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Calcio, la truffa dei falsi sponsor

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Si presentano in giacca e cravatta, con parlantina sciolta e ben preparati sulla realtà del calcio locale. A parole propongono sponsorizzazioni alle squadre di seconda categoria, ma nei fatti mettono a segno truffe da decine di migliaia di euro.

Andrea Del Bue

Mirano ai pesci piccoli, puntando alla quantità e facendo leva sul loro bisogno di soldi. E’ in atto a Parma quello che ha tutte le caratteristiche di un tentativo di truffa ai danni delle società calcistiche dilettantistiche del nostro territorio.

Un’azienda promette una sponsorizzazione sportiva alle società di seconda categoria (la penultima serie federale), pretendendone il 70 per cento indietro in contanti; quando è il momento di formalizzare l’accordo, con tanto di contratto firmato e di consegna del dovuto, la società ci rimette i contanti, mentre l’assegno circolare, consegnato a banche chiuse, si dimostrerà falso.

La denuncia è partita dal portale emiliagol.it e il comitato regionale della Figc si è subito preoccupato di mettere in guardia le società del territorio, invitandole a non fidarsi. A spiegare come funziona, è il presidente di un club della nostra provincia, iscritto al campionato di seconda categoria, che preferisce mantenere l’anonimato. Parla solo lui, ma è certo che siano state diverse le società contattate con lo stesso metodo e dalle stesse persone.

Il dirigente viene contattato dall’«azienda» sul telefono cellulare: niente di più facile, visto che negli elenchi federali delle squadre iscritte ai vari campionati, scaricabili dal web, ci sono praticamente tutti i numeri. Subito viene proposta una sponsorizzazione sportiva: nome sulla maglia, striscioni sul campo, abbigliamento sportivo. L’interlocutore si presenta come un uomo di una ditta di Roma, che si occupa di computer e accessori informatici.

E qui, dovrebbe sorgere il primo dubbio, visto che è difficile che imprese non del territorio abbiano interesse a sponsorizzare realtà così piccole. Tuttavia, il budget medio di un club di seconda categoria è di circa 30mila euro all’anno, quindi si è alla continua ricerca di risorse e ogni pista pare subito buona.

Si fissa un appuntamento, in un ufficio di via Emilia Est, di quelli che si prendono in affitto per pochi giorni: altro sospetto. Si inizia a parlare di soldi. Per tutti, la stessa offerta: 20mila euro all’anno, per due anni con opzione per il terzo. Tanti soldi, al buio, senza conoscere storia, giocatori e ambizioni della squadra. «L’uomo che hai di fronte, si presenta bene: vestito di tutto punto, informato e competente – spiega il massimo dirigente del club -, oltre che una favella sciolta e affascinante. Oltre ai soldi, per quanto mi riguarda, mi ha parlato anche di maglie, striscioni e tablet da mettere come premi per alcuni tornei che organizziamo durante l’anno».

Sembra oro quello che luccica. Anche l’accordo verbale, per cui il 70 per cento (quindi 14mila di 20mila) deve tornare all’azienda in nero, sotto forma di contanti, non fa scalpore: è una pratica, anche se magari con importi e percentuali differenti, non sconosciuta al mondo dello sport dilettantistico e in voga soprattutto fino a qualche anno fa. «L’uomo dell’azienda mi ha detto che avevano bisogno di cash per dare delle mazzette, visto che lavoravano soprattutto con il mondo della scuola – spiega il dirigente del club -. Comunque, alla luce della cifra, abbastanza alta, abbiamo concordato quattro tranche – spiega il dirigente del club -: cinquemila al club, con assegno circolare, al momento della consegna a questa persona di 3.500 euro in contanti. Io sono andato a parlare con quest’uomo, perché poteva essere un’opportunità, ma più si andava avanti più capivo che avrei potuto essere fregato. Quindi ho capito che era meglio lasciar perdere. Lui, però, mi ha detto che hanno un budget di 300mila euro da investire nel Parmense e che hanno intenzione di contattare anche società di basket e pallavolo».

Ad oggi sembra che nessun club della nostra provincia sia andato fino in fondo, perché il rischio è che, una volta consegnato il denaro contante, si riceva in cambio un assegno circolare che risulti falso. Mentre dall’altra parte si sono dati alla macchia, con scheda del cellulare cestinata e finta identità scrollata di dosso. Almeno così è quanto successo recentemente nel Viterbese, dove la Procura contesta l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Identica modalità, interlocutori toscani, azienda di Roma, con tanto di sito internet per dare una parvenza di legalità.

Tutto come a Parma. «Un altro aspetto che mi ha fatto pensare è che prima dicevano di avere l’agenda piena di appuntamenti – osserva il dirigente -, mentre in un secondo momento mi hanno detto che ero il primo a essere stato contattato, perché interessava in particolare la mia squadra». Un modo come un altro per far breccia nell’autostima dell’interlocutore e renderlo più vulnerabile.

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