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Carceri, una questione che riguarda tutti noi

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Dei carcerati non frega niente a nessuno. Noi tutti gente perbene pensiamo che se stanno in galera, peggio per loro: marciscano pure dentro, se la sono meritata. Quanto ai politici han ben altro a cui pensare, e poi i detenuti non portano voti. Sì, oggi è il Giubileo dei carcerati, in mille saranno ricevuti dal Papa, ma c'è appunto solo qualche volontario di buon cuore a interessarsi di loro. Per il resto, le galere sono i grandi dimenticatoi del nostro tempo. Eppure, è una questione che riguarda tutti noi. Per almeno due motivi. Uno nobile e uno pratico (che non vuol dire ignobile, comunque).
Cominciamo dal primo. I carcerati sono persone che hanno sbagliato ed è giusto che paghino, anche duramente, per il male che hanno fatto. Ma pagare non vuol dire essere distrutti. L'articolo 27 della Costituzione dice che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», perché la Costituzione è figlia della nostra cultura occidentale, una cultura che affonda in radici di cui faremmo bene a essere orgogliosi. Sant'Agostino diceva: «La condanna deve estirpare il peccato e non annientare il peccatore»; e ancora: «La pena non deve avere il carattere di una vendetta, né di una incontrollata ed esorbitante scarica emotiva». Quindi, il primo motivo per cui non dobbiamo dimenticarci dei carcerati è che si tratta di nostri fratelli che dobbiamo, per quanto possibile, recuperare. «Vigilando redimere», era una volta il motto degli agenti di custodia.
Ma anche chi fosse duro di cuore dovrebbe capire che occuparsi dei carcerati "conviene". E questo è il secondo motivo cui accennavo. Mi spiego. Oggi i detenuti - circa 55mila in Italia - vengono tenuti dentro a morire lentamente. Stanno in cella ventidue ore al giorno a far nulla e lì accumulano rancore, si convincono - equivoco pericolosissimo - di essere vittime anziché colpevoli. Nelle pagine interne troverete un servizio di Michele Ceparano sul carcere di Parma e leggerete che in via Burla il 42 per cento dei detenuti è in cura psichiatrica e assume farmaci. Quando escono, un po' per questa rabbia un po' perché nessuno offre loro un lavoro, i carcerati tornano a delinquere: e quindi sono un pericolo anche per noi che «siamo fuori» e ci illudiamo che il problema non ci tocchi. In Italia la recidiva, per chi esce di galera, è ufficialmente del 68 per cento; ma siccome solo il 21 per cento dei reati viene scoperto, la recidiva vera è oltre il 90 per cento.
C'è un solo modo per recuperarli davvero, ed è quello che ho visto nel carcere di massima sicurezza di Padova dove, grazie alla Cooperativa Giotto, sono stati portati in carcere interi reparti di aziende. Qui i detenuti fanno un lavoro vero (non le pulizie in cella o altri palliativi, tutti inutili), guadagnano uno stipendio vero, si pagano vitto e alloggio, si pagano le spese processuali e le tasse, mandano un po' di soldi a casa e, soprattutto, imparano un lavoro per quando escono. Per loro la recidiva è dell'1-2 per cento.
Quindi, la «redenzione» non è impossibile. Sono però ancora pochissimi, in Italia, i detenuti che hanno un lavoro vero. Il 28 ottobre scorso Renzi è andato a vedere l'esperienza di Padova ed è rimasto colpito. Speriamo che la politica si svegli.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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