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Il tricolore della memoria su Scapa Flow

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Roberto Longoni
 
Un logoro rettangolo di stoffa militare trovato su una gelida spiaggia. Per una vita intera, Ugo Pizzi ci avvolse  rasoio e pennello; ci avvolse i ricordi di prigioniero di guerra in un luogo in cui da oltre sessant'anni  la memoria ha per bandiera un  tricolore. Il rosso è sfilacciato, perché nelle Orcadi è il vento perenne a far scorrere il tempo; ma agli strappi più profondi sono le donne a porre rimedio. Rammendano il drappo  e tengono insieme i pezzi di una vecchia storia, portano fiori all'altare della chiesetta lì sotto. Tutt'attorno, gli uomini curano l'erba sempreverde delle alte latitudini. Scapa Flow: base navale inglese, obiettivo degli U-Boot tedeschi, cimitero di guerra e campo di prigionia italiano. Ma anche golfo di pace, nel quale i nemici si sono incontrati e si incontrano gli uomini. E nel quale da anni i figli di Pizzi Ugo di Fontanelle, classe 1910, muratore richiamato nel Regio Esercito e gettato nella fornace della guerra, tornano in cerca del passato del padre. Un tempo che sa di stenti e  nostalgia di casa, ma anche di  solidarietà, inventiva  e speranza. A parlarne, più che i discorsi sono le pietre: quelle dell'Italian Chapel, il piccolo tempio costruito dai prigionieri italiani del campo 60.
E' «il miracolo di Lamb Holm», perché sorto in tempo di guerra (con materiali di fortuna) fu risparmiato dalle ruspe della pace. E da 65 anni resiste candido  in faccia ai venti in corsa dal mare plumbeo.  I 700 prigionieri italiani  che per gli inglesi realizzarono le barriere antisommergibili a protezione di Scapa Flow, sotto la direzione dell'architetto Domenico Chiocchetti, eressero anche la statua di San Giorgio e quella chiesetta ogni anno meta di centomila visitatori. Ma dimenticata dagli italiani. «Sembra che mai nessun nostro politico vi abbia reso omaggio»  dice Angelo Pizzi, figlio di  Ugo. Anche il padre per certi versi dimenticò Scapa Flow, o finse di farlo. «Era di poche parole. E lo era ancora di più quando io e mio fratello Alberto gli facevamo domande sulle Orcadi: gli si inumidivano gli occhi e si allontanava». Sì, a volte accennava a  Kirkwall, capoluogo delle isole a nord della Scozia.  Ma degli anni in cui per la famiglia era dato per disperso erano rimaste soprattutto alcune frasi da proferire in inglese perfetto,  Begin the Beguine da cantare con il sorriso sulle labbra e il tè bevuto con il latte, come comanda Sua Maestà. Fu in Sicilia che Pizzi venne preso dagli Alleati nel 1943. Oltre che per le loro pallottole, rischiava di morire per la malaria contratta in Africa. Gli inglesi lo catturarono e lo curarono. «Amorevolmente - sottolinea Angelo Pizzi -. Ha sempre detto che ai suoi nemici doveva la vita». Il modo di «sdebitarsi» lo trovò dopo il viaggio con il quale fu trasferito alle Orcadi (una traversata così lunga che in un primo tempo credette di aver varcato l'Atlantico). Fu chiesto agli italiani di erigere le barriere di protezione di Scapa Flow. Prima gli inglesi ottennero un  rifiuto. Poi - soprattutto dopo l'8 settembre, con indosso l'inedita divisa di prigionieri-alleati -  gli italiani acconsentirono. Pizzi si ritrovò a fare il muratore. «Era addetto alla preparazione dei massi delle Barriers - racconta Alberto -. Era trattato con rispetto e umanità».
La gente del posto (per la quale nel campo si organizzavano anche spettacoli di varietà: e alcuni, appunto, cantavano Begin the Beguine) si affezionò sempre più ai prigionieri. «Lo dimostra l'attenzione dedicata all'Italian Chapel: c'è un comitato ad hoc, presieduto da John Muir» spiega Angelo Pizzi. Dopo tanti anni, anche l'accoglienza è speciale. «Un calore indescrivibile: ti fermano per strada, ti presentano agli amici». Il rammarico di Angelo e Alberto, entrambi noti commercialisti, è di non esserci mai andati con il padre, tornato nel febbraio del 1946, accolto da un vento che sembrava trasformare l'argine del Po in una barriera di Scapa Flow. Il giorno dopo, aveva già rimesso a posto la sua bici per andare in cerca di lavoro. Morì nel 1974, «forse convinto che la chiesetta non esistesse più». Vent'anni dopo, Felicia, figlia di Alberto, a Edimburgo per un corso d'inglese, prese il treno per John O'Groats e il traghetto per le Orcadi. Fu lei, per i suoi, a «riscoprire» l'Italian Chapel. L'anno dopo, il padre andò lassù, per tornarne carico di documenti ed emozioni. Un pellegrinaggio che da allora lui e Angelo ripetono ogni anno. E tra la chiesetta sotto il tricolore e la spiaggetta dove il prigioniero Pizzi raccolse un rettangolo di stoffa militare, vedono con gli occhi del padre. E immaginano un uomo dai baffi sottili che guarda il mare e canticchia Begin the Beguine sognando la casa lontana.
 

 

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  • Alberto Pizzi

    05 Luglio @ 11.36

    La busta di stoffa militare che il prigioniero Ugo Pizzi raccolse sulla piccola spiaggia di Lamb Holm al suo arrivo, nel 1943, dopo 70 anni, per volere dei figli, è stata riportata lassù e consegnata con una breve cerimonia entro la Cappella. Ora si trova nel museo dei ricordi di guerra delle Orcadi.

    Rispondi

  • Alberto Pizzi

    29 Agosto @ 15.19

    Ser il Sig. Vito Larusso desidera informazioni sulla vicenda dei prigionieri italiani alle Isole Orcadi, può contattarmi all'indirizzo a.pizzi@chiericipizzi.it

    Rispondi

  • vito lorusso

    08 Luglio @ 20.13

    sono rimasto colpito da questo articolo, c'è qualche possibilità di entrare in contatto con ex-prigionieri o figli che ricercanio la memoria del proprio genitore. ringrazio per l'aiuto vito lorusso figlio di nicola che trascorse alcuni anni in quelle isole

    Rispondi

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