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Il «guercio» Carminati trasferito in via Burla tra i boss del 41 bis

Carcere duro e regime d'isolamento per il numero uno di «Mafia capitale»

Il «guercio» Carminati trasferito in via Burla tra i boss del 41 bis
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Si profilava un Natale in solitudine per Massimo Carminati. Previsioni rispettate: l'uomo che gli inquirenti ritengono il boss di «Mafia capitale» è approdato nel carcere di via Burla nella tarda mattinata del 24 e subito per lui s'è aperta una cella della sezione 41 bis. Leggi: carcere duro, in compagnia (si fa per dire) dei veri grandi boss della mafia stragista corleonese, Totò Riina per tutti.
Il trasferimento a Parma del «guercio», come ormai l'Italia è abituata a sentirlo chiamare (per via di quella ferita all'occhio sinistro provocata da un colpo sparato dai carabinieri che tentavano di catturarlo), è avvenuto in tempi molto stretti: è arrivato direttamente dal carcere di Tolmezzo (provincia di Udine) dove era rinchiuso dal 12 dicembre in regime di massima sicurezza, lo stesso a cui era già sottoposto nel penitenziario della Capitale dal giorno dell'arresto, il 2 dicembre.
Le ragioni di questo tour tra le sbarre? Da Rebibbia il trasferimento era stato ritenuto necessario per ragioni di «incompatibilità ambientale», in osservanza al divieto per gli imputati nella stessa inchiesta di associazione a delinquere di stampo mafioso di trovarsi tutti nello stesso carcere. E del resto in contemporanea da Roma era stato spostato alla prigione di Nuoro anche Salvatore Buzzi, il rass delle cooperative, l'altro personaggio chiave dell'inchiesta «Mondo di mezzo». Stessa sorte per altri comprimari.
Mentre «er cecato» era rinchiuso a Tolmezzo, la procura romana chiedeva di sottoporlo al carcere duro direttamente al ministro della Giustizia. «Orlando firma la richiesta», battevano la notizia le agenzie di stampa la mattina della vigilia. Probabilmente nelle stesse ore in cui il cellulare blindato con a bordo Carminati era già in viaggio verso Parma.
Secondo quel che filtra da «radio carcere», non pare che l'arrivo in via Burla del detenuto più chiacchierato d'Italia abbia destato grande fermento. Rinchiuso in una cella d'isolamento, sottoposto alle restrizioni e ai controlli speciali del 41 bis: ridotti i colloqui con i familiari (tutti attraverso un vetro blindato e videoregistrati) e anche quelli con i legali, non più di due ore d'aria al giorno con non più di quattro persone.
Un brusco risveglio per l'uomo che per tanti anni riuscì a uscire indenne da tanti processi in cui era accusato di reati pesantissimi: 56 anni, milanese di nascita ma romano d'adozione, la storia cupa di Carminati comincia negli anni Settanta e affonda le radici negli ambienti dell'estrema destra che finì per intrecciarsi con la malavita emergente delle periferie romane e con gli interessi finanziari di Cosa Nostra in un intricato, esplosivo romanzo criminale.
Quel giovane silenzioso e schivo della piccola borghesia finì per aderire anima e corpo ai Nar e alla loro lotta armata ma intrecciò un rapporto sempre più solido anche con la banda della Magliana. Legami e interessi che procedevano spesso paralleli: c'erano il denaro rubato da ripulire, le armi da procurare per gli agguati ai «nemici», il business che cresceva della droga, i servizi deviati e i loro depistaggi.
Il ritratto di Carminati prende forma dai libri e dalle parole degli ex amici: uno pronto a tutto, che godeva di grande rispetto nell'ambiente criminale, riusciva sempre a farla franca quando il giudice di turno cercava d'inchiodarlo. Fino al 1998: dopo una maxi-operazione di polizia grazie alle rivelazioni dei pentiti della Magliana, fu condannato in secondo grado a dieci anni di carcere.
Sparì all'estero per poi tornare, una volta calmate le acque, e ricominciare a tessere una nuova tela di vecchie amicizie e alleanze nella Città Eterna. Con la cocaina che ora va alla grande, i maxi-appalti pubblici da pilotare, lo strozzinaggio. L'hanno descritto come il più grande business politico-criminale del nuovo secolo: al posto delle armi, doppio petto e aria rispettabile. E l'ex Nar ancora lì, a dirigere l'orchestra.

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  • Gio

    29 Dicembre @ 08.55

    Giorgio R.

    Perché devono venire tutti a Parma e non in altre città italiane ? Speriamo si faccia piazza pulita di tanta gente come questo Guercio che si sono approfittati dei "nuovi schiavi" che arrivavano in Italia alimentando gli arrivi e approfittandosene. Che qualcosa non andava lo si vedeva ormai ma vanno estirpati questi elementi che non hanno voglia di lavorare e fanno i pappacitti (io li chiamo così gli esseri inetti e dannosi). Purtroppo ho la convinzione che arrivando gente di un certo schifo al carcere di Parma anche la città decada sempre di più. Loro sono in CARCERE MA FUORI ACCADE DI TUTTO e la città va in peggio.

    Rispondi

  • Gio

    28 Dicembre @ 20.44

    Giorgio R.

    Cambiate la legge. NON LI VOGLIAMO A PARMA questi NULLAFACENTI che non hanno voglia di lavorare e per questo rovinano tutto. VERGOGNA ! Da quando a Parma vengono i boss in galere i loro proseliti o famigliari agiscono! Parma è rovinata ! Perché non li portano a Palermo o da qualche altra parte ? Indagate oltre che a Roma in altri comuni. Come dice una lettera la direttore oggi era chiaro che tutti questi arrivi "accoglienza" indiscriminata era una risorsa per questi inietti che da sempre rovinano l'Italia. VERGOGNA ! Boss senza schiena perché non hanno voglia di lavorare e non hanno il coraggio di affrontare la vita in modo NORMALE. NON SONO NORMALI !

    Rispondi

  • Biffo

    28 Dicembre @ 17.30

    Vedrete che di qui a poco accuserà malori cardiaci e denuncerà di essere stato selvaggiamente picchiato dalle guardie carcerarie. Lo visiteranno, come i Re Magi, per confortarlo e coccolarlo, deputati e senatori di ogni collocazione politica.

    Rispondi

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