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Chirurgo si offre volontario. Ma l'Ausl: «Non si può»

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Monica Tiezzi
Quando la burocrazia strangola l'entusiasmo per la propria professione e la voglia  di lavorare. E' la sintesi di questa storia, tanto più paradossale in un momento di crisi in cui le aziende devono fare i conti con tagli e ridimensionamenti. E nonostante questo, rifiutano  - e forse non possono davvero fare altrimenti - chi si offre di lavorare gratuitamente. Il protagonista della vicenda è un medico sessantenne andato in pensione un anno e mezzo fa, con un curriculum di tutto rispetto: laurea e specializzazione in chirurgia generale all'università di Parma, idoneità nazionale a primario, ulteriore specializzazione in igiene preventiva e sanità pubblica, 34 anni di esperienza ospedaliera,  qualifica di dirigente di chirurgia all'ospedale di Montecchio. «Amo il mio lavoro, ma ho deciso di lasciare perchè ero troppo stanco per continuare a fare le notti e le lunghe ore in sala operatoria» dice. 

 La vita da pensionato si rivela però noiosa e il medico sente di poter dare ancora molto, oltre a voler dimostrare «la mia gratitudine nei confronti di Parma, una città dove non sono nato, ma che mi ha dato tanto», aggiunge. Allora prende carta e penna e, l'ottobre scorso,  scrive all'Ausl di Parma: «Come da recente colloquio presso la direzione sanitaria, formalizzo la mia disponibilità ad attività ambulatoriale chirurgica, comprensiva anche della piccola chirurgia, per un massimo di sei ore settimanali, possibilmente distribuiti su tre giorni alla settimana da concordare. Confermo che tale attività verrà svolta dal sottoscritto gratuitamente con il solo rimborso delle spese di viaggio dalla mia abitazione in Montechiarugolo al luogo di lavoro, e di quelle assicurative concernente l'attività suddetta (Rc terzi) e KasKo per l'autovettura. Allego curriculum». Il medico, parlando al telefono con un dirigente dell'Ausl, suggerisce anche cosa potrebbe fare: «Poichè ho lavorato per un anno e mezzo, in convenzione, in un ambulatorio Ausl di Langhirano facendo piccola chirurgia  - cisti, lipomi, nevi, piccole formazioni cutanee, unghie incarnite - e poichè conosco bene i medici di base di quella zona, ho proposto di tornare in quell'ambiente per me familiare. Pur non escludendo qualsiasi altra sede o mansione l'Ausl avesse deciso di affidarmi. "Fatemi fare quello di cui avete bisogno, mettetemi alla prova. Se non vado bene, siete sempre  liberi di rimandarmi a casa", ho aggiunto».

 Una proposta «insolita», ammettono all'Ausl,  che si riserva  di prendere   tempo per valutare se la cosa è fattibile. La risposta arriva  a  meno di un mese dalla richiesta: «Pur valutando positivamente la sua disponibilità - scrive l'allora direttore sanitario Massimo Fabi, poche settimane dopo nominato direttore generale  -  devo purtroppo riscontrare che non è possibile aderire alla richiesta in quanto le tipologie di rapporto che è possibile instaurare con le Aziende Sanitarie non comprendono una simile fattispecie».  La lettera, ringraziando ancora per « la volontà di contribuire alle attività sanitarie svolte in provincia», chiude suggerendo di rivolgersi  alle «numerose associazioni di volontariato nelle quali la sua esperienza e professionalità può sicuramente trovare un proficuo riscontro».

 Una doccia fredda, ammette il medico. «Ho preso il telefono e chiesto  ulteriori spiegazioni. Mi è stato ribadito che ci sono difficoltà burocratiche  ed è stato aggiunto che l'azienda ‘deve far crescere i giovani’. Giustissimo, ho ribattuto: ‘Ma non potete farli crescere con me?  Io non ruberei lo stipendio  a  nessuno’».  Così, il medico volenteroso ha mollato. Nel tempo libero  si darà forse al giardinaggio.   Così vanno le cose in un'Italia dove  il governo  spinge per posticipare  l'età della  pensione, ma dove si lascia un chirurgo  - neanche sessantenne, e disposto a lavorare gratis - a potare le rose. 
 

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