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Cittadino del mondo con Parma nel cuore

Alessandro Azzoni, diplomatico «Torno spesso, ma mai quanto vorrei. Questa è l'unica città che sento mia»

Alessandro Azzoni

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Katia Golini
Parma è sempre nel suo cuore. L'ha lasciata da bambino, ma ci torna volentieri ogni volta che può. Anzi: «Mai quanto vorrei». Alessandro Azzoni è un astro in ascesa della diplomazia italiana. Gli occhi che pungono, il sorriso gentile, parlantina spigliata e battuta sempre pronta, non solo in italiano, ma anche in inglese, francese e spagnolo. E' ministro plenipotenziario e capo dell'unità Pesc-Psdc (Politica estera sicurezza comune-Politica di sicurezza e difesa comune) della Direzione generale per gli Affari politici e di sicurezza. Un titolo che incute soggezione. Ma lui minimizza. Preferisce non darsi arie: «E' una parolona. In sostanza significa che sono al penultimo grado della carriera diplomatica prima di diventare ambasciatore di grado. Vuol dire che posso fare l'ambasciatore ovunque, salvo che nelle ambasciate nelle capitali più grandi, come Washington, Parigi, Londra e così via».
I sogni, le convinzioni
Oggi ha 48 anni. A Parma ha vissuto fino a 11, quando suo padre, funzionario di banca, è stato trasferito a Firenze. Un cambiamento drastico che non ha turbato le sue notti di bambino. Del resto un cittadino del mondo lo è fin da piccolo, quando più che un sogno aveva una convinzione. «Ho sempre avuto l'idea che avrei avuto un futuro in movimento. Da ragazzo non pensavo alla carriera diplomatica, ma ho sempre pensato che non avrei fatto un lavoro stanziale, che non sarei stato incollato ad un paese, un posto, una seggiola. Fin da piccolo ho convissuto con un demonietto che mi spingeva a cercare l'altrove».
Lo zampino del caso
La svolta decisiva arriva quasi per caso. La sua carriera prende il volo quando ha appena 26 anni. «Dopo l'università (si laurea in Scienze politiche a Firenze, ndr), ho preparato l'esame per la carriera diplomatica. Un esame durissimo, che ancora oggi a volte sogno e mi pare un incubo. E' andata bene al primo colpo. A quel punto è iniziato tutto. E devo dire che oggi, dopo 22 anni di attività, non vorrei mai tornare indietro e se ci fosse la macchina del tempo rifarei esattamente quello che ho fatto. Un attimo, non vorrei che passasse l'idea che è tutto rose e fiori. E' una vita che dà molto ma chiede anche tantissimo. Non ci sono autisti vestiti da Ambrogio che ti portano il Ferrero Rocher quando hai un languorino. Ma a me piace così».
Una famiglia in viaggio
Nulla di banale, nella sua vita, ma davvero tante difficoltà. A partire dalla famiglia. Azzoni ha una figlia, Isabella, 9 anni. E una moglie, Patrizia, diplomatica in carriera a sua volta. «Ci sono stati periodi nella nostra vita in cui per vederci abbiamo fatto lavorare parecchio le compagnie aeree. Ora ci va bene perché siamo tutti a Roma, ma non è stato sempre così».
Azzoni ha spalle grandi. Nel suo curriculum conta già Asia, Africa, Spagna, Austria. Console a Barcellona negli anni Novanta, poi vice ambasciatore in Senegal e quindi, dopo un secondo passaggio al Ministero degli Esteri, alle Nazioni Unite a Vienna fino al 2008.
L'esperienza in Turchia
Dal 2008 al 2012 è stato vice ambasciatore ad Ankara, in un Paese in movimento, teatro di manifestazioni di piazza che hanno fatto notizia: «Non è difficile lavorare in Turchia. I turchi provano per gli italiani una simpatia innata. E' chiaro, in un Paese così multiforme, bisogna entrarci delicatamente. E' un Paese straordinario dove si intersecano tante culture, storie, civiltà, religioni. Istanbul è un crocevia di tutto, non a caso Costantino la elesse a capitale. Negli anni in cui sono stato là, ho avuto il privilegio di vedere crescere la Turchia in modo esponenziale. E ho visto attuarsi cambiamenti profondamente democratici. Nell'ultimo periodo, in effetti, c'è stata una tendenza a delegittimare l'avversario politico, che evidentemente non è una caratteristica solo italiana».
Bruxelles dietro l'angolo
Da un anno e mezzo è a Roma, al ministero degli Esteri. Di fatto fa le pubbliche relazioni per l'Italia in Europa. «Una volta al mese almeno vado a Bruxelles con il ministro degli Esteri, prima con Giulio Terzi, ora con Emma Bonino. Il mio compito è coordinare le politiche estere italiane con le priorità dell'Ue e viceversa. Negli ultimi tempi mi sto occupando molto del rilancio della difesa comune europea».
L'Ue e la politica di difesa
Sembra un argomento lontano dalla vita della gente ma non è così. «I 28 Paesi dell'Unione spendono insieme per la difesa circa la metà di quello che spendono gli Stati Uniti ma le loro capacità sono, "ad essere generosi", il 10%». E' arrivato il tempo dell'esercito europeo, sognato da tanti fin dagli anni Cinquanta del Novecento? «Significa semplicemente che possiamo, anzi dobbiamo spendere meglio i nostri soldi e cercare di creare una base di difesa comune che permetta all'Europa di far sentire la sua voce e difendere autonomamente la sicurezza dei suoi cittadini, se necessario».
I missili atomici russi
La base della diplomazia è la «realpolitik», «che non significa cinismo, ma necessità di avere a che fare con i tempi che ci sono stati dati, come diceva Aldo Moro, e non con quelli in cui vorremmo vivere». Putin ha schierato in questi giorni diverse batterie di missili a corta gettata ai confini con l'Europa in risposta al progetto di scudo anti-missili. Cosa significa? «L'Europa non può considerare la Russia un problema, né continuare a sfidarla con atteggiamenti da gioco a somma zero, per cui chi si avvicina a Bruxelles deve per forza allontanarsi da Mosca. Il dialogo con Mosca resta essenziale, perché Europa e Russia, pur mondi per certi versi differenti, hanno bisogno da sempre l'una dell'altra: dobbiamo riconoscere i nostri interessi e difendere i nostri principi senza perdere di vista la realtà. Ecco, di questo avrebbe davvero bisogno l'Europa oggi: di una nuova visione. Di sapere dove va, per poi decidere come andarci».
Messaggio agli euroscettici
A dispetto di quello che si potrebbe immaginare l'Italia piace all'Europa. «Ieri alla Farnesina il Presidente Napolitano ha citato le parole pronunciate nel 1947 da un suo grande predecessore e come lui convinto europeista: Luigi Einaudi. Insomma da quasi 70 anni la nostra voce è ascoltata. L'importante è avere qualcosa da dire. E' avere idee e progetti da portare al vaglio della Commissione. A Bruxelles non aspettano altro». A chi ha iniziato a lanciare bordate contro l'Europa, anche in vista della campagna elettorale, vorrebbe mandare un messaggio. «Innanzi tutto non si può essere patrioti italiani senza essere patrioti europei. E poi, cosa vogliono concretamente queste persone? Quali alternative reali, non fantasiose, avrebbe l'Italia? Ecco, credo basti questa domanda. E' impensabile che l'Italia esca dall'Europa e dall'euro: la scelta è solo se andare avanti o tornare indietro, perché fermare il tempo comunque non è possibile. Per me resta valida la metafora della bicicletta: o si pedala o si cade. Noi pedaliamo - bene o male - sin dall'inizio del grande sogno europeo: smettere adesso sarebbe follia».
Al Tardini in curva
Da Parma al mondo e dal mondo a Parma, appena possibile. «Sì. A "casa", nell'unica città che abbia mai sentito mia, torno spesso. Per vedere gli amici e per andare insieme al Tardini, rigorosamente in curva». E per accontentare la piccola Isabella: «Adora i nonni e tifa per i crociati. E' nata a Foligno, ma quando aveva 40 giorni è andata a vivere in Austria. Non ha mai vissuto in Italia - eccetto in questi ultimi mesi -, ma si sente italiana».
E a Natale menù parmigiano.
«Su questo non si scherza. Sono riuscito a preparare in casa i tortelli d'erbetta persino ad Ankara: cuzen'na pramzana per tutta la vita!».

 

 

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