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Giancarlo Ilari: "Noi anziani non siamo merce scaduta"

L'attore quasi 90enne: "In questa società essere vecchi è molto complicato"

Ilari: «Da parmigiano mi vergogno»
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Ad agosto compirò 90 anni. Sono nato nel 1927, cinque anni dopo le Barricate dell’Oltretorrente. Sono uno vecchio, sì, ma un vecchio fortunato.
Se ripenso alla mia vita, lunga quasi un secolo, la rivedo densa di avvenimenti e incontri meravigliosi e vorrei continuare così ancora fino alla fine. Chissà, mi chiedo, se sarà stata utile o se lascerà dei segni nella vita degli altri.
Oggi ho meno memoria, ma nello stesso tempo sono pieno di memoria, il mio corpo e la mia mente trasudano di memoria pubblica e privata.

A quasi 90 anni vorrei recitare a memoria sul palcoscenico, andare in giro per il mondo, scalare le montagne, andare sulle Dolomiti in bicicletta, giocare a calcio per strada, camminare a passo spedito, allacciarmi le scarpe senza fatica. A quasi 90 anni mi sento bene quando ho ancora cose da fare, quando la mia mente pensa e progetta.
A quasi 90 anni, nelle mie condizioni, sicuramente ci si sente più liberi e sapienti, carichi di esperienze, di riconoscimenti, ma anche di errori e fallimenti: si è memoria viva, per questo mi fa rabbia vedere trattare i vecchi come merce scaduta, come una batteria esaurita.
Il bello del teatro e del mestiere dell’attore è che si vive sempre tra realtà e finzione per cui io vecchio lo sono già stato mille volte sulla scena, magari con un po’ di trucco sul viso, insomma ho fatto prove di vecchiaia! Forse per questo, oggi, mi riesce così bene…
Ma, ripeto, sono fortunato.
In una società, sempre più mossa da individualismi sfrenati e da una diffusa mancanza di rispetto e umanità, essere vecchi è molto complicato (non che sia facile essere giovani… anzi i due discorsi andrebbero affrontati insieme).
Alla paura della morte, che non ti molla mai per un secondo, si affianca quella di non contare più nulla, di essere invisibili agli altri. Le ombre che si addensano nella nostra mente sono tante. Insicurezze, fragilità, paure aumentano. Non c’è più spazio per noi. Non si è più prestanti come la società richiede.
Quando ero giovane i vecchi erano tenuti molto più in considerazione non solo dal proprio nucleo familiare ma da tutta la società. La vecchiaia era un momento qualificante nella vita della persona. Inoltre, non esisteva la condizione della solitudine che oggi invece attanaglia tutti e che porta a vivere nel disagio, e spesso, quando la disperazione pesa troppo, a compiere gesti estremi. Quando si vive la guerra, l’esistenza cambia. C’è stato un periodo della mia vita che di notte mi svegliavo di colpo per gli incubi dei bombardamenti sopra di noi provando ancora la medesima paura. Rivedevo mia sorella abbracciata a mia madre che recitava il Requiem eterno mentre io fissavo il soffitto aspettando l’arrivo della bomba. Era il 13 maggio 1944: un bombardamento tremendo per la nostra città.
Scrivo questo per dire che i vecchi hanno anche lottato per la libertà di cui oggi godiamo tutti e per questo mi arrabbio quando leggo da una parte fatti di cronaca inaccettabili come quelli avvenuti in un paio di case di riposo del nostro territorio, dall’altro quando certe conquiste ottenute da noi vecchi vengono calpestate o, ancora, leggo di persone che si spengono nella più triste solitudine.
La vecchiaia, alla quale ho dedicato un monologo che spesso porto ancora in giro, va trattata con gentilezza, con umanità. Non siamo merce da «rottamare», ma vita ancora da spremere.
Anche per me c’è stato il pericolo della solitudine: mia moglie Paola non è più al mio fianco, i miei amici sono morti e così tutta la mia famiglia, genitori, fratelli e sorelle… Per fortuna ho due figlie e sono addirittura diventato nonno due volte!
La questione diventa come riempire il tempo e lo spazio della solitudine per pensare al presente, non vivere solo di ricordi e per tenere il cervello in esercizio.
Credo, anzi sono convinto, che l’attività intellettuale sia di grande sostegno così come l’impegno nel sociale. Fare qualcosa che ci piaccia magari iniziando ancora prima di andare in pensione. Non pensare all'età avanzata come a una malattia, sentirsi ancora utili. Non sono solo io a pensarlo ma erano i consigli che Rita Levi Montalcini dava sulla base dei suoi studi scientifici.
«Il cervello - scriveva - pur soffrendo dai sessant'anni in poi di una notevole perdita di cellule neuronali, gode della proprietà di mettere in atto nuove strategie per far fronte agli insulti degli anni».
Se ben vissuta, come nel mio caso, la vecchiaia può essere il periodo più sereno della propria vita. Ma se non lo è può diventare un’età di grandissima sofferenza per questo richiede da parte della società un atteggiamento diverso così come l’elaborazione di una nuova cultura della vecchiaia. Non spetta solo alle famiglie, oggi più che mai in affanno per arrivare a fine giornata e a fine mese, la gestione dei propri vecchi ma la responsabilità è collettiva. Spetta a tutta la società, oggi, farsi carico dei vecchi come dei giovani.
Io in ogni caso, per quanto mi riguarda, ho deciso di riempire la mia solitudine di teatro e di giardinaggio, per mantenere mente e corpo in continuo esercizio.

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  • Svegliati Parma

    01 Aprile @ 11.13

    Anche se non lo conosco a fondo posso dire che ne ho sentito parlare (soprattutto da mio padre) fin da bambino e come allora sentirlo parlare mi rapisce e mi fa capire una volta di più che la vita è bella! Carissimo Signor Ilari vorrei tanto invecchiare un giorno come lei...

    Rispondi

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