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Da Parma al Fuji. La lunga cavalcata di due centauri tra monti e deserti

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 di Roberto Longoni

In Kazakhistan non mancava solo l'asfalto, ma anche la strada. E la pista. «C'era da tracciare una rotta su un deserto sterminato, di polvere fine come  talco». In moto su una nuvola, diretti a est, per mille chilometri. Dei 21.500 chilometri macinati da Andrea Toscani ed Emanuele Berzieri in 43 giorni, quelli sono stati i più duri. «Al massimo si facevano gli 80 all'ora». Eppure, il Tosco tornerebbe a manetta laggiù, lui che sintetizza le emozioni con un «soddisfazione incredibile: difficile da spiegare quello che si prova. Tutto più intenso del previsto». Nemmeno il tempo di rientrare a casa s'è dato. «L'ho chiesto, alla Yamaha - sorride -. Se mi rimettete a disposizione la mia Xtz, torno indietro su due ruote». Altro che sulle due ali del Tokyo-Malpensa.  Ma la moto  era già stata smontata e verificata, per essere riassemblata su una pedana del museo della fabbrica ai piedi del monte Fuji, con il nome del centauro sul cupolino («Proprio nessun problema?» aveva chiesto il tecnico della Yamaha.

«C'era solo da fare il pieno ogni giorno, e a Novosibirsk abbiamo messo le ruote artigliate» la risposta del Tosco). Il contachilometri della Yamaha Tenerè Xtz 660 è destinato a fermarsi a 21.500, la quota del collaudo estremo compiuto dai   Toscani, 48 anni, un figlio, e Berzieri, medesanese di 52 anni, tre figli. La distanza tra Parma e Iwata, misurata e vissuta dai due specialisti nell'installazione di impianti d'imbottigliamento attraverso deserti di polvere e pietre, fango, nubifragi («Una volta abbiamo fatto in tempo a partire che siamo dovuti rientrare. Pioveva troppo: un giorno perso») e passi di montagna percorsi da zigzaganti automobilisti. «In Turchia o in Georgia, ad esempio, se vedono una moto si sentono obbligati a superarla. Costi quel che costi». Ma più della strada  è stata la burocrazia. Quella, la vera incognita. «In Iran non abbiamo nemmeno provato a entrare, nonostante avessimo il visto - ricorda il Tosco -. E così il viaggio s'è allungato di duemila chilometri». La decisione, a meno di un'ora dal confine, dopo centinaia di chilometri in mezzo a distese sterminate di frumento attraverso la Turchia. «Al bivio abbiamo preso per la Georgia, a nord».

Una sorpresa, la Georgia. Sia per bellezza («I paesaggi più intensi del percorso») che per quel passo in quota che portava in Russia, ma che aveva il trascurabile difetto d'essere sbarrato. «Veniva un'acqua torrenziale - ricorda Toscani - e ci siamo arrampicati su per quelle montagne, tutto in fuoristrada, fino a 2.700 metri d'altitudine, costretti poi a tornare indietro». Il Caspio aggirato da nord. Poi, Samarcanda.     Quindi, il nulla dei deserti, delle cittadine piene di bar e farmacie, degli sconosciuti che ti svegliano alle 4 del mattino per vedere la moto. «Dormivamo spesso in tenda e guidavamo fino a tardi, perché non si vedesse  dove bivaccavamo». Una cautela in più, per attraversare una parte di mondo non proprio tranquilla. «Anche se noi non ci siamo mai sentiti davvero in pericolo. Il rischio c'è se te lo vai a cercare: ma se pianti la tenda in un posto tranquillo nel deserto, mal che vada al risveglio ti trovi a tu per tu con un cammello».  Semmai, c'era da guardarsi dai poliziotti, interessati al controllo più del portafogli che dei documenti. «Un giorno in Russia siamo stati fermati 17 volte - racconta Toscani -. Alla prima pattuglia abbiamo dato cento dollari a testa».

Altri, lungo la strada, speravano di spartirsi il bottino. «Ma non ci siamo più stati: abbiamo iniziato a scattare foto, a minacciare di telefonare al consolato. E tutto si risolveva in una perdita di tempo». Un doloroso stop è stato imposto da una pietra su una pista: Berzieri l'ha centrata, rovinando a terra dopo Novosibirsk. «S'è procurato due buchi nel ginocchio destro: sanguinava tantissimo. Abbiamo fermato un signore conosciuto 25 chilometri prima: ci ha lasciato confezioni di garze, acqua ossigenata e penicillina. Ho smontato e rimontato la moto del Berzo e siamo ripartiti per il primo ospedale». Un problema, quella ferita, fino a quando Toscani s'è inventato una stampella da legare alla moto dell'amico, in modo da tenergli ferma la gamba. Dieci giorni dopo, Berzieri era di nuovo in grado di piegare il ginocchio.

«Ha dimostrato un grande carattere» sorride il Tosco. Superata la Siberia, con le sue piste di fango, i boschi sterminati, i lupi («ne abbiamo visti cinque in una foresta») e gli orsi («di quelli abbiamo visto solo i cartelli che dicevano di fare attenzione»), l'arrivo a Korsakov, all'imbarco per il Giappone. «Qui siamo stati fermi due giorni e abbiamo dovuto pulire in modo minuzioso le moto, per essere presi sul traghetto». Superata la frontiera dell'igiene e degli stati, l'accoglienza è stata quella riservata agli eroi. Anche se per percorrere i 1.500 chilometri di Giappone anziché i due giorni previsti ce ne sono voluti dieci. «Ogni 200 metri c'è un semaforo. E poi pioveva a dirotto». Da  Tokyo a Iwata, sede della Yamaha, non è più stata una galoppata solitaria: i centauri erano seguiti dalle famiglie su un pulmino. «Il traffico ci ha fatto un altro scherzo - sorride Toscani -. Avevamo appuntamento al mattino, siamo arrivati alle 14: così, dei 300 dipendenti e dirigenti della Yamaha che ci aspettavano ne era rimasta la metà. Ma è stata lo stesso un'accoglienza favolosa. Un tripudio di bandiere, un quarto d'ora d'applausi, le interviste dei tecnici e dei giornalisti...»  Poi, l'ingresso nel museo Yamaha («con il mio nome sul cupolino») di quella moto appena costruita, ma già gloriosa. Quindi, il ritorno, in aereo: una dozzina di ore, in tutta comodità, ma sognando la polvere, la pioggia, le pietre e la strada da vivere metro per metro.  
 

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