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Anziani e fragilità

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Comunicato stampa

 È un modello di intervento importante, frutto di un progetto unico in Italia, quello presentato oggi all’Auditorium Paganini di Parma nel convegno “La gestione anticipata della fragilità: per un modello integrato dei servizi territoriali”: un appuntamento nel quale sono stati presentati gli esiti di una ricerca/intervento sul tema della “fragilità” promossa dalla Provincia e dall’Ausl di Parma in collaborazione con la Regione Emilia Romagna.
La ricerca, che si è incentrata su 3.138 anziani ultra 75enni non conosciuti dai servizi, ha inteso individuare i fattori sanitari, sociali e ambientali che più di altri identificano la condizione di fragilità delle persone anziane; per “fragilità” si intende, in questo contesto, la condizione, definita da molteplici aspetti, delle persone anziane che rischiano di diventare non autosufficienti, soprattutto se non si interviene tempestivamente. La ricerca ha coinvolto il personale dei servizi sociali e sanitari del Distretto Sud-Est (distretto di Langhirano) ed esperti in materia. Particolarmente significativa, per quanto riguarda il processo di indagine e la rilevazione sulla popolazione anziana, è stata la collaborazione fra medici di medicina generale e assistenti sociali. L’esito dell’intervento sperimentale è costituito da una serie di indicatori che possono identificare la condizione di fragilità, e che verranno utilizzati dai Servizi per intervenire preventivamente e tempestivamente nei casi a rischio.
“Tanto più in momenti di difficoltà e a rischio di scollamento come questi, è importante sottolineare che le istituzioni devono muoversi in modo coerente perché si tuteli il concetto della comunità, l’idea che in una comunità nessuno sia lasciato solo: è stata una caratteristica del nostro territorio in passato, dobbiamo ribadirla oggi”, ha detto in apertura il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli. “La ricerca condotta – ha spiegato l’assessore provinciale alle Politiche sociali Tiziana Mozzoni - è innovativa per diversi motivi, sia per gli obiettivi sia per il metodo. L’obiettivo è quello di andare a conoscere gli anziani di un territorio che non sono in carico ai servizi, per rilevare anticipatamente il bisogno e permettere una presa in carico leggera da parte dei servizi stessi, accompagnando l’anziano autosufficiente al manifestarsi della non autosufficienza ed evitando quindi una presa in carico emergenziale. L’idea è  dunque quella di un “accompagnamento” alla non autosufficienza e di una rilevazione anticipata dei bisogni. La ricerca è innovativa anche nel metodo, perché si è realizzata una vera integrazione: medici di famiglia e assistenti sociali e domiciliari hanno lavorato insieme per classificare e conoscere tutti gli anziani del territorio. Un lavoro congiunto, questo, che speriamo da sperimentale possa diventare strutturale non solo in quel territorio ma su tutto il territorio provinciale”.
“Ci sembra che quella che abbiamo imboccato sia la strada giusta: fare sistema e fare rete per un tema che sta a cuore non solo agli amministratori ma soprattutto alla società: una società che sta cambiando, e nella quale la popolazione anziana ha un’incidenza notevole”, ha aggiunto Alberto Pazzoni, presidente del comitato di distretto Sud-Est. 
Sugli esiti dell’indagine si è soffermato in particolare Andrea Donatini della direzione sanitaria dell’Ausl. “La ricerca ha dato conferme importanti su quanto si pensava: e cioè che l’anziano che vive isolato, magari in montagna, in centri piccoli, e non ha una rete sociale forte intorno, è più in difficoltà. Abbiamo dato una base scientifica e numerica a questa affermazione. Per la prima volta in Italia siamo riusciti a rilevare le condizioni di tremila anziani non conosciuti ai servizi, ed è stato importante: importante da un lato perché in questo modo siamo potuti venire a conoscenza di una serie di situazioni di disagio e di non autosufficienza che non si conoscevano, e poi perché quello che abbiamo messo in piedi può diventare un modello, una strategia d’intervento da estendere anche ad altri territori”.
“Lo scopo fondamentale è stato quello di identificare indicatori facilmente misurabili che possano predire il rischio di non autosufficienza negli anziani. L’indagine ha quantificato questi indicatori di rischio: ciò vuol dire mettere nelle condizioni i servizi di poter intervenire non nel momento in cui si presenta l’emergenza ma precocemente: consentire loro di mettere in atto interventi di vicinanza, di presa in carico, di supporto che sono tanto più efficaci quanto più vengono esercitati tempestivamente”, ha detto a margine del convegno il direttore generale dell’Ausl Massimo Fabi, che chiuderà l’appuntamento nel pomeriggio. “Un altro elemento da sottolineare – ha aggiunto - è la stretta collaborazione tra la componente sanitaria e quella sociale. I medici di medicina generale e gli assistenti sociali hanno collaborato in maniera stretta e proficua, e questo è stato un valore aggiunto importante perché la valutazione del bisogno è stata fatta congiuntamente dalle figure professionali che poi devono mettere in atto gli interventi sui due versanti, sanitario e sociale”.
Nel corso dell’incontro sono intervenuti tra gli altri anche Stefano Zamagni, Mirco Moroni, Rita Cavazzini, Piera Papani, Carlo Missorini, Caterina Sacchi, Tiziano Tagliani, Raffaele Fabrizio, Lucio Belloi.

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