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L’ultimo cavaliere del deserto

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  Pino Agnetti

Check-point numero 14. Il penultimo di una corsa insieme spaventosa e bellissima. In una parola, epica. Paolo è là sotto la tenda tuareg, nient’altro che una pesante coperta di lana di montone legata a quattro paletti di legno infissi nella sabbia secondo lo stile dei nomadi del deserto. L’uomo che in meno di un decennio ha corso qualcosa come circa quaranta fra maratone e ultra-maratone, senza mai abbandonarne una, è totalmente stravolto dalla fatica. La faccia accartocciata in una smorfia di dolore. Le braccia e le gambe che si muovono penosamente in un ralenti irreale. La pelle cotta dal sole sotto la quale anche l’ultimo muscolo sembra essersi squagliato. Tutto lascia intendere che, stavolta, il ritiro è stato (e forse lo è ancora) davvero a un passo. 
Salto giù dalla 4X4 insieme a Enrico Delfini, l’amico e sponsor generoso di questa impresa tutta parmigiana nel grande Erg del sud marocchino, e mi precipito sotto la tenda pensando già a qualche battuta di circostanza. Tipo: «Sei stato comunque grande», oppure «Pensa a quanti hanno già mollato prima di te». Ma l’emozione e l’ansia mi ricacciano in gola ogni parola. Paolo e io ci abbracciamo a lungo piangendo come due bambini. Lui geme e mi sussurra all’orecchio: «E’ stato terribile, Pino, terribile… Stanotte pensavo quasi di morire per il freddo». 
Enrico si avvicina con una bottiglia d’acqua in mano. «Avete della Coca-Cola?», rantola ancora Paolo con l’espressione di chi è giunto ormai all’ultima supplica. Proviamo a frugare fra le magre vettovaglie rimaste, ma niente da fare. In compenso, Said e Hamza, le nostre due fedeli guide, accendono il fuoco e preparano un tè caldo. 
Arriva un’altra coppia di concorrenti, un uomo e una donna francesi. Entrambi stramazzano come fulminati sulle stuoie cosparse di polvere e di bende e cerotti sporchi di sangue. I segni di un martirio infinito di piedi devastati dalle vesciche e di schiene piagate dai legacci degli zaini. Mentre quelli se ne restano a terra boccheggianti, Paolo si rialza. Dopo quasi 300 disumani chilometri corsi non-stop dormendo non più di mezz’ora al giorno, ha deciso di ripartire e di andare avanti! Perché è questo che gli comandano la mente e il cuore fin da quando questa autentica follia disegnata con spirito quasi diabolico da Alain Gestin (il gran mago di origini bretoni dell’ultra-trail) ha preso il via da M’hamid. L’ultima porta di accesso al Sahara e punto di partenza ancora oggi delle carovane dirette verso la mitica Timbouctou.
Enrico e io quasi non crediamo ai nostri occhi, mentre il guerriero con le insegne di Parma sull’armatura di fibra sintetica si prepara per l’ultima cavalcata. In pochi istanti, mi ripassano davanti agli occhi gli scenari e gli incontri di un’avventura, comunque vada a finire, favolosa e indimenticabile. Le dune incantate di Chergaga, una visione mozzafiato di onde rosseggianti alte fino a 300 metri. L’immensa distesa lunare del lago salato di Iriki, capace una mattina di regalarci l’incredibile miraggio di un giovane artista tedesco in marcia solitaria con una tavola da surf sotto il braccio! Il volto triste di Aisha, la piccola nomade analfabeta condannata a passare tutta la vita imprigionata dentro quella gabbia invalicabile di sabbia, con solo le capre e i dromedari selvatici a farle compagnia insieme agli scorpioni e a miliardi di mosche fameliche. Le torri magiche dell’altopiano di Hammada, una specie di Monument Valley in pieno Sahara cinta da uno smisurato tappeto di pietraie arroventate. Insieme al vento spesso avverso e alla violenta escursione termica fra il giorno e la notte, il nemico forse peggiore dei 39 fantastici protagonisti - in rappresentanza di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Svizzera, Spagna, Singapore e, per merito esclusivo del nostro Paolo Bucci, anche Italia - di una gara in tutto e per tutto «fuori scala». Senza compromessi, né limiti. E quindi, di un valore morale e umano, prima ancora che sportivo, assoluto. 
Quando Paolo si rimette il cappellino bianco sulla testa pelata, circa un quarto dei concorrenti hanno già rinunciato da un pezzo. Un altro quarto abbondante è segnalato a oltre un giorno di distanza. Il nostro ultimo rendez-vous è fissato una ventina di chilometri più avanti. Il «baroudeur» parmigiano ci arriva perfino in anticipo e, a quel punto, ci dice: «Datemi le bandiere». Le stesse con cui, l’anno prima, aveva tagliato il traguardo della leggendaria «Extreme-runner 555» nel deserto egiziano. M’hamid è ormai laggiù che ci aspetta con le sue povere casupole di terra pressata con la paglia. Paolo si lega alla cintura il drappo sgargiante del Tibet e prende fra le mani il Tricolore. E via di nuovo per l’ultimo sprint fra le dune. Con quel mantello bianco, rosso e verde tenuto ben alto che adesso sembra sospingerlo come una vela e con Enrico e io che, al colmo della gioia e della commozione, gli urliamo dietro l’ultimo «Bon courage!». I ragazzini che stazionano perennemente sulla via principale del villaggio se lo vedono sbucare all’improvviso dai raggi ormai bassi del pomeriggio. Dapprima, lo scrutano stupefatti. Poi, si mettono a battergli le mani e a incitarlo per nome. Sarà così fino alla fine. Fino all’ultimo stramaledetto metro dei 333 chilometri più strazianti, ma anche più felici (pure per chi l’ha seguito «sul campo» fino al traguardo) chilometri corsi fin qui da Paolo Bucci. Non il più veloce, non il più forte, tanto meno il più ricco (anzi, semmai l’esatto contrario!) atleta parmigiano di oggi. Ma il più resistente, sì. Di una resistenza che nasce innanzitutto dalla testa, per farsi disciplina interiore e sforzo quasi maniacale di spostare sempre più in là il limite ultimo della sfida con se stesso. In questo senso, dunque, il più grande. Pure per umiltà e gentilezza. Come è dei veri cavalieri senza macchia e senza paura. I quali esistono ancora. Anche se, per riuscire a scovarli, talvolta c’è un deserto da attraversare. E un giuramento di amicizia da mantenere e rispettare. 
 
 

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