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Lo strazio di Anna: «I miei figli sepolti in quell'angolo buio»

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Una storia straziante che sembra non avere fine, quella di Anna Bertocchi, che negli anni '90 perse i due figli, Marco e Luca Larini, emofiliaci morti per il sangue infetto. «Vorrei ci fosse luce là dove sono sepolti», dice la madre, dopo che una parete in cemento ha sostituito la vetrata vicino agli avelli dei suoi ragazzi nel cimitero di Sala Baganza.

Cristina Pelagatti

E’ una richiesta di «luce», quella di Anna Bertocchi. Chiede luce per i suoi due figli al cimitero, e nel farlo riporta alla luce uno dei capitoli più vergognosi della storia della Repubblica: lo scandalo degli emoderivati infetti. I suoi due ragazzi, Marco e Luca Larini, emofiliaci, sono morti tra atroci sofferenze, dopo aver contratto il virus Hiv con le infusioni di emoderivati infetti che dovevano servire a curarli.

«I miei figli sono nati a 20 mesi di distanza l’uno dall’altro, il 27 ottobre del '71 Marco e il 17 giugno del '73 Luca: quando è stata diagnosticata l’emofilia a Marco ero già incinta di Luca, mi sono rimboccata le maniche. Non sapevo nulla dell’emofilia, ma di emofilia non si muore. Ho cominciato a farli curare a Parma, poi siamo passati al Centro emofilia di Pisa: una struttura all’avanguardia, dove insegnavano ai genitori e ai ragazzi a curarsi a casa, a farsi le infusioni, in modo da poter essere più autosufficienti. Venivano lì da tutta Italia. Avevano in cura circa 500 ragazzi. Di quelli che conoscevo io, non c’è più nessuno in vita».

Nel 1985 Anna vede le altre famiglie dei pazienti piangere e disperarsi per i figli che avevano contratto il virus dell’Hiv e le epatiti e, alla risposta «non ci sono problemi» da parte del centro di Pisa, Anna torna all'ospedale di Parma, dove Luca e Marco fanno il test: risultano sieropositivi. «Quando è morto Luca, nel ‘94, il Nas è andato all’ospedale di Pisa: erano sparite tutte le cartelle, ma hanno trovato un documento, relativo a sangue congelato di un prelievo, che certificava che già nel 1983 Luca era sieropositivo. Così, probabilmente, anche Marco e molti altri».

La scoperta della sieropositività è un colpo al cuore per i ragazzi: è il 1985, la malattia non si conosce, non ci sono le cure e le informazioni che ci sono oggi, non si fa distinzione tra Hiv e Aids conclamata, ed è associata allo stigma: «Sei malato perché sei un tossico, te la sei cercata». Luca reagisce con rabbia, mentre Marco ammutolisce e si rifugia nella musica. Il padre se ne va di casa e Anna resta sola a curare i suoi ragazzi, lavorando anche le domeniche per accumulare ore di permesso per poter seguire i figli nelle cure. «I ragazzi, un po’ di vita in mezzo a tanto dolore l’hanno vissuta, sono andati a scuola: Luca voleva fare il maître sulle navi da crociera, giocava a calcetto; Marco si era iscritto a Matematica, suonava la chitarra con un gruppo di amici. Poi, si sono ammalati. Luca nel 90. L’Aids conclamata si è manifestata con un primo virus agli occhi, che poi ha colpito la testa, ed è rimasto paralizzato completamente. Ha vissuto così, comunicando con gli occhi dai primi mesi del '93 sino alla morte, a 21 anni. Si è scelto la sua tomba, vicino a un amico morto per incidente. Mio figlio Marco ha vissuto tutto il calvario nel silenzio, sapendo che sarebbe toccato anche a lui. La malattia per lui si è manifestata nel '96, ed è morto due anni dopo. Suonava e si metteva alla finestra a scrivere poesie: è morto nel giorno del suo 27esimo compleanno, il 27 ottobre del 1998».

Luca, appena compiuti 18 anni, ha intentato causa: una causa che la madre ha portato avanti con tenacia per 16 anni «Eravamo partiti da Parma, poi ci siamo rivolti a un avvocato di Firenze, Federici, che con suo figlio mi ha seguita per 16 anni con grande umanità: alla fine nel 2006 lo Stato ha fatto una transazione, e sono arrivati i risarcimenti. Ma sono risarcimenti che non possono lenire il dolore e il vedere che i responsabili di migliaia di morti, dalle case farmaceutiche a Poggiolini e De Lorenzo, continuano a vivere la loro vita dopo che si sono arricchiti sulle spalle dei malati». Ad aggiungere rabbia al dolore, l’ignoranza e l’insensibilità di tanti compaesani. «Il giorno del funerale di Luca una signora mi ha accusata: "i nostri figli sono andati in vacanza insieme e tu non mi hai detto che era malato, non ti vergogni?". E in molti dicevano che si erano ammalati perché erano dei drogati: hanno preso il virus a 12 e 13 anni e mezzo. Tanto che il parroco, per fermare i pettegolezzi, disse forte in chiesa dal pulpito: "i due ragazzi sono morti per una trasfusione di sangue infetto". Ho avuto solidarietà dagli amici dei ragazzi e dall’Avis di Sala: il presidente di allora, Riccardo Bertoli, decise di darmi un assegno di un milione per aiutarmi nelle cure dei ragazzi e lo ringrazio ancora di cuore».

Ma un fatto recente ha fatto emergere di nuovo in Anna tutto il dolore: «I miei ragazzi riposano in un'ala del cimitero di Sala illuminata a suo tempo da una parete a vetrate. Scelsi quel posto perché rassicurata, dall’allora amministrazione, che non sarebbe mai stata oggetto di cambiamenti. Invece, di fianco ai loro avelli, la parete a vetrate è stata sostituita da un muro di cellette. Ora prendono la luce solo dal lucernario, e nei giorni di maltempo o in inverno saranno al buio. Sono andata in Comune, e mi hanno risposto che la situazione è questa. Mi sembra che manchi la sensibilità. I miei ragazzi amavano la luce, vorrei che ci fosse luce dove riposano loro, mio padre e dove riposerà anche mia madre».

Un bel po’ di luce nella vita di Anna, l’ha portata Valter, l’attuale marito. «Abbiamo cominciato a parlarci proprio al cimitero: lui andava in visita alla moglie Chiara, morta molto giovane: sapeva chi fossi perché suo figlio, a cui voglio un bene dell’anima, era in classe con Marco. Io sono convinta che Chiara sia con i miei figli e sia felice per noi. Perché io con Valter ho ricominciato a vivere». Valter si è rivolto ad Anna la prima volta facendole la domanda che le venne naturale porle: «Come fa a vivere lei?». E Anna gli ha risposto con una lezione di vita: «Deve imparare a vivere col dolore dentro, anche mentre sorride. Il tempo la aiuterà».

Il tempo ha aiutato entrambi. Vivono insieme: ognuno col proprio dolore, sorridendo, cercando la luce, anche nelle piccole cose.

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  • patti

    17 Aprile @ 21.37

    Ma dio c'è?

    Rispondi

  • Laura

    16 Aprile @ 13.38

    SI effettivamente in quel reparto c'è anche mio nonno.Prima c'era una bella vetrata ora è molto più scuro.

    Rispondi

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