Intervista all'ex rettore Nicola Occhiocupo

Camera delle Regioni? La proposta partì da Parma

Nel 1975 rilanciò un'idea emersa in Assemblea costituente nel '46-'47

Nicola Occhiocupo

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Trasformare il Senato della Repubblica in Camera delle Regioni (o delle Autonomie), in cui possano trovare rappresentanza diretta e dare un proprio contributo decisionale e di responsabilità a livello nazionale anche gli enti territoriali. Una proposta che negli ultimi tempi è emersa a più riprese nel dibattito politico, al punto che non più tardi di qualche giorno fa è stata fra i temi centrali dell’incontro fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Un’idea, quella della Camera delle Regioni, che ha suscitato attenzione crescente e che è contenuta anche nelle relazioni dei gruppi di lavoro istituiti dal presidente della Repubblica Napolitano e dal presidente del Consiglio dei ministri Letta. La proposta, però, non è nuova: a riprendere per primo questa idea, avanzata nel 1946-47 durante i lavori dell'Assemblea Costituente, è stato nel 1975 Nicola Occhiocupo, docente di diritto costituzionale per un quarantennio nell'Università degli Studi di Parma, di cui è stato eletto quattro volte rettore, già componente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nominato nel febbraio 2010 dai presidenti del Senato e della Camera dei Deputati. A Nicola Occhiocupo la «Gazzetta di Parma» ha chiesto di ritornare a parlare di questo argomento.

A distanza di tanti anni, ritiene che questa proposta sia ancora attuale?
L'attualità non è soltanto una mia opinione. L'attualità della proposta emerge dalle relazioni finali predisposte dal gruppo del lavoro sulle riforme istituzionali, costituito il 30 marzo 2013 dal Presidente della Repubblica, dalle dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio dei Ministri, il 29 aprile 2013, dalla Commissione per le riforme costituzionali istituita dal Presidente del Consiglio dei Ministri l'11 giugno 2013, dalle dichiarazioni del ministro delle Riforme costituzionali rese il 2 maggio 2013 nelle Commissioni Affari Costituzionali della Camera e del Senato in riunione congiunta, e infine dalla relazione che accompagna il disegno di legge del Governo n. 813, trasmesso al Senato il 10 giugno 2013.

Quali obiettivi potrebbero essere raggiunti con la riforma da lei proposta?
Gli obiettivi sono molteplici. Mi limito a richiamarne solo alcuni: la eliminazione del sistema bicamerale paritario, che così come configurato e come funziona non ha più ragione di essere; la riduzione del numero dei parlamentari; la partecipazione istituzionalizzata delle Regioni alla elaborazione ed alla determinazione dell'indirizzo politico costituzionale, con una chiara ridefinizione delle competenze tra Stato e Regione, nodo centrale di ogni sistema fondato sulle autonomie; un rapporto di leale collaborazione e di cooperazione tra Stato e Regioni, che vive, sin dalla nascita di queste, in una costante ed esasperata contrapposizione e conflittualità; garantire una reale integrazione della rappresentanza politica generale propria della Camera dei Deputati; la formazione e la composizione di organi supremi quali il presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura; la realizzazione di una effettiva democrazia partecipativa secondo il principio di sussidiarietà. L'obiettivo di fondo è quello di stabilire una connessione organica tra Stato e Regioni, di dar vita ad un ordinamento di tipo federale, nella salvaguardia della unità e della indivisibilità della Repubblica.

Una connessione che completerebbe il disegno di Stato delineato nel testo costituzionale del 1948?
Esatto. Non si deve dimenticare che il legislatore costituente, coerentemente alla sua ispirazione di fondo, imperniata sulla centralità della persona umana, ha dato anche formale riconoscimento, in una chiara visione pluralistica, ad una serie di formazioni sociali in cui la persona nasce, cresce, sviluppa la sua personalità, tra cui le formazioni sociali a carattere territoriale, quali le Regioni, le Province, i Comuni, come comunità esistite ed esistenti, che concorrono a costituire l’ordinamento della Repubblica. Si tratta della innovazione più profonda dell'ordinamento strutturale dello Stato, come evidenziato dal presidente della Commissione dei 75 Meuccio Ruini, volendo porre le persone umane nel governo di se medesime. Certo, riecheggia qui l'affermazione di John Stuart Mill che nelle autonomie locali si ha un «ingrandimento della persona umana» e che «senza istituzioni locali una Nazione può darsi un governo libero, ma non lo spirito della libertà». Questa innovazione, del resto, lungi dall’essere superata, è divenuta ancor più decisamente incisiva a seguito della tanto discussa e confusa riforma del Titolo V della Costituzione, consacrata nella legge costituzionale n. 3 del 2011, che ha enormemente ampliato, tra l’altro, le competenze delle Regioni, avviando, anche con l’espresso riconoscimento del principio di sussidiarietà, il nostro ordinamento verso un ordinamento di tipo federale.

Secondo lei dunque con la riforma proposta si darebbe piena attuazione al dettato costituzionale. Questo però parte dal presupposto che la Costituzione del 1948 conserva la sua attualità e validità.
È così. Ho scritto più volte, in occasioni diverse, che la Costituzione conserva la sua attualità e validità proprio per la sua ispirazione di fondo, per i principi fondamentali che la caratterizzano, nel cui alveo, pur tra rilevanti e drammatici eventi, interni ed internazionali, si è realizzato, nel sessantennio dalla sua entrata in vigore, il processo di sviluppo, di trasformazione politica, economica, sociale della nostra comunità, di formazione di una nuova coscienza costituzionale, imperniata sui diritti e sui doveri consustanziali ad ogni persona umana.

Non le pare che i cosiddetti costi della politica, l’uso indebito del denaro pubblico, gli scandali di varie specie abbiano gettato discredito e sfiducia sulla stessa Costituzione, sul ruolo delle Regioni, di cui qualcuno auspica addirittura l’abolizione?
È comprensibile che i cittadini si sentano traditi da comportamenti inqualificabili da parte di soggetti, che si ritengono al di fuori ed al di sopra di norme che, prima di essere giuridiche, sono etiche, morali. Mi sia consentito di ribadire ancora una volta che le cause degli scandali di varia specie e natura, del cattivo funzionamento del sistema politico, della paralisi dei circuiti decisionali, a livello locale e nazionale, vanno ricercate principalmente non in una Costituzione malfatta o invecchiata, ma nella crisi che, per fattori diversi, ha colpito i partiti, i rapporti tra i partiti, tra essi e la società civile, con riflessi diretti ed immediati nelle istituzioni, che vivono ed operano per mezzo di uomini scelti dai partiti, che alla logica di partito, quanto non di correnti, hanno ubbidito ed ubbidiscono. Il problema quindi è essenzialmente politico e morale. Esiste una connessione profonda tra politica e morale, come rilevava già il Montesquieu, quando osservava che la corruzione politica corrisponde alla corruzione morale, generandosi l’una dall’altra. È forse colpa della Costituzione lo spettacolo, indegno di un Paese civile, dell’emergenza rifiuti a Napoli ed in altre parti del Paese, quando la stessa Costituzione contiene norme che esigono interventi precisi a tutela del paesaggio di cui si è fatto scempio in tutto il territorio nazionale, e della salute? È responsabile la Costituzione dell’accumulo dell’enorme debito pubblico, che condiziona e penalizza lo sviluppo del Paese e l’avvenire delle generazioni future? Sono imputabili alla Costituzione i ritardi nelle riforme dello Stato, delle amministrazioni pubbliche, centrali e locali, spesso inefficienti e clientelari, quando la Costituzione prescrive, tra l’altro, la imparzialità delle pubbliche amministrazioni e l’obbligo per i pubblici dipendenti di essere al servizio esclusivo della Nazione e di svolgere le loro funzioni con fedeltà ed onore? È responsabile la Costituzione dei costi di quella che è divenuta una oligarchia di «insaziabili bramini», come è dato leggere nel documentato di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella e di altri giornalisti? È responsabile la Costituzione del diffuso fenomeno della corruttela e della illegalità?

Sussistono le condizioni secondo lei per realizzare la trasformazione del Senato in Camera delle Regioni?
Da quanto si legge sui giornali e in documenti vari, pare di sì. È sempre più diffusa la consapevolezza della necessità di realizzare la riforma più volte citata ed altre riforme costituzionali, ben definite però e delimitate, secondo le procedure e le maggioranze di cui all’articolo 138 della Costituzione, dirette, a mio avviso, non ad istituzionalizzare forme di governo di tipo plebiscitario o cesaristico, ma a dare rinnovata vitalità, maggiore funzionalità, sicura stabilità al Governo, anche attraverso l’adozione di leggi elettorali idonee alla formazione di maggioranze omogenee e la revisione dei regolamenti parlamentari. Ma non meno diffuso è lo scetticismo sulla capacità, sulla volontà delle forze politiche di procedere sulla via delle riforme, costituzionali e non. Resto comunque dell’avviso che è arrivato il momento di fare delle scelte precise per realizzare lo Stato nuovo delineato nella Costituzione, che sia effettivamente strumento di liberazione e di promozione della persona umana, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

 

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  • Vercingetorige

    23 Gennaio @ 15.56

    RIPRISTINO DELLA CAMERA DEI FASCI E DELLE CORPORAZIONI ! "Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto" . Discorso di Benito Mussolini alla Camera dei Deputati del 16 novembre 1922

    Rispondi

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