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Profughi: da Parma a Tabiano, viaggio tra chi li ospita

Crescono i numeri insieme alle proteste. Ma oltre allo sforzo di associazioni e volontari, c'è anche chi ospitando i rifugiati ha trovato un modo per uscire dalla crisi

Profughi: da Parma a Tabiano, viaggio tra chi li ospita
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Vi avevamo detto che i profughi nella nostra provincia sono poco meno di 1500. Meglio resettare: i numeri di ieri sono già vecchi, quelli di domani nessuno ancora li sa. La verità è che i profughi continuano ad arrivare - cinquanta, sessanta ogni settimana - in quest'estate di emergenza-non-stop resa ancora più rovente dalle polemiche: i sindaci sulle barricate, la melina dei politici, le orecchie da mercante dell'Europa. E sempre quell'ossessione negli occhi: i barconi stracolmi, i corpi esausti, i morti del mare. Meglio lasciare i numeri e andare sul campo per farsi un'idea di questa realtà complessa, frammentata, in perenne divenire. Partenza d'obbligo è l'hub di Baganzola, poi Salsomaggiore e Tabiano, dove i profughi sono molti e continuano a fare discutere e anche a dividere.

Riempire il tempo
L'hub di Baganzola è il primo attracco (dopo lo sbarco e un veloce passaggio nella hub regionale di Bologna): il primo vero porto dove li accompagnano, intorno acque ferme finalmente: un luogo dove - in teoria - i migranti si fermano poco, qualche mese al massimo. Voluto dalla prefettura, esiste dal settembre 2015 ed è gestito da Croce Rossa e Protezione civile. «Ospiterà 58 persone», riferivano le cronache. Di quell'estate si ricordano malumori e fiaccolate, gli striscioni del comitato Golese «no al centro d'accoglienza». Il vecchio tetto dei 58 non vale più: l'altro giorno di rifugiati ce n'era un'ottantina: 63 uomini - ma sarebbe meglio definirli ragazzi visto che l'età media viaggia tra i 18 ai 25 - e 17 donne. Silvia Ludovico, la direttrice dell'hub, gira la chiave di uno stanzone con tanti letti a castello: tra pochi giorni non saranno più vuoti. «Per loro questo è un luogo di passaggio, appena si può vengono ricollocati nelle strutture della provincia. Qui viene fatto a tutti uno screening sanitario e poi l'identificazione in questura: due momenti fondamentali per loro, ma anche una buona salvaguardia per la popolazione. Ai nuovi arrivati spieghiamo il regolamento in tutte le lingue: i comportamenti sanzionati, le cose che riteniamo più importanti perché siano accettati». Ad esempio? «Non parlare ad alta voce, non approcciarsi alle ragazze in moto esplicito...». Questa casa un tempo era una scuola, gli spazi sono grandi e i ragazzi sciamano a gruppetti tra i locali e il cortile. Molti non parlano una parola d'italiano. Tra gli insegnanti c'è Jacqueline Sebido, una giovane filippina («si comincia dall'alfabeto, poi i numeri, i verbi essere e avere») ma a dare una mano vengono docenti in pensione, studenti, ex ospiti dell'hub.

«Quando arrivano sono un po' spaesati - dice Francesco, volontario della Cri - grossi problemi di convivenza non ne ho visti. Stanno a gruppi, che quasi sempre non si sono formati qui: c'è molta gente che ha fatto la traversata insieme, a volte si erano persi e si sono ritrovati». «Sono reduci da qualcosa di molto pesante - riflette Silvia - viaggi durati anche due anni. La maggior parte di loro, quando arriva, è soprattutto molto grata dell'accoglienza. Parlano poco di quello che hanno passato. Certo, dopo l'inferno si trovano di colpo in una condizione di stand-by». Mohamed è un mediatore culturale, la sua storia è molto simile a quella di chi approda a Baganzola: «Per questo tutti vengono da me, mi chiedono informazioni. La prima preoccupazione è “dove siamo? Quando mi danno i documenti?”». C'è chi non riesce a dormire in preda agli incubi, ci sono ragazzi che si isolano e piangono, «e allora cerchiamo di attivare dei percorsi per tenerli sotto controllo. A volte non ce la fai a tenere dietro al singolo: solo se c'è un malessere interveniamo». I giovani della Croce Rossa si danno da fare con l'animazione: un gioco che piace è MasterChef («gli insegniamo a fare la pasta»), la prima domenica del mese c'è il giro nei musei, qualche torneo sportivo. Chi s'incammina sul bordo della provinciale fino a Baganzola, poi un autobus per arrivare a Parma.

«Occupare il tempo è molto importante - insiste la direttrice - tutte queste attività sono fatte per informarli, prepararli a questa nuova realtà. Ma poi? Si trovano a non fare nulla, ad aspettare e questo è molto pericoloso. Toglie la speranza. Noi cerchiamo di riempire il tempo, dando un significato».

Vietato fallire
Silvia un giorno ha sorpreso un gruppo di giovanissimi migranti che, a turno, si facevano la foto davanti alla sua macchina. «Tra l'altro è pure vecchiotta e malconcia». Chiara l'intenzione: quelle foto dovevano finire sui social (vedete che ho fatto fortuna? Ho anche la macchina). «A chi è rimasto a casa non danno mai notizie di insuccessi. Se invece trasmettessero la vera realtà che trovano aiuterebbero gli altri, che ancora sognano di partire». Si radunano tutti in cortile per la foto di gruppo: la novità diverte, ridono e scherzano. Nel cortile sul retro un gruppo sta giocando a pallone, uno rotea le gambe che neanche Ronaldo. «E dovresti vederli quando ballano». Il grosso si raduna davanti a un container zeppo di vestiario: tutti in fila per pantaloncini e maglietta. Un ragazzo seduto sulla balaustra ci segue con lo sguardo mentre andiamo via. Ciao. In risposta, sceglie una parola tra quelle che ha imparato: «grazie».

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«Con i migranti abbiamo salvato i nostri hotel»

Prima di arrampicarsi sulle colline di Tabiano, un'occhiata alla bibbia dei viaggiatori non guasta. Che si dice dell'albergo Terme? «Un buon hotel dove sei accolto con molto garbo e gentilezza, il proprietario è molto disponibile ad ogni richiesta. Le terme sono ad un passo, l'hotel ha parcheggio e wi-fi. La cucina casalinga da provare sicuramente...». Così scriveva su Tripadvisor il recensore Alessandro nel lontano agosto 2015. Tanta acqua e, soprattutto, tanti profughi sono passati in questi due anni dalla reception: il titolare dell'hotel, Gian Paolo Orlandelli, è stato il primo ad azzardare la scommessa: basta aspettare (invano) i clienti che devono curare la sinusite, l'albergo vuoto lo riempiamo con i migranti. Orlandelli non fai fatica a trovarlo e neppure a farlo parlare, anche se all'inizio ti squadra diffidente. Al suo fianco la moglie Sabrina: quando il discorso si fa troppo denso, gli lancia un'occhiataccia («no, su questo sorvoliamo»). Il garbo e la gentilezza non sono andati persi, questione di imprinting. E però arrivano mischiati alla tensione, alla stanchezza di chi si sente costretto a giocare in difesa. «Ho una rabbia dentro...» sbotta Orlandelli. L'aria intorno s'è fatta pesante: molti albergatori puntano il dito contro di loro, «dicono che è colpa nostra se Tabiano si svuota: se ci sono tutti questi ragazzi neri non verrà più nessuno. Ma gli alberghi erano già vuoti da un pezzo, molti hanno dovuto chiudere e altri chiuderanno...».

Sulla scelta non indietreggiano di un passo. E insistono su un punto: lavorare con i profughi non serve solo a rimpinguare la saccoccia. «Ero un umile servitore di clienti rompiscatole, ora sono arrivati questi ragazzi. Solari, semplici: gli basta un piatto di riso per sorridere riconoscenti. Non hanno mai dato problemi. Da quando sono arrivati loro riusciamo a pagare i debiti: cominciamo a vedere un po' di luce». I migranti in hotel adesso sono 33: «La settimana prossima ne andranno fuori altri tre». Una decina lavora: la sveglia Orlandelli la suona prestino, nessuno poltrisce troppo a letto. Un gruppo di ospiti fa volare un pallone nel campo da basket di fianco all'albergo. Canestri ignorati, si gioca a calcio. La piscina è vuota: pare un miraggio, con quest'afa che sfianca. L'anno scorso qualcuno se l'era era fatto un bagno: qualche osservatore non aveva gradito, le lamentele erano arrivate fino in prefettura, niente più bagni per evitare altre grane. «Li conosciamo tutti, a molti siamo affezionati - dice Gian Paolo - noi abbiamo quattro figli e viviamo qui sopra. Più integrati di così...». Sabrina racconta la fatica, il terrore di perdere tutto. «Eravamo indietro di otto anni con l'Imu e abbiamo deciso di aprire questa attività per non farci portare via la casa. Certo che se imbocchi questa strada non puoi tornare indietro. Quando finirà dovremo chiudere, ma almeno avremo pagato i debiti».

Sulla crisi del termalismo hanno un'idea chiara: «Dal 2008 con la fusione delle due terme, la balena-Salso ha tirato sott'acqua anche il delfino. Tabiano era un gioiellino». Di chi è la colpa se i turisti snobbano queste colline? «Alcuni danno la colpa a noi albergatori, dicono che non ci siamo adeguati ai tempi, non abbiamo fatto investimenti per mantenere le strutture all'avanguardia. Ma non è vero. Noi qui dentro abbiamo investito tutti i nostri risparmi: abbiamo fatto la piscina, il parcheggio. Volevano il centro benessere? Abbiamo creato anche quello. E' chiaro che se le terme non lavorano, si ferma tutto. E' la politica che non ha avuto la capacità di attirare gli investimenti». La stessa scommessa l'hanno fatta i Finocchi, father and sons, con il loro albergo Villa Bianca, a due passi dall'hotel Terme. L'unione fa la forza, si sono spalleggiati a vicenda: mosche bianche, mentre gli altri scrollavano la testa. Che il clima tuttavia stia cambiando lo dicono i numeri: «Al primo bando della prefettura abbiamo partecipato in cinque, al secondo in sedici, al terzo erano trentacinque», tiene il conto Gianni Finocchi. Per suo padre Corrado si capisce che la scelta di lavorare con i migranti è stata ancora più sofferta. Non ci ha dormito per quaranta notti, poi ha detto sì. «Ho aperto l'hotel nel 1975 e sono ancora qua, dopo 41 anni di lavoro. Non me lo lascio certo mangiare né dal sindaco Fritelli né dalle banche».

«Io faccio l'albergatore, per me è come avere clienti fissi tutto l'anno. Di profughi ne ho 24 - dice il figlio - chi ottiene il permesso di soggiorno poi è obbligato ad andare via». Arrivederci a mai più. Quasi sempre: Corrado racconta di un profugo che terminato l'iter è partito per la Svizzera. «Tempo due giorni e ce lo siamo ritrovati alla porta, rispedito in Italia. Noi non possiamo più tenerlo... certo, un piatto di pasta non glielo nego». Per ogni profugo lo Stato dà circa 35 euro: ci si arricchisce o si sopravvive? Nessuna esitazione: la seconda, sia per gli Orlandelli che per i Finocchi. «Sopravviviamo. Non siamo una cooperativa e neppure una onlus. Paghiamo le tasse, paghiamo tutto. Addirittura ci viene trattenuta alla fonte l'Iva. Sai quanto paga un hotel all'anno di Imu?». Azzardiamo: quindicimila? Risposta esatta, «e come fai a tirar fuori quei soldi se l'albergo è vuoto?». Un sbirciata dentro l'hotel Bianca: pavimenti tirati a lucido, siepi tagliate al millimetro, neanche un panno steso alle finestre. Un ospite è affacciato al balcone, un altro arriva in bicicletta. Silenzio, quiete. «Ci teniamo, certo: è un albergo». E se Sabrina dice che lavorare con i profughi è una scelta di non ritorno, i Finocchi non la pensano così. «Potrei riconvertirlo domani con la clientela di ieri», assicura Gianni. Corrado non trattiene l'amarezza: «Non piacciono i neri? E perché lo Stato non mi manda gli esodati? A me andrebbe benissimo: l'importante è non chiudere. L'ho spiegato agli altri albergatori. “Hai ragione, Corrado”. Ma quando li incontro per strada fanno fatica a salutarmi».

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  • Gianni Cesari

    18 Luglio @ 18.48

    giannicesari

    L'articolo è fatto bene, è bello leggere le opinioni ed esperienze di chi lavora sul campo, degli operatori turistici. E sentire anche l'opinione di chi paga?

    Rispondi

  • Indiana

    18 Luglio @ 13.26

    Indiana

    Ma poverini! Tutto il giorno a rigirarsi i pollici,a mangiare e avere animazione....Pensate che invece a me tocca lavorare! Agli albergatori che si lamentavano dei turisti rompiscatole rammento che i turisti pagano,gli immigrati NO! Paghiamo noi. Ci credo che sorridono e sono solari....

    Rispondi

  • ANONIMUS

    17 Luglio @ 19.23

    É il " l avoro del futuro" t inventi il nome di una cooperativa affitti un immobile appena abitabile metti una connessione wifi e poi lo riempi di richiedenti asilo e finché lo stato paga vai avanti cosi. ai terremotati servirebbero tra le 3000 3400 casette ne hanno ordinate 1800 e consegnate una trentina ormai é passato un anno! Per il Pd vengono prima i richiedenti e poi se c é tempo e soldi gli italiani.

    Rispondi

  • Milena

    17 Luglio @ 11.54

    Invito tutti a fare un giro a Tabiano, sono tutti in albergo sul balcone al telefono a giocano a calcio

    Rispondi

  • Dario

    17 Luglio @ 10.30

    rdsdario@gmail.com

    Si vede che sono "profughi", tutti anziani, bambini, deperiti e bisognosi di supporto psicologico !!! MA PER FAVORE SMETTIAMOLA DI PRENDERE IN GIRO GLI ITALIANI !!!

    Rispondi

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