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I lefebvriani di Parma escono allo scoperto

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Caterina Zanirato


Prima si sentivano considerati degli appestati. Poi, dopo la revoca della scomunica dei quattro vescovi lefebvriani, anche gli appartenenti alla comunità della Fraternità sacerdotale San Pio X di Parma, ovvero i discepoli locali di monsignor Lefebvre, hanno iniziato a non aver paura a raccontarsi.
«Siamo molto contenti, finalmente siamo considerati. Anche se purtroppo sono sorte un po' troppe polemiche» racconta un fedele, Giuseppe Torracca. Pur non volendo entrare nel tema «olocausto», che nell’ultimo mese ha sollevato un vero e proprio polverone sulla loro comunità, anche i lefebvriani hanno iniziato ad aprire le loro porte.
A Parma, la comunità della Fraternità Sacerdotale conta circa trenta fedeli.
Ogni quarta domenica del mese si incontrano per celebrare la messa, quella istituita da Pio V, in latino secondo la tradizione romana, in borgo Felino 31, alle 17.30.
 Il loro ritrovo è una cappella privata, ma consacrata. Il sacerdote che celebra la messa, don Mauro Tranquillo, arriva da Rimini, centro del distretto, per un giorno. Non sono organizzate molte attività: qualche volta il parroco visita le famiglie dei fedeli per fornire servizi di catechismo, ma non essendo spesso sul territorio la quarta domenica del mese rimane l’unico appuntamento fisso.
«Mi sono avvicinato alla comunità circa dieci anni fa, quando ho deciso di dare la mia disponibilità per l’uso della cappella di mia proprietà - racconta Torracca, proprietario dello stabile di via Felino -. Mi ricordo che quando ho seguito la prima messa, veniva celebrata all’interno di un supermercato. Una sistemazione di fortuna. E ho ritenuto fosse una cosa indegna: così ho deciso di ospitare qui le celebrazioni una volta al mese».
Per quanto la cappella sia consacrata, con tanto di altare e reliquie, rimane comunque strano pensare che si possa celebrare un rito religioso tra case, uffici e magazzini. Ma loro resistono, sicuramente in una situazione migliore rispetto a tante altre città, assistendo a una messa molto particolare in una sala di circa una ventina di posti.
 «Credo che la messa in latino sia molto efficace - continua Torracca -. Il latino unisce: spesso sono all’estero ed è l’unica lingua in cui mi riconosco, appartiene alla religione cristiana ed è uguale in tutto il mondo. Io poi ci sono abituato: ho studiato alla scuola cattolica dei gesuiti. Alla fine si è sempre celebrata così: non capisco perché poi sia diventata non ufficiale e serva un permesso speciale per celebrarla».
Nonostante l’attenzione nel preservare la tradizione, il rito è comunque in evoluzione: «Prima era più un “sacrificio verso Dio”, ora è più comunitaria, una sorta di dialogo tra fedeli».
 Tutto tace invece per quanto riguarda gli avvenimenti degli ultimi giorni: «Non capisco perché non si voglia farci avvicinare alla Chiesa ufficiale - spiega Torracca - speriamo solo che dopo la revoca della scomunica non si voglia niente in cambio dalla nostra comunità».


 

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