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Il successo effimero di un fiore a sei petali

Il successo effimero di un fiore a sei petali
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di Paola Guatelli  (dalla Gazzetta di Parma del 17 settembre 2002)

Cosa dareste voi per avere un'idea semplice e geniale che arrivi a stravolgervi, in meglio s'intende, la vita? Matteo Cambi, 26 anni ancora da compiere, non se lo chiede più. La sua idea, semplice come un fiore disegnato da un bambino di quattro anni e saggia come l'insegnamento di un guru indiano, l'ha già avuta: l'ha sfruttata con tutto il coraggio della sua età, la vicinanza «spirituale» (ma non solo) di una mamma imprenditrice proprietaria di un maglificio a Carpi, e gli ha portato fortuna. Matteo è il creatore del marchio Guru, sì, proprio quello, sei petali bianchi in mezzo ad una T-shirt colorata, che sta diventando quasi una «divisa» per i ragazzi, ma non solo loro, le ragazze, le mamme, gli over 30 e 40 della nostra città. Un vezzo, un «ricamo», un'idea semplice appunto, che non solo riempie le strade e i borghi di Parma, ma nel giro di un anno ha completamente conquistato il mercato, a partire da quella difficilissima fascia dei teen-agers. Il target, come si dice nel gergo del marketing, più ostico per creatori e produttori quell'esigentissimo popolo multiforme che veste l'inquietudine, la ribellione e la svagatezza dei suoi pochi anni. Per questi ragazzi volubili e gioiosi, Cambi ha ritagliato su misura una T-shirt, un marchio e un logo. Che sono piaciuti.
I fatti che rendono bene l'idea sono racchiusi in tre cifre: 250mila capi venduti solo quest'estate, un fatturato di 15 milioni di euro (30 miliardi di vecchie lire), 20 dipendenti in meno di tre anni. E, curiosamente, il fenomeno dei falsi. La margherita è improvvisamente fiorita su magliette «tarocche» vendute dai vu cumprà sulle spiagge di tutt'Italia. Un vero caso: il falso di una non-griffe. «Quando ci siamo accorti di tutti i falsi venduti un po' ovunque _ ammette Cambi _ ci siamo preoccupati, tant'è che ho affidato ad un'azienda il compito di capire in quali luoghi vengono prodotti e venduti. Da una parte, questa cosa potrebbe svilire la nostra immagine, ma d'altra parte ci ha fatto capire l'indice di gradimento».

Ma partiamo dall'inizio, da come è cominciata l'avventura di Matteo Cambi, diploma da ragioniere, qualche corso a New York e a Londra, in «Business administration», figlio di due genitori già conosciuti nell'ambito della moda a Parma e in Emilia Romagna. «Il maglificio di mia madre mi ha aiutato molto a crescere. Fin da bambino ho osservato tanto, ho guardato tutto». La scuola vera, ammette, «è stata quella delle grandi realtà aziendali nel settore tessile del carpigiano, incontrate e studiate attraverso il lavoro di mia madre». Dopo la scuola (quella sui banchi e il maglificio), dopo l'esperienza anglo-americana, c'era ancora un po' di strada da percorrere. Come può farla un ragazzo di 20 anni, con molti sogni e non poca confusione: «Volevo aprire un ristorante, di quelli dove poi si balla _ si confessa _, volevo fare qualcosa che mi rispecchiasse, di giovane». E intanto, come tutti i giovani, frequentava i locali. Da Parma a Riccione, da Modena a Milano: serate in discoteca che non sono trascorse invano.

Perché alla fine si sono rivelate una sorta di «apprendistato del gusto», una palestra dove affinare l'intuito, quello che permette di anticipare e capire cosa piace e cosa andrà di moda. «Il progetto è partito nel '99, in maggio: una collezione di 4, 5 maglie molto semplici che ho disegnato io, con il marchio “Guru”. Ho scelto questo nome perché mi piaceva, è una parola che si ricorda facilmente e che, secondo me, poteva essere usato per tutto. No...dietro non c'è alcuna ricerca di esperti. Mi piaceva, tutto lì». Come tutte le favole che si rispettano, la prima collezione, partita a investimento zero e senza alcuna consulenza di esperti, fu un mezzo fiasco: «Vendemmo pochissimo, la gente era scettica, l'abbigliamento giovanile era in crisi, ma intanto mi stavo creando una rete commerciale». Come dire: non mi abbatto, si va avanti. E così è stato. «Sì, perché nell'aria sentivo che c'era interesse per questa cosa». Estate 2000: nasce la margherita. «Niente a che vedere con la politica _ ride Cambi _ no, anzi... io sto da un'altra parte. Mi piaceva il disegno, un tema gioioso, di libertà». La prima maglietta storica: i sei petali sulla schiena e due piccoli richiami per manica. Anche in questo caso sul fiorellino anni '70 piovono critiche. «Arrivano un po' da tutte le parti: e il fiore non riscontra alcun tipo di successo».

Poteva finire qui. Con una pioggia acida di commenti e il fiore appassito per sempre. Invece no, è la volta della collezione inverno 2000-2001 («che presento senza la margherita»), il contatto con tre giovanissimi sconosciuti stilisti veneti, che invitano il «guru» parmigiano a insistere. Ritorna l'estate, e stavolta, è la stagione del fiore a sei petali. Le richieste aumentano, le vendite pure, la maglietta circola come un'idea contagiosa, la sfoggiano Vieri e la «velina» sua fidanzata ogni giorno sulle copertine dei settimanali di gossip, entra nelle discoteche, quelle che ancora riescono a fare tendenza, monopolizza le feste, da Milano Marittima a Porto Cervo. Arriva anche in tivù, non dentro uno spot, ma perché ce l'hanno addosso loro, calciatori, veline e dee-jay. «Certo un aspetto non indifferente per il nostro lavoro e il prodotto», commenta il giovane imprenditore. Ma a quel punto, il gioco era già fatto, forse. Allora, avete anche voi un'idea semplice e geniale che pensate vi potrebbe cambiare la vita? Credeteci fino in fondo e tenete duro. Il guru insegna.


 

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  • XXXX

    13 Luglio @ 21.36

    Vorrei solo dire a Matteo di non temere. Lui si è fatto prendere da un giro più grande di lui. Alla faccia di tutti i parmiggiani che si credono di essere chissà chi, lui con tutti i soldi che aveva, trovava il tempo di offrire un caffè alla donna di pulizie, di fare una battuta, e fra pulire un ufficio e altro il suo sorriso allegro, facceva diventare più leggero, il mio lavoro pesante. . .

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  • paolo

    13 Luglio @ 01.25

    hai fatto bene?ma non capisci che questo ha speso piu' di quello che guadagnava?spero tu non sia di parma perche' gia' e' uno schifo ma capisco con gente come te....onesta' e professionalita' purtroppo non fanno piu' per questi tempi...che schifo....

    Rispondi

  • Giovanni

    12 Luglio @ 21.24

    C'è solo DA VERGOGNARSI ad essere parmigiani. Sembra quasi che Parma sia una scuola di truffaldini e di associazioni a delinquere e non sto parlando solo in casi grossi tipo Parmalat e co. ma anche tra piccole imprese - Vedi Ferrari, Roveraro e co. LA COSA PIU BELLA è che queste persone si fanno un po di galera e poi tornano libere come nulla fosse e la legge continua a proteggerli !!! Dovrebbero MARCIRE in galera altro che essere fieri....

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  • ceres

    12 Luglio @ 19.11

    caro matteo hai fatto molto bene ti sei divertito ed hai la mia approvazione fino in fondo alla faccia di tutti quei barbagianni che ti anno mangiato adosso ciao ed buona fortuna sei sempre il guru di parma devi essere fiero ciao

    Rispondi

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