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Vicino a Coenzo

«Noi, i dimenticati dell'alluvione»

La rabbia degli abitanti oltre il confine con Brescello. «Nessuno ci ha avvertiti e così abbiamo perso tutto»

«Noi, i dimenticati dell'alluvione»
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Nessuno maledice l'acqua del fiume. «Perché le piene ci sono sempre state. E sempre ci saranno». La gente della Bassa è fatta così. Conosce le mattane dei gorghi e quando serve si infila gli stivali e inizia a sbadilare. Senza concedersi il lusso inutile del mugugno.

«Ma stavolta è diverso, non si può parlare di una piena impossibile da contenere. No, ci sono delle responsabilità, delle mancanze nella prevenzione e, soprattutto, nelle informazioni. Insomma, ci sono dei colpevoli: ed è giusto che si sappia».

Boris Donelli sopra la camicia di pile porta la muta da sub. Ma quando in casa hai un metro e ottanta d'acqua l'eleganza non è il primo pensiero.

«Nessuno ci ha informato quando l'argine ha ceduto e nessuno ci ha spiegato che rischio stavamo correndo. E ancora adesso, dopo che si è mosso il circo dell'emergenza, nessuno sembra avere anche solo una minima idea di cosa fare».

E' solo lo sfogo di chi sa di avere davanti almeno un anno di pena prima di poter tornare nella propria casa? Non proprio. Perché Donelli e gli altri, piuttosto, bruciano della rabbia di chi si sente vittima di un paradosso: sono fuori dalla zona golenale ma solo alluvionati; sono ai piedi di un argine ma questo non ha subito neppure un danno; hanno provato a salvare le proprie cose: ma nella confusione della burocrazia che delega e non decide sono stati beffati. «Risultato? Abbiamo le case immerse in un lago grande come trecento campi da calcio. E chissà quanto tempo ci vorrà per prosciugare tutta l'area».

La zona è quella appena oltre il ponte di Coenzo. Siamo in territorio di Brescello, provincia di Reggio, insomma. Ma Parma è a pochi passi, appunto oltre l'argine che ha retto. Mentre l'acqua è arrivata da lontano.

«Qui l'Enza fa una lunga curva e ha rotto a Lentigione, laggiù in fondo», spiega Enrico Farri indicando l'orizzonte sprofondato nel fango. - L'acqua ha iniziato ad allagare la zona, ha travolto il paese e poi ha puntato verso Sorbolo. Poi, dopo aver rimbalzato sugli argini più lontani è arrivata sino a qui». Sono occorse oltre quattro ore. Sembrano poche: ma sono l'intervallo che che c'è tra il perdere ogni cosa e salvarsi, almeno un po', la vita.

«Io per esempio sono corso per portare via mio fratello che abita in via Imperiale», racconta Agostino Poli. Ha 83 anni, si ricorda la grande piena del '51 e non conosce la rassegnazione. «Nessuno lo aveva avvisato. Io ho avuto appena il tempo di svegliarlo e di scappare via». Altri sono stati meno fortunati: ci sono state coppie di anziani che si sono trovati l'acqua al soffitto del piano terreno. E hanno dovuto aspettare una giornata intera prima di tornare all'asciutto. «A me, ad esempio, ha chiamato un amico: ero a Parma e sono corso indietro verso casa. Insieme a mio figlio abbiamo provato a salvare il salvabile. Ma se ci avessero avvisato prima avremmo potuto fare molto di più».

Adesso, seduti accanto ad un braciere, col gelo addosso e davanti al lago bigio ognuno fa i conti con quello che si sarebbe dovuto fare. Intanto mastica rimpianti. «Se ci avessero spiegato che un argine intero aveva ceduto a Lentigione avremmo capito che stava per arrivare un'onda enorme. Invece, senza sapere nulla e con poco tempo a disposizione ognuno si è affannato a fare quel poco che ha potuto. Ma spesso invano».

Poco più in la, enormi idrovore affacciate sull'argine della bonifica Bentivoglio cercano di prosciugare la distesa fangosa e file di curiosi si fermano per un oltraggioso selfie di fronte a chi non trova pace. «Cosa fareste al mio posto? Lascereste la vostra casa incustodita in balia degli sciacalli. Noi no; noi facciamo i turni e restiamo qui a controllare quello che succede».

Ma è un'attesa che spezza i nervi. A Lentigione, si sente ripetere a mezza voce, l'acqua è defluita via. Qui, invece, immobile, sembra che non ne voglia sapere di restituire agli uomini la terra che ha invaso poco dopo l'alba di martedì. Quando il sole tramonta con un innaturale tuffo arancio nella palude Chiara è ancora lì. Ha gli stivali di gomma ai piedi ed è infagottata in una felpa. Il ponte di Coenzo è a meno di cinquanta metri ma il suo sguardo resta fisso su un sasso. «L'ho messo per segnare dove arriva l'acqua. Così controllo di quanto sta scendendo - mormora con un filo di voce. - In queste ore è calata però poco, giusto qualche centimetro». Nessuno qui maledice l'acqua. Ma amara resta sospesa la preghiera senza parole di tutti. «Ti prego: vattene. E lasciaci tornare a vivere in pace».

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