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Oncoematologia pediatrica: Izzi va in pensione

Un bilancio di quarant'anni di carriera. «Enormi passi avanti nella lotta al cancro»

Oncoematologia pediatrica: Izzi  va in pensione

Giancarlo Izzi

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Non è stato facile convincere Giancarlo Izzi, dal 1997 primario della Pediatria e oncoematologia dell'ospedale Maggiore, in pensione da giovedì prossimo, a parlare: «Ma è proprio necessario? A chi interessa?».
Interessa, interessa. Lo testimoniano le tante associazioni, famiglie ed ex pazienti che ci hanno contattato in questi giorni. «La città e la provincia di Parma (e non solo) hanno avuto modo di conoscere la quarantennale dedizione al suo lavoro di pediatra, con l'attenzione sui bambini e ragazzi», scrive ad esempio l'associazione «Noi per loro», che per salutare Izzi ha organizzato un incontro il 14 marzo dalle 14 alle 18 all'hotel Villa Ducale di via Europa. Alla fine l'abbiamo convinto: «Ma niente di autocelebrativo, parliamo del lavoro di tutto il team», premette. E allora sintetici con il curriculum: laurea e specializzazione in clinica pediatrica e poi in ematologia all'ateneo di Parma, assistente, aiuto e infine dirigente nella pediatria del Maggiore - dove è stato assunto il 12 marzo 1975 - fino alla direzione della pediatria e oncoematologia, «ereditata» da Giorgio Ghirardini. Docente di oncologia, oncologia pediatrica ed ematologia all'università di Parma e di pediatria e puericultura alla scuola infermieri Ausl.

Quarant'anni di lotta al cancro nei bambini: quale è stato il cambiamento maggiore?
La sopravvivenza. Quando ho iniziato a lavorare l'80% dei nostri pazienti moriva, oggi è l'80% a farcela. I dati 2014 ci dicono che il 91% dei bambini colpiti da leucemia guarisce, così come il 94% di quelli con tumore al rene. Mentre per i linfomi di Hodgkin ce la fa il 90% dei bambini e l'83% di quelli con linfoma non Hodgkin. Sono passato da medico che somministrava le terapie di supporto e palliative, a medico che garantisce un futuro.

Come si sono raggiunti questi risultati?
In mancanza di una regia istituzionale, dall'inizio degli anni '80 l'Associazione italiana di ematologia ed oncologia pediatrica (Aieop) ha saputo consorziare gli specialisti del settore e fissare terapie uniformi su tutto il territorio nazionale: perchè il bambino deve essere curato il più possibile vicino a casa, senza costringere le famiglie a spossanti viaggi della speranza, e perchè solo così è stato possibile verificare i risultati dei protocolli su grandi numeri, valutando problemi, insuccessi e cambiamenti. L'altra rivoluzione epocale, in un mondo medico dove vige la competizione, è stato accettare che il proprio lavoro venisse giudicato da altri medici. È stato creato nell'Aieop un gruppo di vigilanza che verifica le diagnosi e sorveglia la correttezza delle terapie. Ci sono ospedali di riferimento, ad esempio, per il neuroblastoma (il Gaslini di Genova), la leucemia linfatica (Padova), la leucemia mieloide (il Bambin Gesù di Roma), i tumori cerebrali (l'Istituto tumori di Milano). A Parma dal 1989 al 1998 siamo stati riferimento per le malattie infettive e le terapie di supporto.

Su cosa bisogna ancora lavorare?
Sui tumori cerebrali, che hanno le più basse percentuali di guarigione, il 55%. Sono fiducioso: la capacità di diagnosi negli ultimi anni è proliferata, come la capacità di cure sempre più personalizzate, e abbiamo capito che la battaglia contro i tumori si deve vincere nei primi tempi, aggredendo la malattia all'esordio.

Lei nel 1984 pronunciò una frase diventata famosa: «Non tutto del bambino malato è malato». Significa un'attenzione alla parte sana del bambino, alla sua crescita e alla sua vita oltre la malattia. L'ospedale di Parma in questo è stato un apripista.
Siamo stati fra i primi, a metà degli anni Settanta, a portare la scuola in reparto e a far sì che la scuola in ospedale diventasse un diritto del bambino. In questo abbiamo avuto l'aiuto della senatrice Albertina Soliani, dirigente scolastica a Parma e sottosegretario all'istruzione nel governo Prodi, che ha contribuito ad elaborare circolari ministeriali che hanno codificato l'organizzazione scolastica in ospedale. C'è bisogno di insegnanti preparati, in grado di collaborare con i medici nel modulare l'insegnamento in base alle terapie e alle loro conseguenze. I risultati sono incredibili: abbiamo pagelle sulla media dell'otto-nove e, proprio per la sua particolarità, la scuola in reparto è riuscita a stimolare capacità inespresse del bambino.

Poi c'è il gioco, grazie ai volontari di Giocamico. Anche questa un'esperienza che ha fatto scuola.
Ho voluto fortemente che il gioco entrasse in ospedale. Non come «ludoterapia», come ora si usa dire, ma come un diritto fondamentale del bambino. Corrado Vecchi, anima di Giocamico, è entrato in reparto nel 1991 con i primi volontari. L'associazione è cresciuta anche grazie ai fondi della legge 285 del '97 per l'infanzia e l'adolescenza e oggi i volontari sono quasi 180, con una continua richiesta di adesioni. L'addestramento dei volontari è curato dagli psicologi, psicomotricisti ed educatori della cooperativa «Le mani parlanti». L'aiuto dei volontari è essenziale per preparare i bambini all'intervento chirurgico, agli esami più invasivi e complessi, alle manovre e terapie dolorose. Il gioco ha cambiato la qualità di vita dei bambini ricoverati.

Il rapporto con il volontariato, nel suo reparto, è sempre stato importante.
Tante associazioni sono entrate in ospedale con tanti progetti. Non solo «Noi per loro», nata nel 1984, che supporta i pazienti e che solo l'anno scorso ha raccolto più di 100 mila euro per le famiglie. C'è l'Avis, gli Amici del Po che hanno offerto ospitalità ai degenti, i camionisti che li hanno fatti salire sui tir, gli amanti delle moto che li riempiono di regali, i gruppi che organizzano gite e visite. Quelli malati non sono più bambini che nessuno vuole vedere, ma bambini che tutti vogliono conoscere. Questo è di grande supporto anche per le famiglie.

Quale è stato il cambiamento principale con il trasloco nel nuovo Ospedale dei bambini?
La funzionalità e la concentrazione di servizi. Abbiamo tutto quello che ci serve distribuito in tre piani. Prima raggiungere la radiologia dal reparto era un'avventura.

Un ricordo che simboleggia i suoi ultimi 40 anni.
Nella mia carriera, soprattutto all'inizio, ho avuto tanti maestri, che difficilmente hanno superato gli otto anni di vita. I bambini malati mi hanno fatto vedere il mondo in modo diverso, riconsiderare le priorità della vita e l'approccio medico al paziente: il bambino, i suoi bisogni e la sua sofferenza devono stare al centro di tutto il nostro lavoro. Sempre.

 

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  • CROCIATO1970

    09 Marzo @ 15.04

    Onore a questa grande persona che ho conosciuto di persona per ovvi motivi. Grazie a lui e ai suoi collaboratori la vita in ospedale di mio figlio non è stata traumatica. Hanno curato la sua parte malata e non hanno spento la sua parte sana. Lo hanno fatto sentire come a casa sua. Ogni volta che vedo mio figlio fare qualcosa ricordo sempre un vecchio ospedale come strutture, ma all'avanguardia come personale e come PERSONE. Spero ci sia un degno sostituto. Grazie ancora a lei e a tutto il suo staff. Un saluto anche da mio figlio Federico.

    Rispondi

  • la camola

    09 Marzo @ 09.11

    Se ne va un GRANDE, grazie per tutti Prof.

    Rispondi

  • Gio

    09 Marzo @ 09.09

    Giorgio R.

    UN LUMINARE ! Rispetto e devozione per questa persona che sapeva illuminare con le sue "lezioni" persino chi non era della materia o addirittura chi non faceva medicina. Una passione incredibile per quello che faceva. GRAZIE Prof. IZZI !!!

    Rispondi

  • Giorgio

    09 Marzo @ 07.37

    Grazie Prof. X la sua umanità. Grazie x quello che lascia in eredità alla Sua equipe. Grazie x quello che ha fatto in questi 40 anni x i piccoli grandi pazienti. E WATANKA!!!!!!

    Rispondi

  • danila

    08 Marzo @ 18.38

    grazieprofessore per mio figlio 20 anni fa

    Rispondi

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