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Di corsa, come in un sogno: dal Montanara a Central park

Poco allenamento e tanta tenacia: "I miei 42 chilometri alla NYC Marathon"

Di corsa, come in un sogno: dal Montanara a Central park

Partecipanti alla maratona di New York

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Allo sparo del cannone sul Ponte di Verrazzano ho pensato: Eccomi qua. Ho le mie gambe, il mio cuore e la mia testa. Tutto quel che serve per arrivare al traguardo. La sorte mi ha regalato una giornata con il vento freddo per correre. «Non lamentarsi mai», questa la consegna che mi ero data, perché la maratona di New York è un dono che puoi avere perché sei fortunato e in salute, hai tempo e gioventù di spirito.
«Prendere tutto il bello» era la seconda regola. Anche alzarsi alle 5, viaggio in pullman e battello fino a Staten Island, poi ancora pullman e infine due ore nell’accampamento in attesa che arrivi il tuo turno per partire. Have a great race, buena suerte, bonne chance ti dicono dall’altoparlante e quando partono le note di New York New York senti che sei «part of it».
Siamo più di 50.000 da tutto il mondo. C’è chi dedica la gara a un amico, un fratello, a qualcuno che non c’è più; chi a un soldato che non è tornato dalla guerra; chi si porta le foto dei bambini appiccicate sopra il pettorale e c’è chi corre per fare il tempo.
Ci sono Dad e Daughter che vanno via appaiati, le amiche che se la fanno tutta insieme; ci sono i gruppi e i solitari e chi fa amicizia lungo la strada. C’è chi racconta sulla maglietta che «tre mesi fa gli era sembrata una bella idea» e chi scherza su un’andatura troppo lenta che in realtà è solo «come sembra un tipo veloce preso al rallentatore». C’è un mondo di sfide e di emozioni, che corre, cammina, fatica e sorride e intorno migliaia di persone che incitano, sostengono, cantano, fanno festa.
Ho fatto la mia gara, per la prima volta 42 km. Mi sono allenata a sentimento, ma con costanza da marzo. Due volte la settimana e qualche domenica, partendo da zero e senza mai raggiungere grandi distanze. Ho avuto i miei infortuni, un’infiammazione al tendine d’Achille, una lesione al polpaccio e qualche dolorino. Le tappe normali di una preparazione normale, che nelle giornate grigie mi sembrava un po’ la disfatta di Caporetto, ma che nel complesso è stata divertente ed entusiasmante.
Ho corso per la gran parte sulla pista di via Montanara alla mattina. Un posto tranquillo che sento mio, con gli anziani che camminano, qualcuno che porta a spasso il cane e la domenica è terreno di sfida a calcio tra squadre di atleti africani con un bel tifo colorato. Ci si porta l’acqua, perché la fontana non funziona, ma in piena estate più volte mi è stata regalata una doccia da qualche abitante che stava innaffiando l’orto.
Ho fatto molte passeggiate con le amiche, lunghe e o brevi, in collina o intorno al laghetto del Parco Ducale, rubate al tempo del lavoro, che sono valse come vere e proprie sedute di allenamento. E il passo fino al Reservoir di Central Park non è stato così lungo.
Go, go! Incitava il pubblico. «Run as an antilope out of control» diceva un cartello, «Remember why you started», «Ricorda cosa ti ha fatto partire» è quello che non mi ha fatto mollare. Sono stata saggia. Ho fatto una gara accorta usando le mie forze e cercandone delle nuove.
Il giorno prima anziché stare a fare stretching o tenere le gambe in alto, sono andata a visitare il Metropolitan e il Guggenheim. La ricostruzione dell’area sacra di Dandur nell’antico Egitto rendeva con potenza l’idea del percorso da affrontare per raggiungere il tempio: il superamento dei leoni, l’attraversamento della porta e infine la luce. Il Concetto spaziale di Lucio Fontana suggeriva invece plasticamente di andare oltre la superficie, di cercare quello che sta prima e quello che viene dopo, di guardare avanti, non fermarsi. Due insegnamenti preziosi più di un potente integratore per raggiungere la finish line.
Il venerdì avevo partecipato come una vera runner a un allenamento collettivo a Central Park «tirato» da Orlando Pizzolato. Una sgambata all’alba, un’ora intorno al lago nella meraviglia dei colori dell’autunno newyorkese. Ho pensato: «È qua che arriverò. Non posso mancare». E così è andata. Ho corso e camminato, ascoltando il mio respiro interiore, guardandomi attorno. Ho bevuto acqua e gatorade a piccoli sorsi ad ogni rifornimento, senza mai saltare, e mangiato lentamente due banane. Non mi sono mai fermata.
«You have will, you are brave, great job» ti spingevano nelle ultime miglia come se fossi un campione che lottava per il podio. Ho vinto la mia maratona. Lo aveva pronosticato il funzionario della dogana all’arrivo al JFK. Sguardo severo, impronta della mano destra e della mano sinistra, foto segnaletica. «Perché sei negli States?» «Per la maratona», «Corri?» «Ci provo». «You’ll win your marathon» ha detto sciogliendosi in un caldo sorriso dando un occhio alla data di nascita sul passaporto e stampando con decisione il visto. New York ha mostrato subito il suo volto accogliente. «Congratulations-you did it! Unstoppable. Amazing. Indomitable. Together. You Got Your New York On in grand style. From all of us at NYRR, a huge congratulations» non fai in tempo ad arrivare in albergo e già ti arrivano i complimenti dell’organizzazione.
E poi i messaggi degli amici, che ti vogliono bene e hanno corso con te. «Si sale soli, ma ci si salva insieme» mi ha insegnato Monica con cui ogni tanto pratico yoga e inseguo un precario equilibrio tra corpo e anima con il saluto al sole e la posizione del guerriero. Grazie a tutti loro. A Fabrizio che si è preso cura delle mie gambe con la stessa attenzione e professionalità che dedica ai campioni del rugby. A tutte le amiche e gli amici che mi hanno fatto sentire una vincitrice già alla partenza, che si sono allenati con me, che mi hanno spinto e aspettato per festeggiare.
A Tiziana che con la solita saggezza ha detto: «Prendi il pettorale, siediti in un bar e goditela». A Rossella, Annalisa, Maria Eugenia e Annamaria che si vogliono preparare per la prossima edizione.
A Oriana, già finisher 2013, che ho conosciuto come compagna di stanza a New York, che se la fa tutta camminando divertendosi, chiacchierando e scattando foto.

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