito sullo schermo, scrivere in corsivo è un lavoro più complesso, di precisione - e ne risente la capacità di concentrazione. Il tema allora è mostrare la varietà del reale, perché il tablet non diventi l’unico mediatore culturale tra me e il mondo.

Che peso hanno avuto i modelli dei genitori nelle sue scelte di vita?

Vengo da una famiglia povera, immigrata a Torino. I napuli, i terroni, ci chiamavano. I miei nonni erano di Gioia del Colle, mio padre è nato a Rivoli, parlava pugliese e piemontese. L'italiano l'ha imparato a scuola. Lui era bi-dialetto. Ha iniziato a lavorare in fabbrica a 12 anni. Era dipendente di un’azienda che faceva impianti per la telecomunicazione. Studiava di sera, è diventato caporeparto. Aveva una piccola officina in casa. Era una figura rinascimentale, umanista-tecnico-scienziato. Mi ha insegnato la voglia di viaggiare, la curiosità. L'autostima. Mi diceva: devi cavartela da solo.

Quanto è stata importante la scuola?

Fondamentale. I miei mi ripetevano che non avrebbero potuto aiutarmi dal punto di vista delle conoscenze, dei rapporti. La scuola era la mia occasione. Ho fatto il liceo classico a Rivoli, l'università a Pisa. Sono andato al liceo come un operaio va alla Fiat: alla catena di montaggio, dovevo produrre tanti pezzi e non sbagliare mai. Avevo questa specie di autocensura. Ho sempre studiato, ero un secchione. Magari ho tralasciato qualche parte di me ... però dopo ho recuperato. Alla fine, mi piacevano molto latino e greco. E li ho scelti all’Università.

A 18 anni ha spiccato il volo.

Mio padre un giorno sfogliando La Stampa ha visto un articolo sulla Normale di Pisa. Perché non provi?, mi ha chiesto. Troppo difficile, ho detto. Lui: andiamo. Siamo scesi insieme a fare il concorso, ho fatto la prova scritta, l'ho passata, ma non volevo presentarmi all'orale. E lui non ha mollato: vai, poi prendiamo la fiorentina più grossa che tu abbia mai visto. Così mi sono gettato. Ce l'ho fatta. Lettere classiche. Sono una strana congiunzione tra la morsa e i papiri greci. Sono stato a Pisa quattro anni. Da lì è partito il mio sradicamento.

Qual è la prima regola per un bravo insegnante?

Se vuoi insegnare, devi occuparti dell'apprendere. Svestirti di tutte le rigidità accademiche. Non devi dire: oggi ho insegnato questo. Ma chiederti: cosa hanno imparato loro?

Com'è arrivato a Parma?

Per amore. Insegnavo latino e greco a Oulx, 3000 abitanti nell'Alta Val di Susa. Ho fatto un concorso per insegnare all'estero, l'ho vinto, sono finito all'Asmara per un anno. Lì ho incontrato una donna, parmigiana. Una bella storia. Avevo deciso che non sarei più tornato in Europa. Volevo lavorare nella cooperazione internazionale: così sono andato in Mali, coi tuareg, per due anni. Sarebbe stato l'inizio di un cambio di lavoro. Ma ero innamorato. Ho chiesto il trasferimento a Parma: al primo colpo ce l'ho fatta. Un segno divino. Dopo tre anni d'Africa sono atterrato al liceo Ulivi. Uno choc. Ho imparato quella bella parola parmigiana che è strajè. Arrivare a Parma, abitare in via Repubblica e insegnare all'Ulivi. Dal deserto africano. Ho fatto molta fatica a tornare nei ranghi.

Le piace questa città?

Ora sì. Ma subito l'ho trovata chiusa, provinciale, a gruppi. E' come se in ogni momento dovessi esibire il pedigree: chi sono i tuoi amici, chi sono i tuoi parenti. E ho sempre trovato una contraddizione tra una città che è internazionale, colta e popolare, operosa nei fatti, per le sue aziende, la sua storia, la sua cultura. Ma al tempo stesso troppo esteriore e autoreferenziale nell'immagine che mostra di sè. Insomma, una città complessa. Ho fatto molta fatica a inserirmi. Sono diventato davvero cittadino di Parma quando ho iniziato a fare il preside. E poi oggi il clima è molto diverso da dieci anni fa.

Che cosa le hanno insegnato le esperienze all’estero?

L' attenzione per le culture differenti. L'estero per me non significa andare fuori dai confini dell'Italia. Qualche volta sento più straniero il mio vicino di casa e meno il collega che ho incontrato a Lione o in Mali.

Dopo l’aggressione da parte di un genitore a una preside di Milano, i dirigenti scolastici hanno scritto una lettera aperta al ministro dell’Istruzione. Si lamentano di essere in prima linea, abbandonati dallo Stato. Lei è d’accordo?

Se penso ai miei genitori, non avrebbero mai osato alzare la voce con un mio docente. Per motivi di rispetto e gerarchia sociale, per cui la maestra rappresentava un ordine che poi si rispecchiava dentro la famiglia e anche in strada, e di cultura. Quindi da questo punto di vista le cose sono migliorate. L’aspetto negativo ha a che fare con l’opposto. Oggi viviamo in un mondo orizzontale, dove tutti siamo uguali, non ci sono regole e soprattutto non c’è più nessuno che le incarna. Non solo tu non rispetti più la regola, ma anche la persona che rappresenta quell’istituzione non significa più nulla: anche lui può essere un amico di Fb. E una società orizzontale ha legami molto deboli con una gerarchia sparita e dove non c’è più la legge del padre. Con la P maiuscola, che fosse il padre, il prete o il maestro è uguale, oggi tutto è discutibile.

Come sono i rapporti genitori-scuola?

I genitori mettono in discussione la scuola, ma perché loro stessi sono messi in discussione e si sgretolano di fronte al figlio che comanda. Il bambino spesso è tiranno e il genitore si è indebolito. Spesso ci troviamo davanti a genitori che fanno fatica a interpretare il loro ruolo, cercano l’approvazione dei figli invece del contrario. Il fallimento del figlio lo senti tuo, quindi vai a protestare. Lo viviamo ogni giorno. Basta dare un voto di meno di quello che si aspetta.

Cosa pensa della valutazione degli insegnanti?

Sono d'accordo col principio. Ma penso che sia stata sbagliata la realizzazione: troppo affrettata.

E del bonus che il preside deve distribuire tra i docenti meritevoli? 23mila per ogni scuola.

Oggi non sappiamo ancora quanti soldi avremo. Non sono 23mila, quella è una cifra media, un calcolo fatto dal ministero. Di certo deve tradursi in una somma dignitosa per i docenti. I criteri li abbiamo pubblicati un mese fa. In quest'anno di sperimentazione dobbiamo essere i più giusti possibile, fare il minor danno. Ma il punto è un altro. A noi presidi danno il malloppo e ci dicono: distribuitelo. I criteri sono stati approvati da un comitato, ma l'unica responsabilità è nostra. Ci hanno dato in mano una pistola, e ci hanno detto sparate, ma senza che noi sapessimo usarla.

Anche i presidi saranno valutati: è d’accordo?

E' fondamentale, non si può non valutare i dirigenti scolastici. Io non ho paura, dico che la scuola è un’azienda a fini pubblici. Azienda nel senso di un sistema organizzato ed efficiente: a fini pubblici. Questa è la differenza fondamentale, non serve a far soldi, serve a costruire teste. Le grandi scuole innovative sono quelle dove c’è una grossa coesione, un progetto comune. E si va avanti assieme: non possiamo più permetterci di andare ognuno per conto proprio.

Ma qual è il fine, la sfida ultima?

Parlo della mia scuola. Siamo in un quartiere strano, vedo la coesistenza di famiglie molto benestanti con altre poverissime. Allora la sfida è che la scuola ritorni ad essere, come lo è stato per me, figlio di immigrati, un luogo di eliminazione delle disuguaglianze. Un posto in cui tutti siano messi nelle condizioni di tirar fuori le proprie potenzialità. Purtroppo questa è davvero una sfida. Chi entra in difficoltà, troppo spesso esce in difficoltà.

Come si fa integrazione vera?

C’è una bella poesia di Verlaine sull’impero romano alla fine della decadenza. Ci sono i romani nei palazzi ravennati che compongono poesie bellissime, mentre i barbari accorrono e conquistano Roma. Ecco, io penso che non dobbiamo fare così. Penso che dobbiamo in qualche modo tornare barbari. Anche noi. Cioè riconquistare quella capacità, quella spinta in avanti. La sfida la vedo lì. La scuola ne è il cuore. O tiriamo su i muri, il che porta a guerre, distruzioni, disumanità. Oppure siamo capaci di aprire la porta, far entrare le persone e costruire con loro un processo di sviluppo diverso, che serva a tutti. Penso che non si esca da questa alternativa. Se no, a un certo punto, il muro è travolto. Ci sono molti studi su Paesi che sono riusciti attraverso la scuola a vanificare l’impatto delle differenze sociali. E dobbiamo farlo anche noi.

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