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Nove100: viaggio nel "Palazzo delle meraviglie"

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Sarebbe "mostra" anche senza opere. Perché meritano le sedi (Palazzo del Governatore – Galleria San Ludovico – Scuderie della Pilotta) , e perché la vista dalle finestre dell'edificio di piazza Garibaldi dà a Parma un gusto decisamente nuovo. “Nove100”, però, la kermesse che è stata inaugurata ieri, di opere ne ha da vendere: circa 1.200, e per selezionarle c'è voluto un lavoro da certosini, perché Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino - i curatori - le hanno scelte fra le 12milioni dell'archivio universitario Csac.  

ARTE – Nell'angolo di una stanza, al primo piano del Palazzo del Governatore, ci sono lettere di bronzo imprigionate in una scultura – parallelepipedo di Adriano Altamira. “Ma che c'è scritto? - si chiede una ragazza – E' da un quarto d'ora che provo a leggerla”. Ci gira intorno. La frase è del Buonarroti: “Non ha l'ottimo artista alcun concetto che un marmo sol in sé non circoscriva”. Niente di più azzeccato per descrivere la mostra: solo che qui marmo è sinonimo anche di tela, di polistirolo, di plastica. Perché arte, nel Novecento, è tutto, e tutto è arte. Nella parte bassa di una tela di 2 metri x 1,60 completamente rossa c'è scritto a mo' di didascalia: “Il presidente Mao Tse-Tung (a sinistra) dorme nel rosso vestito di rosso” (Emilio Isgrò, 1974) L'importante è crederci. Le suggestioni sono infinite: da quelle elegantemente inquietanti de “Il Fiocinatore” di Lucio Fontana e de “Lo spirato” di Luciano Fabro a quelle illusorie di “Superficie opaline” (Enrico Castellani) in cui tela e chiodi prendono l'aspetto di un materasso in lattice. Si passa anche per i ricordi infantili, con l'acrilico “Blu” di Agostino Bonalumi che ricorda un caro e vecchio mattoncino di Lego, e per quelli primordiali, con “L'invenzione del cerchio” di Emilio Scanavino, a metà fra un ingranaggio e la fecondazione di un embrione. Vince chi si lascia trasportare dal genio, facendosi avvolgere dalle emozioni in un percorso che da figurativo volge sempre più all'astratto, con momenti di commistione come nell'opera di Remo Gaibazzi che ripete la parola “lavoro” in maniera ossessiva sulla tela come se fosse una punizione della maestra, fino a farle perdere significato.

FOTOGRAFIA – Le foto immobili del dagherrotipo di fine 1800 contrastano con il movimento che si scorge dietro il vetro delle finestre. Fuori dal Palazzo c'è piazza Garibaldi, la vita che scorre. Dentro, la storia immortalata per immagini. Ci sono gli “anonimi” dentro cornici dorate, ma anche i paesaggi d'Italia e del mondo e i protagonisti della cronaca, come la foto di Antonio Sansone che ritrae De Mita che parla con due giornalisti di Rinascita e del “Manifesto o quelle di Giorgio Lotti descrivono la drammaticità dell'alluvione del 1966 a Firenze. Ci sono anche le immagini di donne dello spettacolo, fra cui spicca quella di una bellissima Sandra Milo e di personaggi del cinema (vedi Tazio Secchiaroli con le foto di Mastroianni e Fellini sul set di “Otto e mezzo”). E poi gli artisti che giocano con l'astratto, con l'ironia, con il nudo.

MODA- Nella chiesa di San Ludovico piovono scarpe. E borse, e cappelli, e cinture. Appesi a un filo trasparente, gli oggetti del desiderio femminile sono nuvole sospese fra sogno e realtà. Un guardaroba ideale: ordinato, di classe, e avvolto in quell'atmosfera onirica che fa di ogni donna una principessa. Due specchi appesi uno di fronte all'altro – per ammirarsi davanti e dietro -, aiutano l'immaginazione: “Come starei con quel vestito da 'clown' di Walter Albini? E con quel modello di Armani?”. Si enfatizza quella sensazione di poter “essere altro” che lo spazio, con tutti quegli abiti, disegni e modelli in scala, suggerisce. Tutt'intorno alla sala , infatti, è un insieme di schizzi d'autore (Dalle sorelle Fontana a Versace, Moschino, Ferré, Armani solo per citarne alcuni), copertine di riviste di moda e vestiti mignon per l'Istituto Artistico Professionale Adelina Mariotti. Disegni, modelli e articoli che immergono in un secolo di Prêt – à – porter che appare ancora attuale, quasi fosse rimasto anch'esso, come le scarpe e i cappelli, appeso nel tempo.
 

ARCHITETTURA & DESIGN - Una poltrona in primo piano, un divano, un tavolino, e un mobile in vetro e legno. Sembra un progetto in AutoCad per arredare un qualsiasi salotto. Peccato porti la firma di Renzo Zavanella, e sia datato 1934, quando non solo non c'erano software per architetti, ma nemmeno i computer. E' un disegno a tempera a mostrare la forza innovativa del Novecento. Nelle Scuderie della Pilotta, dedicate all'architettura e al design, non è in mostra solo quello che è stato, ma anche quello che è e, forse, sarà. Gli anni delle macchine da scrivere e delle tv portatili vanno a braccetto con quelli dei disegni a matita e carboncino e delle stampe litografiche. Sapori d'antico e venti d'innovazione si fondono in uno spazio suggestivo(e rinnovato- sono state aperte le finestre sul cortile del Guazzatoio e su via Bodoni) suddiviso non per anni o decenni, ma per luoghi fisici o mentali: “La città”, “La casa”, “Le cose”, “L'ufficio”, “L'utopia”. Colpisce un “attualissimo” posacenere a forma di cubo di Bruno Munari (1957), uno scaldavivande che funziona a candeline dello stesso autore e un meraviglioso “modello componibile dell'elaboratore elettronico Elea 9003 Olivetti”, cioè un gadget pubblicitario. Ma anche un diffusore per filodiffusione da ufficio del '69, una “lampada da terra in perspex piramidato”. Peccato non poterli comprare.

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