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LANGHIRANO

Dopo 66 anni il barbiere melomane saluta la «sua» piazza

Dopo 66 anni il barbiere melomane saluta la «sua» piazza
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La vestaglia azzurra sempre perfetta, le forbici in mano, il pettine nel taschino e il sorriso che si affaccia dalla porta della barberia: per 66 anni Sergio Pelagatti è stato un'istituzione del «cuore» di Langhirano. E anche per gli appassionati di lirica. Alla vigilia della pensione regala la sua carrellata di ricordi. Mantenendo una promessa fatta dieci anni fa.

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Chiara Cacciani

L'ha sempre detto ridendo tra lo schivo, l'orgoglioso e lo scaramantico: «L'intervista la facciamo quando vado in pensione: adesso è presto».

Sono passati almeno dieci anni di ripetuti, inutili tentativi, diventati alla fine uno scherzoso rito di saluto ad ogni affacciarsi in bottega. Ma oggi ha mantenuto la parola: «Sono pronto», ha fatto sapere al telefono.

E se c'è l'intervista, c'è anche la notizia un po' amara: Sergio Pelagatti, il barbiere-melomane, lascia il mestiere e la piazza «cuore» di Langhirano. Lui che con la sempre perfetta vestaglia azzurra, le forbici in una mano e il pettine nel taschino, da sei decenni ne è parte integrante della quotidiana cartolina.

«Chiudo a Natale - racconta un po' commosso -: qualche giorno prima, certo. Ma il periodo sotto Natale lo voglio fare qui...». Qui dove è arrivato nel 1950, ad affiancare il vecchio titolare Gino Boschi, e qui dove nel maggio del 1967 ha rilevato la barberia facendola «sua». Sua come la si ritrova, intatta, fino ad oggi: le poltrone «Regina», i ferri del mestiere allineati sul mobiletto, lo stemma del Torino a una parete. E le foto incorniciate che raccontano - dal seppia al bianco e nero, dai colori sbiaditi a quelli più brillanti - lo scorrere del tempo e le sue passioni: Langhirano e la lirica.

Sfilano le vedute del paese com'era e il sorriso al fianco di Bartali, sfilano l'eleganza da teatro e il brillio degli occhi nei ritratti insieme a Placido Domingo e Renata Tebaldi. Lei, la langhiranese «venerata», ha un posto da protagonista sulle pareti, copertina di «Time» compresa. «Sì, era la più brava di tutte. Davvero “Voce D'Angelo”...», ricorda con dolcezza il «Pelo», che sabato scorso ha soffiato insieme a fratelli e nipoti su 84 candeline.

Nato a Panocchia primo di quattro figli - tre maschi e una femmina -, aveva iniziato a lavorare presto come garzone di un biciclettaio. Poi a fine guerra la famiglia si era trasferita a Langhirano, e con la casa era cambiato anche il mestiere. «Ho fatto pratica per sei mesi da un gommista, ma poi mi sono ammalato e ho dovuto smettere. E ho trovato lavoro dal barbiere che aveva la bottega all'inizio della via. E' stato un caso, ma sono contento che sia successo: ho iniziato a 14 anni e sono ancora qui...». E' stato nel 1950, tre anni dopo il debutto con le forbici in mano, che ha «traslocato» nella barberia di Gino Boschi. «Cosa mi è piaciuto di questo mestiere? Soprattutto la clientela e le amicizie che si sono strette negli anni». Perché con Sergio la barberia di piazza Ferrari è diventata anche un luogo di incontro e chiacchiere, in una quotidiana conversazione a più voci che coinvolge chi è davanti allo specchio con il lenzuolo attorno al collo, e gli altri sulle poltrone col giornale in mano ad aggiornare sulle novità. «E' vero, vengono qui a leggere i giornali, commentare e parlare di sport, tanto sport», racconta dando le spalle alla tabella dei prezzi: barba, taglio, ritocco..

«La barba: a me piaceva più di tutto fare la barba - confida -. Non lo faccio per vantarmi, ma ho ancora dei clienti che vengono a dirmi: “Come te non la fa nessuno”. Ora ci sono questi rasoi nuovi che odio. Io amavo quelli lunghi di una volta: con quelli sì che far la barba era una soddisfazione e un gesto elegante...».

E se dalla sua bottega sono passate generazioni di teste langhiranesi, anche il popolo dei melomani ha fatto tappa qui. Perché alla passione per la lirica Sergio Pelagatti ha dedicato l'altra fetta della sua vita, organizzando per quarant'anni con L'Avis Langhirano le trasferte alla volta dei teatri d'Italia. «Anni in cui in pullman salivano 40-50 persone e in cui mi sono divertito molto». Il ricordo più bello? «La prima volta all'Arena di Verona perché è spettacolare». «La mia opera preferita? No, su, non posso dirlo: sono tutte belle... Di certo amo molto la “Traviata” e il “Simon Boccanegra”», ammette dopo un po' di insistenze. Per poi riprendere il racconto: «L'amore per la lirica me l'ha trasmesso un amico sessant'anni fa: lui era un tebaldiano, ma un tebaldiano veramente. Conosceva bene la soprano, e con la sua passione ha coinvolto anche me. Io l'ho incontrata poche volte, ma sono andato spesso a sentirla: era unica».

Tutti i libri che sono stati dedicati alla «Voce D'Angelo» langhiranese occupano un posto d'onore nella libreria di casa, dove custodisce con orgoglio anche una collezione di centinaia di dischi. «Ora non li ascolto più: è un momento così, ma li compro ancora. E se mi chiede cosa farò dopo Natale... Non so, mi riposerò, immagino. Ma di certo ricomincerò ad ascoltare i miei dischi. Quello sì, lo voglio fare per davvero...».

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