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Cultura

Il ricordo di Braibanti e di quel sei in condotta al Romagnosi

Nel '39 redasse un manifesto rivolto a “tutti gli uomini vivi”, che distribuì clandestinamente

Il ricordo di Braibanti e di quel sei in condotta al Romagnosi

Aldo Braibanti

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Domenica scorsa è morto Aldo Braibanti (nato a Fiorenzuola, è morto a Castell'Arquato), scrittore, sceneggiatore e drammaturgo si è occupato anche di arte, cinema, politica, teatro e letteratura. Non solo, fu partigiano antifascista e poeta. Ha frequentato, alla fine degli Anni '30 il Liceo classico Romagnosi nel corso B, dove ebbe alcuni insegnanti esemplari: Ferdinando Bernini, docente di greco e latino, Luigi Franco, docente di storia e filosofia, don Cavalli, docente di religione, tutti impegnati, in forma clandestina, nella lotta antifascista.
Braibanti fu uno studente intelligentissimo, che conseguì risultati eccellenti in tutte le discipline, che gli valsero l' esonero dal pagamento delle tasse.
Il 27 novembre 1939, pur in un momento di grande popolarità e forza del regime, redasse un vero e proprio manifesto antifascista, rivolto a “tutti gli uomini vivi”, che osò distribuire clandestinamente al Romagnosi, invitando gli studenti a unirsi e organizzarsi contro la dittatura fascista. Più avanti, dopo un processo durato 4 anni, nel 1968, Braibanti viene condannato per plagio a nove anni, che in appello diventano sei. Scontò due anni di carcere e due gli furono condonati perché partigiano. Stimato da Pasolini e da Carmelo Bene, ha sempre evitato onori di cronaca ed epitaffi, in dispregio delle convenzioni sociali, sempre rifuggite ed osteggiate. 

Tre docenti del Liceo, Cristina Quintavalla, Rosanna Greci, Emanuela Giuffredi, hanno scritto un ricordo. 

AGLI UOMINI VIVI
Amici,
già da qualche tempo coloro che la società ha eletto a nostri superiori sia nella scuola che nella vita abusando di tale loro dovere, congiurano di opprimerci moralmente e materialmente, mirando di fare di noi degli automi meccanici. Si tenta di uccidere in noi l'uomo per mezzo di principi insani, che oggi accuso morti e non più sostenibili.
Amici,
ormai negli animi nostri sento serpeggiare fremente il grido di protesta contro questa illogica tirannia, contraria al diritto divino di libertà, che e il diritto di ogni uomo, di ogni essere, di ogni cosa. Ed io accolgo questo grido non ancora represso e nel nome del bene comune, propongo che a tale iniquità risponda la nostra fraterna unione, la nostra compatta concordia.
Amici,
noi che siamo il cuore pulsante di ogni speranza, raccogliamo le nostre forze in una unica forza mirante a riconquistare la nostra liberta, senza abbattere i principi più santi di giustizia e di onestà, senza sconvolgere inutilmente l'ordine e la pace. Oggi, 27 novembre 1939, stringiamo noi uomini giovani e forti, la società più pura, più perfetta, più nobile di cui sia capace l'animo nostro.
Amici,
tale società, che per il suo stesso carattere sarà segreta, cercherà di sostituire agli isolati tumulti una rivolta prudente e perciò più effettiva, ordinata e perciò più travolgente.
Per mezzo di accordi, riunioni, leggi prestabilite e convenzionali segni segreti, noi potremo così ottenere quello che un solo individuo mai potrebbe. Restando nei limiti della buona creanza, noi non saremo pero per questo vili. Chi è vile o indegno, non accetti le mie condizioni di onore, libertà, prudenza, lavoro. Ma insieme continueremo a fare tutto il nostro dovere e ad ubbidire, quando l'ubbidire non urterà la nostra coscienza. Inizieremo insomma una reazione controllata e segreta, ma tale che nessun appiglio nemico potrà intaccare, perché il compito che ci proponiamo e fondato su fiera rettitudine ed onesta giustizia. Firme di adesione
Aveva 17 anni e osò sfidare la repressione che ne sarebbe derivata.
Fu evidentemente aperta un'inchiesta per individuare il responsabile, ma non risulta dagli Archivi del Liceo classico che gli sia stata inflitta alcuna significativa misura disciplinare. Appare dai registri invece che se la sia cavata con un “6” in condotta nel primo trimestre, tramutato già nel terzo trimestre in un “8” in condotta, attribuitogli da insegnanti -e parliamo di Bernini, Franco, don Cavalli- che evidentemente simpatizzarono per lui e ne tutelarono il percorso scolastico.
Condivise la scelta antifascista con Flaminio Musa, suo compagno di classe, con cui ebbe sempre una grande corrispondenza e significativo scambio intellettuale.
A Musa scrisse in una lettera privata, poco dopo la fine del Liceo, in nome “del bisogno che ogni uomo sente di comunicare con un uomo libero” :”tu sai che io non sono nato per le vili volgarità dei più e la miseria del mondo presente mi ferisce e angustia”.
Entrambi fecero la scelta di partecipare alla Resistenza.
Braibanti prese parte alla resistenza toscana e militò attivamente nel PCI di Firenze. Fu arrestato un paio di volte e sottoposto a tortura. Divenne in seguito docente di filosofia e storia a Firenze e poi a Roma.
Negli anni sessanta salì agli onori della cronaca in quanto imputato per plagio nel cosiddetto “processo alle streghe”. La vicenda segnò definitivamente la sua vita, per la violenza dell'accanimento mediatico e per la condanna morale da cui fu investito.
La sua relazione con un giovane venticinquenne scatenò un'ondata di bigotto risentimento, alimentato dal padre del giovane, che costrinse il figlio alla detenzione in un ospedale psichiatrico, dove fu sottoposto ad una quarantina di trattamenti con elettroshock, allo scopo di estirpare in lui ogni forma di propensione all'omosessualità.
Tutto questo accadeva alla fine degli anni sessanta, sul crinale di una profonda trasformazione dei costumi, che avrebbe segnato la fine di modelli sessuali stereotipati, improntati alla costrizione ed a violente identità di genere.
La storia di Braibanti fu sempre controcorrente, alla ricerca di un'autenticità che difese contro il perbenismo borghese e con la rinuncia ad una visibilità mediatica e ad un protagonismo all'interno dei circuiti culturali propri dell'industria culturale.
Fu tuttavia prolifico scrittore, pensatore, filosofo. Consegnò le sue profonde riflessioni ad articoli che apparvero sui Quaderni piacentini, alla cui fondazione partecipò e ad opere, come Le prigioni di stato e la sceneggiatura Blu cobalto, oltre che alla fitta produzione poetica.
Collaboratore di Carmelo Bene, lavorò per il teatro, il cinema d'avanguardia, la drammaturgia.
Pasolini, che non lo conobbe personalmente, ma ne lesse la produzione scritta, scrisse che “Braibanti rappresentava un caso di intellettuale che ha rifiutato precocemente l'autorità che gli sarebbe derivata dall'essere uno scrittore creato dall'industria culturale ...La sua presenza nella letteratura è sempre stata intelligente, discreta, priva di vanità, incapace di invadenze...”1
E così ci ha lasciato, senza clamore e senza grancassa mediatica, in coerenza con una vita mai in vendita, passionale e appassionata, sdegnosa dell'opinione comune e del vile ricatto del successo ad ogni costo.
Riteniamo che questa città gli debba onore e riconoscenza.
Il suo contributo alla libertà ed alla conquista del diritto ad un'esistenza capace di autodeterminazione e autonormatività deve essere ricordato alle giovani generazioni come monito e modello.


Cristina Quintavalla
Rosanna Greci
Emanuela Giuffredi
docenti di storia e filosofia del Liceo classico Romagnosi di Parma

 

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