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I sentieri del nostro Appennino: 400 km di infinito

I sentieri del nostro Appennino: 400 km di infinito
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La rete sentieristica dell’Appennino Parmense: dalle frecce segnavia al Catasto Sentieri. In assenza della Provincia diventa sempre più difficile per i Comuni e il Cai mantenere in ordine i percorsi tra boschi e vette.

Chicco Corini

Sono nostre compagne di viaggio. Quando le vedi tutte insieme, stai lì davanti a leggerle bene-bene per scegliere la protagonista di quel giorno d’avventura. Altre volte le scruti da lontano e non vedi l’ora di arrivarci a portata di occhi e tirare un bel sospiro perché quell’indicazione di direzione ti garantisce il percorso giusto. Capita anche che, attraversato da un brivido freddo, non trovi più quella giusta e ti metti in tutta fretta a riordinare le idee analizzando la cartina che, per fortuna, ti sei portato da casa. Sennò sono guai, tipici dell’escursionista per caso che perde di vista quel bianco e rosso che bisogna individuare anche nei boschi per stare sempre ben in allerta a non sbagliare il passo tra i faggi del nostro Appennino.

Molto spesso sfruttiamo le indicazioni delle frecce segnavia del Cai (appunto quelle bianco-rosse) senza riflettere su quello che c’è dietro a quella segnaletica che fa parte del paesaggio, e che ci permette di trascorrere una giornata in natura con sicurezza. E per far «parlare» le frecce del Club Alpino Italiano abbiamo chiesto il consulto a due esperti di montagna e di conseguenza di sentieri: Stefano Mordazzi e Andrea Benecchi che alle nostre curiosità rispondono all’unisono.

Mordazzi e Benecchi guidano il gruppo sentieristico del Cai di Parma, più precisamente la Commissione sezionale Sentieri e Cartografia: dei 1700 iscritti complessivi, una trentina di soci fa parte della sezione sentieri. «Noi viviamo una doppia emergenza: quella dei finanziamenti e poi quella della carenza di persone disponibili a trasformare una gita su e giù per le vallate in un lavoro d’alta specializzazione, dove si suda parecchio. E, bisogna spesso ricordarlo, operiamo come volontari al servizio di un popolo di escursionisti che è in costante aumento. Quello delle risorse è un enorme problema: un macigno», ci dicono subito Moradazzi e Benecchi. Poi, zaino in spalla, andiamo in marcia verso i sentieri, dalla pedemontana al crinale.

Quanti sono i sentieri che si snodano sull’Appennino Parmense e per quanti chilometri?

«Quelli gestiti dal Cai, o dove il Cai ci ha messo mano, sono 60. Per un totale di circa 400 chilometri di tracciati, mulattiere, sentieri, sterrati e via dicendo. Prendendo il Passo della Cisa come riferimento, abbiamo i sentieri ad Est che vanno dalla Valbaganza al Monchiese, passando dalla Valparma; e quelli ad Ovest, dalla Valtaro fino al Penna. Noi operiamo dalla collina (Calestano, Pellegrino Parmense, il Parco del Monte Fuso) fino alle cime dell’Appennino Tosco-Emiliano»

Cosa c’è scritto in una freccia del Cai?

«Quello che tutti leggono è il nome del percorso o del punto di arrivo, poi c’è il tempo di percorrenza che calcoliamo sulla base di un particolare programma informatico o direttamente sul posto. Il marchio distintivo del Cai è nel numero del sentiero che include particolari riferimenti che non sono noti alla maggioranza dei camminatori».

E cosa dice quel numero?

«Per capire come si è arrivati a quel determinato numero, bisogna risalire alle origini del sistema sentieristico del Cai, che adesso, a seguito di leggi specifiche regionali approvate negli anni e di convenzioni in essere con il Ministero dei Beni Culturali, Federparchi e ANCI, è diventata la segnaletica ufficiale dell’escursionismo in generale. Era il 1950 e alcune sezioni emiliano-romagnole e toscane del Cai iniziarono a mettere ordine sui sentieri che finivano sul crinale dell’Appennino Tosco-Emiliano che ci accomuna. A quell’epoca venne istituito il sentiero 00 sulla cresta appenninica che si sviluppa tra le due regioni. Per evitare incroci di sentieri con lo stesso numero tra Toscana ed Emilia, si decise di indicare i percorsi del versante tirrenico con il numero pari e quelli del versante adriatico con il dispari. Nella parte Est del Parmense si inizia con il 701, a Borgotaro e dintorni la numerazione dei sentieri parte dall’801. Per mappare i sentieri si hanno quindi a disposizione 50 numeri dispari nelle rispettive aree parmensi. Una numerazione ristretta rispetto alle esigenze. Quindi abbiamo deciso di applicare ai sentieri della zona bassa della Pedemontana la numerazione pari, sempre dal 700 in su, sapendo che sono percorsi che non andranno mai ad interferire con i sentieri toscani».

E nel Parmense quali sono i sentieri più frequentati?

«C’è l’abitudine di frequentare soprattutto quelli del versante Est, quelli del 7. Sono particolarmente interessanti anche quelli dell’8, cioè quelli a Ovest, ma forse sono meno conosciuti da chi non vive nella zona della Valtaro e Valceno. Sono itinerari che meritano più di un’escursione. Il Penna, ad esempio, è una vetta prestigiosa per l’intero sistema appenninico. Comunque, le due zone hanno più o meno 30 sentieri principali ciascuna. Quelli a Est sono caratterizzati da più vie di lunga percorrenze rispetto a quelle a Ovest».

Ma i sentieri a chi appartengono?

«Sulla base della legislazione regionale, la gestione dei sentieri è in capo ai singoli Comuni territorialmente competenti. Anche la pianificazione e la manutenzione spetta ai Comuni che di solito coinvolgono il Cai per ogni intervento specifico sui sentieri, mappatura compresa. Infatti, il Cai ha in gestione il Catasto Sentieri: attraverso questo catalogo particolareggiato, sappiamo con certezza dove operare e assegniamo i numeri ai sentieri».

Quando Stefano Mordazzi e Andera Benecchi cominciano a squadernare sul tavolo i fogli del Catasto Sentieri, si rimane impressionati dalla mole di dati che ogni sentiero si porta appresso. Sembrano le mappe di metropolitane di grandi città. E se le fai scorrere sul video del computer ci si potrebbe anche giocare a Tetris.

Allora, apriamo il Catasto Sentieri

«Alle volte si sente dire che gestire la sentieristica è facile, bastano un pennello, vernici bianca e rossa e il gioco è fatto. In realtà, dietro ad ogni cartello segnaletico ci sono un pensiero, una progettazione e un’organizzazione complessa. Di ogni sentiero è indicato il percorso, ci sono le fotografie e la cartina, è schedata la manutenzione, ci sono altre relazioni tecniche, è indicato dove sono stati messi i pali che sostengono le frecce e a che distanza sono l’uno dall’altro, sono registrati i tempi di percorrenza che vengono calcolati attraverso un algoritmo. Una mole di informazioni che solo pochi specialisti dal Cai riescono a trasferire nella memoria del Catasto. E’ una descrizione dei sentieri davvero indispensabile per la gestione ordinaria, per gli interventi d’emergenza e per la creazione di nuovi percorsi. Ad esempio, quando c’era la Provincia ed era in funzione il Tavolo di coordinamento provinciale dei sentieri, se un Comune sollecitava l’apertura di un nuovo sentiero, l’Ente provinciale ci affidava l’incarico. Facevamo i sopralluoghi, previa specifica convenzione mettevamo pali e frecce, poi dovevamo compilare schede dettagliate per inserire anche quest’ultimo percorso nel Catasto. E così via, di sentiero in sentiero».

Un lavoro per camminatori-certosini. O alpinisti-informatici che scalano anche le vette della tecnologia. A proposito, le app dedicate all’escursionismo e i sistemi GPS aiutano a seguire il «filo d’Arianna» bianco-rosso del Cai?

«E’ meglio che l’escursionista del weekend si orienti seguendo la segnaletica del Cai, più immediata e sicura. Le app sono strumenti evoluti che però necessitano di una buona dose di capacità tecnologica. I GPS li utilizziamo anche noi della sentieristica per geolocalizzare i nostri cartelli e i nostri interventi, studiare nuove tracce, etc.. La visuale dei GPS tende a restringersi rispetto al contesto in cui ci troviamo. Invece, leggere una carta dei sentieri e seguire le frecce del Cai è più agevole per la stragrande maggioranza degli escursionisti».

I sentieri seguono vecchi tracciati o alcuni sono stati creati dall’esperienza degli escursionisti stessi?

«Quasi tutti i sentieri seguono percorsi consolidati, vecchi tracciati, mulattiere, collegamenti per le carbonaie, transumanze, commercio del sale, contrabbando. Insomma sentieri dei vecchi mestieri che da noi sono stati poi gli stessi utilizzati anche dai partigiani. Quando si crea l’esigenza di migliorare un percorso attraverso altri sentieri, ci pensi e ci ripensi, poi scopri che in passato il problema era già stato risolto. Infatti, a volte si scoprono tracciati nascosti tra lamponi, more e mirtilli o cumuli di sassi che corrispondono a zone già registrate nelle antiche cartografie. Memorie di vite vissute nelle alte quote del nostro Appennino. Ad esempio, per evitare un passaggio di crinale, un po’ pericoloso, tra il Passo di Badignana e il Passo delle Guadine, abbiamo creato un nuovo percorso (715A). Dopo averne individuato l’accesso, abbiamo scoperto che questo itinerario era già stato percorso da una mulattiera di carbonai almeno cento anni fa. Anche la bretella (sentiero 723C Le Carbonaie-Panoramica) che collega i sentieri diretti verso il Lago Santo 723 A (Panoramico) con il 723 B (Le Carbonaie) era già presente in antichità, come testimoniano cartografie dell’800. Il Cai l’ha riattivata per consentire agli escursionisti di evitare le auto che vanno verso il rifugio del Lagdei. La funzione è diversa, ma il sentiero è sempre lo stesso».

Sentieri di un passato che quando si è in escursione sembra molto vicino a noi. Ad esempio, sulla sella del Monte Valoria (un’ora di cammino dal Passo della Cisa o dal Tugo) sono state effettuate eccezionali scoperte archeologiche, ora in mostra presso il Palazzo Bossi Bocchi della Fondazione Cariparma, che narrano come si muoveva la gente che viveva tra Parma e Luni  2200 anni fa. E Annibale dove ha tentato di oltrepassare l’Appennino: dal Passo Valoria o dalle creste del Piacentino?

Quanta  storia c’è sotto gli scarponi di noi  camminatori del Duemila….

«E’ proprio così, il nostro Appennino è anche un magnifico libro di storia. Dal punto di vista archeologico non è mai stato studiato abbastanza e probabilmente custodisce altri tesori del calibro di quelli scoperti al Valoria. Poi ci sono i cippi di confine del 1828 che rimandano a trattati internazionali. E a narrare la vita della gente dell’Appennino e dei viandanti, ci sono le mulattiere, i sentieri con i muri a secco, i ricoveri improvvisati per uomini e animali e le Maestà alle quali si rivolgevano i montanari per ottenere protezione. Ad ogni passo c’è una storia che viene narrata proprio sui sentieri. Andare per sentieri fa bene al corpo e anche alla mente».

Ma spesso il rumore e il pericolo delle moto da cross riportano ad una triste realtà: il menefreghismo che alle volte impera in strade asfaltate,  lo avverti anche nei boschi più sperduti del Parmense. Cosa ne pensa il Cai?

«Sì, alle volte, mentre si cammina nel silenzio, arrivano all’improvviso i rombi di moto e quad. Il fenomeno è per fortuna circoscritto. Ma in zone come quelle attorno al Monte Sporno o al Monte Navert, i crossisti lasciano tracce molto evidenti nelle carraie, sembrano delle trincee, solchi profondi che poi s’inzuppano d’acqua quando piove e creano rivoli che fendono i versanti. Ma è ancora incerta la definizione standard di sentiero e le relative regole di accesso. A quanto ci risulta, il Ministero dei Trasporti sta aggiornando il Codice per quanto riguarda la definizione di strada, quindi anche di sentiero».

Chi vigila  sui sentieri e sulla segnaletica?

«A vigilare sulla sicurezza dei sentieri dovrebbero essere gli organi di polizia. Ma di fatto i sentieri sono lasciati alla condotta di chi li attraversa. E purtroppo registriamo atti di vandalismo con cartelli divelti o spaccati in due. E se all’imbrunire l’escursionista non trova la freccia al posto giusto, spesso non sa come uscire dal labirinto. Quest’estate, in un giro di perlustrazione campione nell’area bassa dei sentieri tra Bosco di Corniglio, Lagdei e Lagoni, sono stati rinvenuti una cinquantina di cartelli segnaletici divelti. Vandalismo allo stato puro nella parte bassa del parco, dove chiunque può accedere. Man mano che si sale i danni diminuiscono e in alto non ci sono più. Chi sale è un escursionista motivato e conosce il valore della segnaletica Cai, che è un patrimonio di tutta la collettività. Chi, invece, trasforma una pseudo gita in teppismo è sicuramente un pigro che rinuncia a salire».

Il turismo responsabile, sostenibile, naturalistico è in espansione e comincia ad interessare anche i grandi tour operator. Più la segnaletica sentieristica è diffusa e puntuale, più il turismo internazionale è interessato a sperimentare le vie del nostro Appennino. Anche l’accoglienza è un fattore di attrattiva per l’escursionista che viene da lontano. Il successo, ad esempio, del Cammino di Santiago, si basa anche su una costante manutenzione e valorizzazione dei percorsi, con il coinvolgimento di intere comunità di cittadini al servizio del pellegrino.

Anche il turismo si è messo in marcia?

«Sì, ma siamo un po’ in ritardo nel cogliere l’attimo fuggente di questa rinnovata domanda di turismo in natura. Il Cammino di Santiago ha un significato mistico, profondo e rappresenta un’esperienza secolare che fa storia a sé. E non può essere paragonato con la Via Francigena che è nata con un passo un po’ più commerciale. Comunque, rispetto all’Italia nel suo complesso, la Francia e la Germania hanno sviluppato un escursionismo all’ennesima potenza. Hanno una distribuzione molto più estesa di sentieri. La Regione Emilia Romagna sta cercando di convogliare finanziamenti comunitari a favore del sistema sentieristico regionale. Ma siamo in una situazione di standby: abbiamo la legge ma manca il regolamento attuativo. In ogni caso ci sembra che il cammino intrapreso dalla Regione sia quello giusto. La vetta per un salto di qualità non è poi così lontana».

All’estero c’è anche una più incisiva e partecipata tutela del patrimonio ambientale. Invece, i nostri monti stanno diventando una gigantesca gruviera, e i boschi sono pieni di buchi lasciati dai taglialegna che per arrivare in quota creano anche «autostrade» a ridosso dei sentieri storici.

«C’è un apposito gruppo del Cai che si occupa nello specifico di tematiche riguardanti la tutela dell'ambiente montano. Comunque, si può dire che dopo anni e anni di abbandono, i boschi cedui sono tornati a dare reddito per chi vive in alta quota. Certo, bisogna intervenire nei boschi con tutte le regole di tutela ambientale necessarie, e chi non le rispetta ne risponde secondo quanto previsto dalle leggi. Purtroppo, da noi succedono cose che in altre zone dell’Europa non succederebbero: ad esempio, in un tratto della via Francigena hanno abbattuto alberi ed alberi di un bosco che costeggia un percorso selciato e con i muretti a secco. Ecco, nei percorsi del Cammino di Santiago una mostruosità del genere non l’avrebbero mai portata a termine».

Ritorniamo alle frecce segnaletiche, ai volontari del Cai che mettono in sicurezza i sentieri per noi camminatori delle vacanze. L’ultimo grande intervento di manutenzione l’avete fatto sette anni fa, quando ancora c’era la Provincia. Oggi, che la Provincia c’è e non c’è, con chi vi rapportate?

«Con un nostro progetto, finanziato dalla Provincia, tra il 2009 e il 2010 abbiamo sostituito tutta la segnaletica: al posto delle piccole frecce in legno abbiamo collocato circa 250 tabelle segnavia in Forex più grandi e ben visibili. Adesso, abbiamo una convezione con il Parco Nazione dell’Appennino Tosco-Emiliano che prevede anche un piccolo contributo. Poi continuiamo la collaborazione con i Comuni che ci chiedono progetti e interventi, ma non ci danno sostegni economici, limitandosi a pagare i materiali per la manutenzione che noi andiamo a eseguire come volontari. Poi possiamo racimolare quel poco di cui dispone il Cai. Quando c’era l’assessorato provinciale al Turismo lavoravamo molto bene, adesso la situazione è davvero incerta a discapito di chi frequenta i sentieri. Una sola freccia segnavia pesa più di un chilo, poi ci sono i pali e l’attrezzatura: ci vogliono grandi zaini per portare questo materiale in quota. Il più delle volte tutto a piedi poiché le jeep non possono salire più di tanto. Ogni palo con 3 frecce costa circa 100 euro. Se un’impresa ne dovesse piantare sei o sette in un giorno farebbe già una fattura di quasi mille euro solo di materiale, senza considerare il costo uomo. Invece, noi rispondiamo alle esigenze di tutti, facendo risparmiare tutta la cittadinanza, quelli di montagna, di pianura e di città».

A proposito di città e pianura: voi operate dai duecento/trecento metri in su e soprattutto su aree del demanio che garantiscono il libero passaggio. Un sistema sentieristico Cai andrebbe bene anche in pianura?

«Considerato che camminare fa bene, davvero molto bene, dovrebbero essere le Ausl a farsene carico e sollecitare i cittadini a percorrere itinerari che il Cai può individuare anche dentro e fuori città e paesi. L’hanno già fatto in diverse realtà italiane. Sulle carraie si farebbero delle bellissime camminate, ma non è semplice avere i permessi per attraversare le proprietà private e con coltivazioni particolari. Si potrebbe comunque iniziare da Parma, con il percorso del Marètt». E gli scarponi sono già in movimento: va’ dove ti porta il sentiero.

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