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La Parma del '44 raccontata da Baldassarre Molossi

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«Specialmente in questi momenti in cui gli avvenimenti incalzano e si susseguono di ora in ora con un ritmo travolgente, vertiginoso, noi siamo al buio, senza risorse, stiamo ai “si dice” della gente (che per il 70/100 sono sbagliati o falsati) e aspettiamo la stampa dell'indomani. Aspettativa che non è soltanto spasmodica: è febbre». Un'estate particolare, unica, emozionante, tragica, irripetibile: raccontata da un 17enne che non era, e non sarebbe mai stato, come tutti gli altri. Un adolescente del tempo di guerra - quando ci si riempie la pancia solo di speranze e la «musica» più in voga è quella delle sirene che avvertono delle incursioni aeree - che alle pagine del suo diario affidava sogni, timori, domande. Senza mentire quando ammetteva a se stesso in un maggio non qualsiasi: «Io ho il giornalismo nel sangue».

La drammatica estate del 1944 - quando la nostra città, piegata e sfinita sotto il peso delle bombe, non si permetteva nemmeno di sognare una Liberazione che sembrava lontanissima -, vista con gli occhi ragazzini e curiosi di Baldassarre Molossi, poi, più tardi - e per 35 anni -, storico direttore della «Gazzetta di Parma». Un diario pieno di entusiasmo, di aspettative, di voglia di vivere, che il nostro giornale propone adesso ai suoi lettori: da oggi infatti in edicola, «Parma 1944 - Prove di giornalismo». Il libro di Molossi, edito da Diabasis, viene venduto insieme alla «Gazzetta» a 7,90 euro più il prezzo del quotidiano.

Arricchito da alcune emblematiche foto d'epoca (dal Caffè Centrale di via Cavour distrutto dal bombardamento, alle sfilate della milizia al venditore di tubi da stufa in una piazza della Pace che ancora si chiamava piazza Marconi...), il diario, vero e proprio romanzo di formazione di un ragazzo che, ancora prima di diventare giornalista, seppe tradurre in quegli appunti scritti l'altro ieri le emozioni in parole seguendo la punteggiatura, tormentata, della sua giovinezza, si avvale della prefazione di Giorgio Torelli, «Kid», amico fraterno di Molossi («eravamo inseparabili: liceo, ponte di Mezzo, torrente, via Cavour dopo il tramonto...»), con cui condivise quegli anni terribili, tra la fame e le mitragliate dei Thunderbolt, in «quel nostro crescere a lume di naso...nel continuo, orrendo, spettacolo del sangue, degli schieramenti, delle scelte della paura e della speranza». Un'estate interminabile, quella del '44, anche vista dagli occhi di un 17enne felice solo quando poteva divorare libri (in un anno ne lesse 155...) e quotidiani. Magari alla luce di una candela smorta, in giornate sempre più dure: «E' stanca la gente - scriveva il giovane Molossi -. Stanca di vivere male (e poi vivere male con l'alternativa della morte da un momento all'altro!), stanca di scappare ad ogni istante, stanca di ogni cosa: di tutto». Là dove niente ha più senso e «intanto il tempo passa: e voltandomi indietro vedo che tutto il tempo passato è tempo perduto; e, d'altronde, credo che continuerò a “perdere” il mio tempo, finché non potremo lavorare tranquilli, in pace, e liberi. E allora, aspettiamo».

Pensieri sciolti da ogni vincolo, spruzzati a penna sulla carta, in un desiderio insopprimibile di fare qualcosa, di uscire da quell'inferno per mettersi in gioco, tra continui «tentativi giornalistici» (in classe, a scuola, ovunque) e la consapevolezza che, una volta fuori dall'incubo della Storia, avrebbe dato del tu a quel futuro che non voleva saperne di cominciare. In quell'inconsapevole autoritratto del direttore da piccolo, c'è tutta l'innocenza, la freschezza e l'ironia di un adolescente capace di guardare, senza filtri, il mondo: e di raccontarlo per quello che era, tra miserie e nobiltà. Con un'unica guida: la passione per la verità. Che lo animava sin dalla prima ora, quando non temeva nemmeno di farsi gioco di quel quotidiano a cui poi legherà tutta la sua vita, troppo infarcito, in quei tempi bui, da «scribacchini pubblici vendutisi all'idea fascista». Senza risparmiare le sue frecciate anche «al giornale umoristico locale»: la «Fiamma repubblicana», il periodico del Fascio... Pagine, quelle di «Parma 1944», dove Molossi - come scrive Giuseppe Massari - esercita la difficile arte e ingrata della libertà, costringendoci a credere che «con le avventure di quella lontana, crudele, estate l'autore narri anche la nostra di storia, della città, degli italiani». Perché tra il bianco di quelle righe il «come eravamo» si trasforma per magia nel «come siamo diventati»: 65 anni dopo, sul fronte, non senza spine, di una vita da vivere.

E nel giorno in cui si celebra il 25 aprile, cercando di proporlo come festa di tutti, ecco dal diario di Baldassarre Molossi poche significative righe dedicate a Marco Pontirol Battisti, il partigiano Marco, Medaglia d'argento al valor militare, che cadde a San Michele Tiorre, proprio in quella estate 1944 descritta da Molossi, in un clima di informazioni frammentarie:

Apprendo che oggi negli scontri tra partiogiani e fascisti a S. Michele Tiorre è caduto in combattimento i diciassettenne Marco Amelio Pontirol Battisti, per due anni mio compagno di scuola e - a volte - di banco, nonchè "cenacolista" con me per diverso tempo. Non mi hanno saputo specificare se è caduto tra i partigiani o tra i fascisti: nell'un caso come nell'altro (propendo assolutamente per la prima ipotesi come le sue idee e la sua coraggiosa attività antifascista las ciano supporre) egli è caduto per il suo Ideale e la sua memoria non deve essere contaminata da nessun pregiudizio e nessuna supposizione anche se molte storie più o meno vere circolano ora sul suo conto.

 

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  • ila

    24 Aprile @ 16.58

    mio padre. mio padre: nobile di titolo e di fatto, libero di rispetto e di espressione del singolo pensiero, leale nei confronti di tutti, onesto x aver dichiarato (anche x essere stato dipendente), stimato dalla resdora della Ghiaia al prof. d'università xchè è stato al servizio della gente, della sua città, ha conosciuto i migliori uomini di ogni categoria,ecc.ecc. mio padre innamorato di quella ragazza divenuta la compagna di una vita. mio padre felice x il successo nella sua professione dei 2 figli,il primo e l'ultimo nato mio padre che non ha ostacolato il secondogenito dal trasferirsi a Roma x 'far del Cine'. mio padre che ha sofferto x me, la bambina,la raggazza che ha portato negli H dall'ITA agli States x trovare una guarigione. mio padre, i suoi, i nostri antenati con un unico congiungimento in quel quotidiano "GazzettadiParma" che il padre,mio nonno, gli aveva lasciato in eredità e che la madre rimasta a farne le veci, vendette sotto il fascismo. ma,sebbene dipendente, con qualifica di direttore x 35a, lo considerava un legame di sangue. mio padre questo e molto molto altro. mio padre ora in Cielo.

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