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Alimentazione forzata: quando Parma fu al centro di un caso nazionale

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Gabriele Balestrazzi

La lacerante storia di Eluana richiama alcune vicende che hanno toccato anche Parma (lunedì sera a “Chi l’ha visto?” c’è stata la toccante testimonianza di Paola Onori, oggi la Gazzetta  ricorda la storia di Mara Dallari). Ma forse non tutti sanno o ricordano che proprio Parma, all’inizio degli anni ’80, fu al centro di un altro caso nazionale: diversissimo come origine, ma alla fine ugualmente sfociato in un dibattito fra diritto e morale sulla possibilità di stabilire per legge una alimentazione forzata o altri interventi terapeutici per salvaguardare la vita di una persona.
E’ quello che passò alle cronache come “il caso dei tre detenuti digiunatori”: tre sospetti terroristi che, per protestare contro le lungaggini dei rispettivi processi e contro le condizioni di vita all’interno del carcere milanese di San Vittore, iniziarono nel settembre 1981 un lunghissimo sciopero della fame. Due di loro, poche settimane dopo, vennero trasferiti nel carcere parmigiano di San Francesco, dotato di un attrezzato centro clinico, e da lì all’ospedale Maggiore.
Il protrarsi del digiuno (in pratica si nutrivano di soli liquidi) provocò un deprimento delle loro condizioni tale da minacciarne la stessa sopravvivenza. E a quel punto, proprio come nel caso di Eluana, si accese una fortissima battaglia fatta di interpretazioni giuridiche, contrapposizioni politiche e confronto di impostazioni morali che coinvolse tutta l’Italia avendo proprio l’amministrazione comunale di Parma (guidata allora da Lauro Grossi) al centro dell’attenzione e delle polemiche.
Fu anche quello uno scontro durissimo, che vide fra i protagonisti Mario Tommasini, allora assessore comunale alla sanità, che insieme al sindaco (ma il dibattito coinvolse ovviamente tutto il mondo politico di Parma) diede vita ad un fortissimo braccio di ferro con il governo, e in particolare con il ministro della Giustizia Darida, che più volte intimò agli amministratori parmigiani di applicare ai detenuti un trattamento sanitario obbligatorio, come quello previsto allora e tuttora per il ricovero di pazienti psichici.
Anche allora ci si pose il problema del rapporto fra legge dello stato e volontà individuale, e ci si chiese a chi spettasse la decisione finale. Un dibattito che, per di più, si sovrappose allora a quello sui tempi lunghissimi della giustizia e sul sovraffollamento delle carceri: vien da dire che, 28 anni dopo, su tutti questi temi siano ancora a quel punto…
Il caso dei digiunatori si chiuse dopo ben 70 giorni, quando gli stessi tre detenuti accettarono di riprendere l’alimentazione. E nel caso dei due “parmigiani”, quella vicenda fu anche la palestra per una iniziativa-pilota di  inserimento di detenuti al lavoro esterno (per uno dei due proprio a Parma, in una cooperativa per disabili). Ma le tante promesse che da più parti vennero fatte in quelle settimane e proprio a seguito del dibattito, ovvero una legge equilibrata sull’alimentazione forzata, e un riesame dell’organizzazione carceraria e della organizzazione della giustizia, rimasero in buona parte promesse, una volta che la vicenda smise di “fare notizia”. Proprio come molti temono possa accadere oggi, una volta dissolti il clamore e la mobilitazione suscitati dalla storia di Eluana.
 

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  • giancarlo

    11 Febbraio @ 18.13

    Nessuno può violare la volontà della persona.Neanche lo Stato.Qualora dovesse succedere una cosa del genere non saremmo più padroni della nostra vita e della nostra libertà.

    Rispondi

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