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«Noi, in Sicilia per dare identità ai corpi dei migranti»

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E' partita questa mattina all'alba da Parma, diretta a Melilli, una squadra dell'Unità di Medicina Legale dell'Università. In un hangar in una base militare lavoreranno al riconoscimento dei corpi delle centinaia di migranti morti nel Canale di Sicilia il 18 aprile 2015: la più grave tragedia del mare «nostrum» dal 1945 ad oggi.

La sveglia all'alba, il bus navetta che li porterà fino all'hangar refrigerato nella base della marina militare italiana, e poi 12 ore di lavoro filate al giorno per mettere la scienza a disposizione della pietà.

Della pietà e della dignità perduta da centinaia di uomini e donne annegati nel canale di Sicilia il 18 aprile 2015: fantasmi con quel che resta di un corpo, migranti che fino ad oggi insieme all'identità hanno visto scivolare via la possibilità dell'abbraccio – l'ultimo, quello che riporta a «casa» – delle loro famiglie.

E' partita questa mattina per Melilli, in Sicilia, la squadra dell'Unità di Medicina legale dell'Università di Parma formata dalla direttrice Rossana Cecchi, da Edda Guareschi, dallo specializzando Antonio Banchini e dal tecnico Giovanni Lanzi. Per cinque, lunghissimi giorni saranno in missione umanitaria per aiutare nel riconoscimento delle vittime di quella che è considerata la più grave tragedia del mare «nostrum» dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

E' stato l'Alto Commissariato per le persone scomparse a richiedere agli atenei italiani, attraverso il Ministero, di mettere a disposizione i propri istituti di medicina legale. Parma ha detto subito sì, fornendo ai suoi volontari i materiali necessari e il contributo per il viaggio e il pernottamento. «Sono circa una decina le Università coinvolte, ci vorranno presumibilmente due mesi di lavoro - spiega Cecchi . Daremo il cambio alla squadra dell'Istituto di Ferrara, col quale siamo consorziati e che è guidata da Rosa Maria Gaudio, e un altro nostro gruppo partirà probabilmente a settembre. I corpi sono tantissimi».

I corpi. Quelle poche decine che il mare ha restituito. E le centinaia che ha voluto restituire lo Stato italiano: recuperando il barcone diventato prima speranza, poi trappola e infine bara collettiva in fondo al mare. «Saremo impegnati nei rilievi antropometrici, ossia le misure fisiche e biologiche dei corpi, nel prelievo di una porzione di osso, di dente e di capelli, ma anche nella ricerca e nella descrizione degli effetti personali: documenti, se mai qualcuno li avesse avuti, collanine, vestiti. La descrizione dei vestiti, ad esempio, è molto importante».

Le parole inevitabilmente «fredde» e precise della scienza si mescolano ai brandelli drammatici della tragedia. «Chi era fuori, al freddo della notte, era ipervestito. Ma i centinaia che, secondo i sopravvissuti, erano stati stipati e rinchiusi nella stiva, potrebbero essersi tolti degli indumento per il caldo infernale. Questo ci farebbe mancare un elemento prezioso: è attraverso quelli, spesso, che avviene il riconoscimento delle famiglie», continua la direttrice dell'Istituto di medicina legale.

«Con che spirito partiamo? Prima di tutto con uno spirito umanitario, poi di servizio. Istituzionale, anche: ce l'ha chiesto Renzi. E infine di esperienza scientifica: per gli specializzandi sarà qualcosa di unico, immagino». «In effetti dal punto di vista professionale è un'esperienza paragonabile probabilmente a un disastro di massa come uno tsunami, con l'impossibilità di effettuare i riconoscimenti al chiuso di un istituto», racconta Edda Guareschi, che a settembre scorso era a New York per collaborare all'identificazione dei resti ancora senza nome delle vittime dell'11 settembre.

«Si trattava di sconosciuti allora e si tratta disconosciuti oggi - prosegue - ma so che se qualcosa di simile dovesse capitare nella mia città sarebbe sicuramente molto pesante dal punto di vista psicologico. E' per questo che provo grande vicinanza a chi in questo momento sta vivendo drammi simili nel mondo». Una grande pietà umana, la definiscono.

«Vede - riprende la direttrice Cecchi - noi medici legali puntiamo così tanto sulle identificazione perché siamo spinti dall'etica della restituzione dei resti umani alle famiglie. Vengo da anni di colloqui coi parenti e anche chi ha un morto in famiglia lo sa: è fondamentale per metabolizzare un lutto, chiudere un capitolo».

In questo caso sarà importante anche ciò che accadrà dopo. Secondo le intenzioni, l'altra parte dell'operazione umanitaria è forse quella più complicata. Quella che prevede- appunto - la ricerca delle famiglie: di chi a quei resti «riconosciuti» potrebbe davvero dare anche un nome, una storia e una sepoltura «del cuore». Famiglie sparse tra Medio Oriente e Africa, e forse ancora impegnate a fare esercizio di speranza al di là del mare.

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  • Oldsailor

    20 Luglio @ 11.39

    Ma ne vale la pena? E chi paga? a quale scopo? Il mare prende e il mare da; la loro bara doveva starsene la sotto! Ma pensiamo davvero che a qualcuno importi qualcosa di questi morti?

    Rispondi

  • gigiprimo

    20 Luglio @ 06.50

    vignolipierluigi@alice.it

    Per questa 'equipe' sara' una esperienza campale, ma che importanza avra' al fine pratico questi riconoscimento e chi paghera' le spese se non il solito 'pantalone'? Anche se ee' l'Europa che paga, alla finesiamo semprenoi a pagareanche le spese per 'girare' per mare a raccoglierli. Sarebbe stato piu' giusto organizzare trasporti dai porti libici ,che fare i buoni samaritani!

    Rispondi

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