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Michela Tedeschi, cantante

La ragazza che ferma il tempo

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Canta «Mi sei scoppiato dentro il cuore», «Il cielo in una stanza». Prende il microfono ed è un tuffo nel passato, nei mitici anni Sessanta. Michela Tedeschi, cantante parmigiana, ha scelto l'epoca che sente più congeniale e la porta sul palcoscenico. Anche se negli anni Sessanta non era ancora nata: per le interviste della Parma che vorrei, la storia e le idee sulla città di un'artista controtendenza che colleziona successi tra spettatori di ogni generazione.

Anna Maria Ferrari

La ragazza che ha fermato il tempo. Che ha sfogliato il calendario e l'ha riportato indietro di mezzo secolo: agli anni Sessanta. Anche se a quell’epoca non era ancora nata, anche se vive gli anni 2.0, naviga nel web, comunica sui social, si veste alla moda. Michela Tedeschi è una cantante parmigiana: i suoi eroi, però, non sono Beyoncé, i Chainsmokers e Rihanna, ma Mina, i Dik Dik e Luigi Tenco. Non rincorre il passato, non vive di amarcord e nostalgie: semplicemente, ha scelto l’epoca che sente sua davvero, si è innamorata dell’ottimismo, delle speranze, dell'anima di quel periodo. E da vent’anni, senza tentennamenti, va avanti per la sua strada: il repertorio melodico degli anni Sessanta. Con tenacia, è riuscita a farne un lavoro: quello che sognava da piccola. Sale sul palco, prende il microfono e ricrea lo spirito d'allora: non per fare revival, ma perché è convinta che abbia un senso anche oggi. Canta «Mi sei scoppiato dentro il cuore», «Io ti darò di più», «Il cielo in una stanza». E i ventenni corrono ai suoi spettacoli, con nonni e genitori. Le canzoni attuali? «Le ascolto, ma non mi entrano nel cuore. La canzone italiana non esiste più».

Perché si è concentrata proprio su quell'epoca?

Per i sentimenti e i valori senza tempo delle canzoni, che sono lo specchio del Paese di allora. Per le emozioni. Non riesco a sentire cuore nei testi di oggi. Forse sono io che guardo troppo indietro, ma credo che adesso non ci siano sentimenti così forti. I testi degli anni Sessanta travalicano quell’epoca, non appartengono al passato, ma alla nostra anima e identità di italiani. C’era un’idea di mondo condivisa, adesso invece i sentimenti sono annacquati. Basta ascoltare le canzoni di allora: si parlava davvero di vita. Dentro c’eravamo noi italiani.

Lei ha poco più di quarant’anni. Come ha iniziato a interessarsi di un periodo che non ha realmente vissuto?

Perché mio padre mi faceva ascoltare tanta musica di quegli anni. E mi incantava, mi raccontava com’era allora la vita: la sentivo mia. Poi ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare molto presto, a 10 anni ero già sul palco. I miei maestri conoscevano bene gli anni Sessanta, li amavano. Ho imparato da loro.

Quali sono i suoi cantanti preferiti?

Mina, Ornella Vanoni, i Dik Dik, Mia Martini. Quelli di oggi: Silvia Mezzanotte, Johnny B, Rita Forte, Roberta Faccani.

E le canzoni che ama di più?

«Un'estate fa» di Franco Califano, le più belle storie d'amore nascono d'estate; «La voce del silenzio» di Mina; «Parole parole», di Mina con il grande Alberto Lupo; «Il primo giorno di primavera» dei Dik Dik; «Io ti darò di più» di Ornella Vanoni. Un'epoca che non finirà mai. I giovani mi chiedono anche «Io vagabondo» dei Nomadi, per capirci. Musica immortale.

Ma il pubblico non si annoia?

Non ho mai avuto nessuna difficoltà. Ma anche se non fosse più così, non cambierei repertorio. Mi rifiuto. Ho un pubblico affezionatissimo da vent'anni. Il rap? Non ce la faccio, non mi interessa.

Lei non ama cantare in inglese. Perché questa scelta controcorrente?

In inglese cantano tutti. Non ha senso. Perché non cantare in italiano? Ci vuole il coraggio delle scelte. La nostra lingua è stupenda. E’ uno sbaglio omologarsi a tutti i costi.

Oggi le nuove voci nascono dai talent show. Lei li guarda? Le piacciono?

Li guardo, ma non mi trasmettono niente. Troppo spesso vengono spinti personaggi che vocalmente non hanno doti importanti, dilettanti che non sono capaci di tenere il palcoscenico. Burattini manovrati. Vanno sui palchi, urlano a squarciagola. Purtroppo talvolta sono anche arroganti. Sa come chiamo i talent? Le Corride del 2000. Sono l’anticamera della morte della canzone italiana.

Ma i talent hanno grande successo, registrano record di audience. Perché piacciono, secondo lei?

Perché ciascun spettatore vede nel cantante il potenziale se stesso. Tutti si sentono artisti: e si ritrovano nel sogno della persona qualunque che ha la chance di salire sul palco. Sono prodotti tarati su questa società. Danno quello che il pubblico chiede. Ma così il gusto non fa passi avanti, gli spettatori non crescono. Poi c’è un altro aspetto che non mi convince: la rapidità con cui questi ragazzi diventano famosi e subito scompaiono. Bruciati dalla macchina del successo istantaneo. Trasmissioni che non lasciano neppure il tempo di apprezzare il talento. Perché non fanno vedere dei cantanti veri? Io mantengo fede alla mia musica, al mio cuore, finché avrò voce. Inserendo magari il tormentone, se c’è una festa. Ma non ho mai sbagliato. Il mio istinto mi ha sempre dato ragione.

Come ha iniziato a cantare?

Da ragazzina. Vengo da una famiglia di musicisti.  Devo ringraziare mio padre William, che mi ha trasmesso l’amore per la musica e non mi ha mai ostacolato quando dicevo che avrei voluto fare la cantante. E’ un grande armonicista, il quarto campione del mondo della sua categoria. Fin da piccola mi ha portato a teatro, sono cresciuta a pane a melodramma. Ho iniziato nel coro del Regio. Non mi sono più fermata. Il palcoscenico è la mia vita. Mi sono diplomati all’istituto Toschi, ma nel frattempo facevo corsi di canto, di chitarra. Avevo un obiettivo: volevo diventare una cantante. Sapevo che quella era mia via.

Quali sono stati i suoi maestri?

La mia storia è uno spaccato della musica leggera a Parma. Vorrei ricordare Corrado Abbati, autore e presentatore storico, cantante di operetta. Mi ha aiutato molto. Con lui ho partecipato per tre anni a diverse trasmissioni su Tv Parma, che ha dato visibilità e occasioni a tanti ragazzi parmigiani. Nell’’85 feci «Gazzetta Quiz». Nell’86-'87 feci «Aria di primavera», ero ospite fissa. Abbati mi ha dato l’opportunità di farmi conoscere: allora non esistevano i social. Nell’ '88 lo seguii all’Astrolabio, facevamo «L’amore come è». Avevo la fortuna di lavorare tantissimo. Sono stata con Fiorello nel '92, '93 e '94. Da lì ho iniziato a fare la cantante. Poi ho lavorato in un’orchestra per 12-13 anni: è stata una grande scuola. Ho cantato anche con un trombettista, Umberto Casoni, che aveva lavorato con Macario. Si impara a stare in mezzo alla gente, a muoversi su un palco, a rispettare delle regole. L’orchestra richiede grandi sacrifici: vivi su un pullman, vedi la tua casa una volta alla settimana, dormi negli alberghi. E’ stato un periodo stupendo, ma ho anche capito che l’orchestra non sarebbe stata la mia strada. Avevo bisogno di un ambiente più intimo, di nicchia. Mi piace la musica da ascolto, sono una cantante da coccole. Quindi ho fatto una scelta diversa: il piano bar era il mio destino.

Ancora una scelta controtendenza. Ma alla gente piace il piano bar?

Sì, ho un pubblico di fedelissimi, che mi segue esibizione dopo esibizione. Certo, negli anni Novanta il piano bar era più diffuso: in ogni angolo della città si esibiva un pianista o un cantante con le basi, tutto dal vivo, era una meraviglia. La musica si intrecciava con la vita della gente. Io mi esibivo con la chitarra, i locali disponibili erano tantissimi. Oggi molte cose sono cambiate.

Parma città della musica: è davvero così?

Sì, in potenza. Certo, ci sono grandi e importantissimi eventi. Ma manca una diffusione capillare, anche della musica leggera. Bisogna tornare indietro, cantare e suonare di più dal vivo. Dovrebbe essere un obiettivo per una città come Parma, che ha nella musica un suo segno distintivo. Io, però, mi ritengo molto fortunata: ho la possibilità di esibirmi in locali dove il mio genere ha successo e anch’io come persona ho trovato un ambiente familiare, una vera squadra. Il piano bar non è il karaoke: quello è un modo di intrattenere, ma il piano bar richiede un locale d’atmosfera, con un’identità precisa. Un luogo dove la gente possa conversare, stare assieme senza che la musica copra la conversazione. Il cantante non è mai invasivo rispetto al dialogo tra le persone. Il suo compito è mettere in gioco emozioni senza soverchiare le voci.

In questi ultimi vent’anni, come è cambiato il pubblico?

Non è cambiato, sono cambiati i locali e il modo di fare musica.

Cosa rimpiange della scena musicale degli anni scorsi?

L’atmosfera di fermento generale. Certi locali che hanno reso magica la vita a Parma. Come il Nabila. Mi ricordo il maestro di piano bar Angelo Banzola, accompagnato da Claudio Magnani. Un duo stupendo, Angelo era un gentiluomo, conquistava il pubblico con calore e discrezione assieme. Un uomo imponente, ma dolce con gli spettatori e cantava divinamente bene, Il cliente veniva salutato per nome, Angelo si ricordava la canzone che piaceva a questo e quello. Mentre cantava, gli portavano il bicchiere di vino bianco, lo invitavano al tavolo: piccoli esempi per ricordare il rapporto che c’era con il pubblico. Oppure il Bistrot, che è ancora in Piazza. Un locale importante, frequentato nel dopo teatro. Mi mancano quelle atmosfere.

A Parma la musica passa anche attraverso la movida, i bar dove si fa e si ascolta musica. Ma in via D’Azeglio e in via Farini molti abitanti si lamentano.

La musica è sempre una formula vincente: e va sostenuta al massimo. Ma ci sono tanti musicisti o dj che non rispettano i volumi. E’ normale che un residente protesti. Ci vuole più rispetto anche da parte di chi suona. E’ bello sentire la voce potente. Ma se c’è sopra una casa, bisogna moderarla…

Parma è anche buon cibo: pensa che in questa città si mangi bene?

Direi proprio di sì. La cucina parmigiana non la cambierei mai con nessun’altra al mondo: anolini, tortelli di erbetta, bolliti, prosciutto e culatello. Il cibo è l'altra faccia della musica. E io sono fedele alla mia cucina tradizionale. Sono la cantante ufficiale della Corale Verdi, che è il tempio della parmigianità. Ho un locale bellissimo, importante, che trasmette calore umano e radici. Da ragazzina ne ero affascinata, oggi ho la fortuna di esibirmi lì con un personaggio come lo chef Sante Ferro, per me è come una seconda famiglia. Qui si esibiscono anche importanti cantanti lirici. Quando salgo sul palco, accanto mi ritrovo uno stupendo pianoforte a mezzacoda e il ritratto di Verdi. Mi sento protetta. Calore, radici. E’ la culla della parmigianità.

Non trova che questa città sia un po’ chiusa e talvolta ostaggio della sua immagine di piccola capitale?

No. Io qui sto bene. Ho lavorato in tutt’Italia, con l’orchestra. Poi ho deciso di vivere a Parma, questo è il mio mondo.

«Parmigianità»: quali sono per lei i tratti distintivi?

Tre parole: calore, allegria, cordialità. Poter entrare in un posto dove ci si sente a casa e dove si mangia la cucina che mi piace e dove di fianco a me sento il signore che mi fa la battuta in dialetto, ancora con l’intercalare che sta scomparendo. Questo dovrebbero assaporare i ragazzi.

Quali gli angoli della città cama di più?

Borgo Angelo Mazza con la vista del Regio e il Parco ducale.

Cosa non le piace di questa città?

Faccio fatica a trovare qualcosa. Mi permetta una battuta: siamo una città che va in bici, ma talvolta non ha i fanali accesi. Ogni tanto si rischia di cadere.

La Parma che vorrebbe.

Più coraggiosa. Una città che non rincorre le mode, che sta con i piedi ben piantati sulla roccia della sua identità: musica, cibo, calore umano. Per dirla più in concreto, vorrei più locali come una volta, per rivivere il piano bar. Musica diffusa ovunque. Cucina tradizionale senza timori di dover innovare a tutti i costi. Parma è una città bellissima, deve essere orgogliosa. Per chi è nato qui, staccarsi è molto difficile.

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  • Ilaria

    27 Novembre @ 07.28

    Bravissima Miky...una voce che incanta e una persona unica!

    Rispondi

  • Monica

    26 Novembre @ 15.37

    grande miki complimenti dalla tua" manager" monica Lippolis

    Rispondi

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