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Brunetta: "Ecco la mia rivoluzione antifannulloni"

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di Roberto Longoni
Premiare i migliori, sanzionare i lavativi. Dovrebbe essere la regola, ma in un mondo a sé chiamato Italia - lo stivale che troppo spesso cammina all'indietro -  sembrava impossibile.  «E intanto si accumulavano ritardi, freni nella crescita. Fino a quando è stato possibile, siamo intervenuti a colpi di svalutazione competitiva. Ma poi, dal 1995,  rispetto al resto d'Europa abbiamo accumulato un gap nella crescita del 30-40 per cento».
E' come una febbre che taglia le gambe al sistema Italia: un male oscuro, che tanto oscuro non è, visto il gradimento riscosso da Renato Brunetta, il ministro antifannulloni (e premiavirtuosi). Un'ovazione gli dà il benvenuto a Palazzo Soragna: in ritardo di mezz'ora («se ci fossero i tornelli...» sorride qualcuno tra il pubblico) inseguito dagli impegni parmigiani, ma in sintonia con i tempi. «La mia  fortuna è di essere arrivato al momento giusto, sintonizzato con la rabbia della gente consapevole del costo di tutti i nostri “non funziona” dalla scuola all'università, dalla giustizia alla sanità. Senza questo consenso, non mi riuscirebbe ciò che sto facendo: troppe resistenze, troppi poteri forti contro». Il  ministro è  abile nel recuperare il tempo perduto. Apre con gli altri il «diario di bordo» di «Rivoluzione in corso» (Mondadori, 272 pagine), il libro di un anno alla guida del dicastero della Pubblica amministrazione.
      Ad accoglierlo, il presidente dell'Unione parmense industriali. «Da anni tutti lamentano i malfunzionamenti della pubblica amministrazione come fattori decisivi dell'arretratezza  del Paese - dice Daniele Pezzoni -. Ma c'era una sorta  di accettazione dello status quo. Renato Brunetta ha dimostrato che cambiare è possibile, se si hanno determinazione e obiettivi chiari». La burosaurocrazia, la si abbatte così, con azioni forti. Soprattutto nel modo di pensare. «Anche se il termine “rivoluzione” può sembrare una parolaccia per un riformista come Brunetta» dice Enrico Cisnetto. «Intuii che avrebbe avuto successo - prosegue l'editorialista  - durante un incontro a Cortina,  poco dopo il suo ingresso nel governo. Per lui la gente fece un tifo da stadio. Tuttavia, siamo sicuri che la cattiva burocrazia stia tramontando in Italia?»
      Nessun dubbio da parte del ministro: «Sta tramontando e con grande velocità». Ed ecco che torna in scena un 40 per cento: di assenze in meno dei dipendenti pubblici. «Parliamo della scuola? Già questo vuol dire 300 milioni di euro risparmiati in  supplenze. Seicento miliardi di lire» Ma qualcuno, come ricorda Cisnetto, ha provato a mettere i bastoni tra le ruote. «All'inizio me ne hanno dette di tutti i colori. La Cgil si è messa di traverso: e mal gliene incolse. Ma li capisco, il loro è un mestiere difficile. E poi metà degli iscritti sono pensionati, metà del pubblico impiego. Quelli che invece non sopporto sono i burocrati ministeriali, gente che guadagna anche 7-800 mila euro». Breve pausa, per aggiungere che «la prossima settimana passerà il decreto sul tetto dei manager pubblici».
 Brunetta attaccante nato. Giocatore che ha calato il jolly nei giorni scorsi, minacciando le dimissioni. «Sì, Berlusconi mi ha chiamato “birichino”, ma a fin di bene. So che è dalla mia parte: è l'unico del quale non posso fare a meno». Calate le assenze, ora si tratta di premiare chi c'è. E non si limita a timbrare il cartellino. A proposito di premi collettivi: «metà della componente accessoria delle retribuzioni sarà data al 25 per cento più meritevole. Il resto rimarrà indifferenziato. Ma non c'è promozione se per tre anni consecutivi non sei nel 25 per cento. Se i 10-12 euro di taglio per le malattie hanno fatto così calare le assenze, che cosa succederà con i premi al 25 per cento?».
Tema mobilità: «d'ora in poi i lavoratori si spostano. Poi, potranno rischiare il posto a rifiutarsi». Nota dolente, i 30 mila marescialli in esubero dalla fine della leva. «Li stiamo sprecando. Volevo impiegarli nella macchina della Giustizia, dove c'è bisogno, ma mi è stato impedito. Fatta la legge, forse sarà più difficile dire di no». Nuovi dirigenti: «per diventarlo, bisognerà farsi le ossa per sei mesi in amministrazioni all'estero». Un fuoco di fila, quello del ministro. Sugli enti pubblici, dopo una battuta su Parma («Fuori gioco, sono talmente bravi...»): «Li obbligherò a pubblicare online le spese e gli standard dei servizi. Così emergeranno i virtuosi e i non virtuosi. Avremo a disposizione anche un altro elemento: il federalismo fiscale, che significa responsabilità».
 Responsabilità nei confronti dei cittadini, «dei quali prima non importava niente a nessuno. E che ora sono dalla mia parte. E' sulle loro esigenze che vanno adeguati i servizi della pubblica amministrazione. Un esempio? Perché una Tac deve lavorare solo sei ore, quando ci sono liste d'attesa lunghissime. Facciamo i turni». Giusto tenere tutti i 3 milioni e 650 mila dipendenti pubblici? chiede Cisnetto. «Sì, ma per avere il  doppio di scuola, di sanità, di giustizia e università. E il 50 per cento in più porta risparmio e performance». Non male, in tempi di crisi. «Che ha 4 trimestri di vita: i due finali del 2008 e i due iniziali del 2009». Crisi che, secondo il ministro, a parte i 500 mila che hanno perso il lavoro o sono in cassa integrazione, ha «aumentato il potere d'acquisto di 14 milioni di dipendenti, che hanno mantenuto le dinamiche salariali secondo contratto, e di 20 milioni di pensionati. E' il lavoro autonomo a subire il calo del pil. Il problema è come trasformare il maggiore potere d'acquisto degli altri 34 milioni, avvantaggiati dalla deflazione». La risposta? «Il piano casa. I soldi ci sono e ci vogliono beni durevoli per invogliare a investirli. La crisi iniziata nell'immobiliare potrebbe finire con il mattone».

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