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Una flotta in damigiana nel porto dei Guinness

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 Roberto Longoni

Più che del comandante di lungo corso,  Aidano Dallafiora ha lo spirito dell'ammiraglio. Perché accontentarsi di una nave in una bottiglia -  si chiese un giorno -  se se ne possono mettere dieci in una damigiana? E così, armato di pazienza infinita, si mise al timone di dieci navi dirette al «porto» dei record. Impresa riuscita:  è da poco entrato nel prestigioso libro dei Guinness con «the largest impossible bottle», un capolavoro da miniaturista intitolato «La storia della nave». C'è voluto tempo: più a ottenere il riconoscimento (che tuttavia presenta un errore per difetto: cita otto modellini  anziché dieci) che ad assemblare la flotta sotto vetro. «Ero ancora infermiere all'ospedale Maggiore e dovevo accudire mio papà malato: a questo lavoro potevo applicarmi solo poche ore ogni tanto. Mi ci volle almeno un anno». Le navi del record vanno dall'imbarcazione di papiro egizia (quarto millennio avanti Cristo) al Savannah, il primo mercantile a propulsione nucleare, passando per la triremi greca del VI secolo avanti Cristo, il mercantile romano del II secolo dopo Cristo, la cocca anseatica, la caracca spagnola, la galea francese, la Victory di Nelson, il Great Eastern, il piroscafo inglese del 1858 spinto da vela, elica e ruota, e la Queen Mary del 1934. Galleggiano tutte insieme nel vuoto di una damigiana da acidi da 60 litri, «ancorate» a una sorta di trespolo di metallo. «L'ho realizzata nel 1986 - racconta Dallafiora - ma c'è voluto un bel po' perché fosse riconosciuta dalla giuria del Guinness». Una rotta da inventare tra gli scogli della burocrazia. «La prima volta, non accettarono la mia richiesta di omologazione, nonostante potessi presentare una certificazione ufficiale, perché mi dissero che non c'era la possibilità di verificare se fosse davvero la più grande». Poi venne Internet, e le navi in bottiglia iniziarono a navigare anche nel web e fu possibile fare i controlli necessari per assegnare il record. Infine, arrivò la conferma dall'Inghilterra: quella varata in una villetta di Vigheffio da un simpatico infermiere con un nome dalle assonanze liriche era un'opera da Guinness. Da incorniciare come il resto dei piccoli capolavori di Dallafiora, che per questa passione ha messo a frutto l'esperienza da restauratore di mobili maturata in giovinezza. E la cornice giusta, suggerisce lo stesso appassionato parmigiano, che ora ha settant'anni, potrebbe essere quella di un museo, nel quale concentrare una cinquantina di curiosità in bottiglia. «Sarebbe bello realizzare a Parma la prima esposizione mondiale di navi in bottiglia, per farne il nono museo specifico al mondo». Uno spazio che saprebbe di mare ma non solo, come la stessa vita di Dallafiora dimostra. «Iniziai dalle navi - ricorda - con la corazzata Hood in una fiasca da tre litri dell'800, ma poi “sotto vetro” presi a mettere un po' di tutto: dalla Lanterna al Battistero, da San Basilio alla Torre di Pisa, a una scultura azteca, dai mosaici ai quadri, ai soprammobili». Oltre ai  mobili, come un tromeau del '700, ai castelli: tra i quali, quello di Torrechiara, con cento pezzi assemblati in un contenitore da 25 litri. Nell'88, in una damigiana ha realizzato un presepe, prendendo spunto da un antico casolare visto tra i monti dell'alta Valceno. «A “Scommettiamo che” riuscii ad assemblare Castelsantangelo in una damigiana alta 63 centimetri, con la “bocca” di 49 millimetri. Alcune mie opere sono state in mostra a Riccione, Cesenatico, Salsomaggiore, Fontanellato, alle Fiere e a Genova. Nel Museo della marineria di Cesenatico è esposto il trabaccolo “Giovanni Pascoli” in una fiasca». Al Museo della scienza e della tecnica di Milano, si trova la sua riproduzione della «Divina proporzione» di Leonardo in un contenitore da 35 litri. Navi (e non solo) in bottiglia con messaggi in bottiglia. Indirizzati al futuro. «In ogni opera oltre al titolo e alla data inserisco il mio nome e alcune foto con la mia famiglia, con i miei nipotini». Chiusi nel vuoto delle bottiglie sigillate dall'artista con tappi ricoperti di ceralacca, questi lavori sembrano costruiti apposta per attraversare l'oceano del tempo. «Nella speranza che un giorno  qualcuno rompa il vetro: verrebbero fuori le foto e gli scritti che ho inserito all'interno delle miniature». Foto che da anni  trovano sempre meno spazio. «Ci sono i nipotini: è a loro che dedico il mio tempo libero. E così mi concentro su navi, presepi e altri oggetti da inserire in bulbi di lampadine del diametro di appena un centimetro e mezzo». Che stia puntando a entrare di nuovo nel Guinness, questa volta armato di lente d'ingrandimento?
 

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