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editoriali

Dibattito su Parma

Le posizioni di Vittorio Testa e Michele Brambilla

Com'era bella la Parma  di una volta
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Com'era bella la Parma di una volta

di Vittorio Testa

Caro direttore,
scandali Parmalat, Parmacalcio, Parmadeficit. La crisi. Il crollo di autostima. La fine di un’identità. Parmacrash! Era la Parma delle violette. Con l’eccezione di alcune grandi e note imprese e del settore agroalimentare, è diventata la Parma dei crisantemi: sepolte le ambizioni, dissolti i miti, deteriorati i costumi, la capitale del Ducato, la «Atene d’Italia» è ripiegata su se stessa. Certo la crisi è generale, ma il malessere parmigiano ha toni e tinte ancor più sconfortanti nello smarrimento di una comunità un tempo di proverbiale cultura e raffinatezza. La parmigianità è diventata come l’araba fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Chi sono, che orizzonti stanno allestendo i nuovi parmigiani? Quali sono i valori e i vissuti di convivenza, senza i quali è inevitabile lo sfarinarsi di una civiltà? C’era un gesto, quasi di follia autocelebrativa, diventato un rito: eccentrico, nostalgico e ostentatamente superbo: ma di quella superbia civile e municipale che è patrimonio delle comunità forti di un orgoglioso senso d’appartenenza: nella Cripta degli Imperatori, la Cripta dei Cappuccini a Vienna, mani «ducali» garantivano che un mazzetto di violette profumasse il sonno eterno di Maria Luisa, parmigianizzata Luigia, con premuroso periodico ricambio affinché sul sepolcro regale non avvizzisse il segno di una gratitudine a tal punto intensa e intrepida da esibire orgogliosamente gli eccessi di una devozione quasi maniacale in dediche dai toni ottocenteschi: «Cara Arciduchessa, come vedi, la tua Parma non ti ha dimenticata. Sarai sempre la nostra Maria Luigia, regina di un’epoca felice».
Sorridere, divertiti da tanto passatismo? Può essere legittimo. Ma potrebbe invece essere un esercizio che consentirebbe di rintracciare il profilo e l’anima dei tramontati parmigiani che furono, per cercar di decifrare l’oggi e tentare di costruire un domani sottratto ai rischi di un anonimato. «Dovremmo oggi trovare la forza d’essere “rivoluzioreazionari”: cioè reagire al declino, ritrovare le ragioni dello stare insieme per poi poter concederci il lusso di diventare conservatori», dice con gusto del paradosso un noto imprenditore. Ritrovare la Parma delle violette? Certo a quei tempi forse era tutto più semplice: Parma, il Teatro Regio, Verdi, il Correggio, la cultura e la buona tavola. E una schiera di intelligenze capaci di interpretare e orientare. Ma com’è stato possibile l’inaridirsi, lo smarrirsi di una comunità che ha espresso un numero impressionante di talenti? Proviamo a mettere in fila alcuni nomi, artisti, scrittori, giornalisti di ieri e, per fortuna, ancora oggi superstiti testimoni dell’epoca dorata. Giovannino Guareschi, Pietrino Bianchi, Attilio Bertolucci (con Bernardo e Giuseppe), i Barilli, Egisto Corradi, i Molossi della Gazzetta (a proposito, grazie dei tuoi 17 anni di direzione, Giuliano), Giorgio Torelli, Lino Rizzi, Franco Maria Ricci, Mario Lanfranchi, Maurizio Chierici. E lasciamo nella loro nicchia di culto Verdi, ovviamente, Pizzetti, Toscanini. A proposito di musica e di lirica: perché si è opacizzato il prestigio di un Teatro Regio, consegnato a una faticosa sopravvivenza? Caro direttore, occorre ritrovare, con il profumo delle violette, il fascino di quella Parma finita sepolta sotto cumuli di fallimenti. È una sfida, una ricerca difficile e faticosa. Ma una sfida nella quale la gloriosa Gazzetta, il giornale più antico d’Italia, è chiamata ad essere prezioso strumento di indagine e di ricostruzione di quella condivisa arte del vivere quotidiano che aveva fatto di Parma un luogo invidiabile e invidiato.
_______________________

Sì d'accordo, ma ora basta piangere

di Michele Brambilla
Caro Vittorio,
ti ringrazio per aver raccolto quella specie di provocazione che ho lanciato l'altro ieri nell'editoriale di ingresso, quando ho accennato a quei «cahiers de doléances» che sembrano essere, di questi tempi, il biglietto da visita di molti parmigiani e parmensi. Il tuo intervento, in fondo, conferma la mia impressione: e cioè che il rimpianto del passato e la preoccupazione - quando non la sfiducia - per il futuro sono oggi i sentimenti dominanti.
È un intervento, il tuo, che accolgo deferente. Intanto perché sei un grande giornalista, che ha lavorato in grandi giornali; e poi perché sei nato e vivi tuttora nelle terre verdiane, e quindi la gente di qui la conosci molto meglio di me, che a Parma sono appena arrivato. Tuttavia, mi permetto di metterti in guardia dalla tentazione della nostalgia, che nel tuo articolo un po' affiora. Per due motivi.
Il primo. La nostalgia è una brutta bestia, caro Vittorio. Ci restituisce, del passato, solo le cose belle. Quelle meno belle, siamo programmati per rimuoverle. Non voglio dire che la Parma d'un tempo, che tu racconti, non sia mai esistita, ci mancherebbe. È esistita eccome: da Verdi a Toscanini, da Guareschi a Corradi e così via. Ma siamo sicuri, ad esempio, che le classi più povere, uno o due secoli fa, stessero meglio di oggi? Ne dubito.
Secondo motivo. Quand'anche fosse vero - e probabilmente lo è - che Parma ha perso tante posizioni (della decadenza del Regio, caro Vittorio, mi hanno già informato da un pezzo) credo che fermarsi a rimpiangere il passato non serva a nulla. Anzi, ci porta a una specie di paralisi. E invece è il momento di reagire, Ci sta che, dopo tante batoste, si rimanga per un po' storditi, come un pugile suonato. Ma poi bisogna rialzarsi.
Sai cos'è, Vittorio? È che sono stufo di sentir dire ai miei coetanei che «l'Italia è un Paese finito» e che «i nostri figli devono andare all'estero». Ma all'estero dove? A studiare in America? Solo pochi privilegiati possono permetterselo. E allora? Siamo sicuri che l'Italia (e gli italiani) non abbiano le risorse e il genio per rialzarsi? Io sono convinto del contrario. E ancora di più sono convinto delle potenzialità di Parma.
Basta piangere, caro Vittorio. Se la storia ci ha insegnato qualcosa, dopo le crisi ci sono le riprese. Certo siamo ancora in un momento tremendo. Ma a Parma di cose nuove che funzionano bene ce ne sono. Per questo la Gazzetta non cederà alla tentazione di seguire la moda dominante dei media italiani, secondo i quali tutto fa schifo e tutto è corruzione. Racconteremo le cose che non vanno ma anche quelle che ci fanno sperare in un futuro migliore.
Infine, caro Vittorio, una cosa, fra quelle che hai scritto, non te la permetto. Quella di dire che anche «la buona tavola», a Parma, è un ricordo del passato. Eh no. Perché ho già capito che se corro un rischio, in questa avventura parmigiana, è quella di arrivare presto ai 120 chili, dagli 84 attuali.


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  • Vercingetorige

    26 Novembre @ 19.49

    DOTTOR TESTA , le ripeto quel che già ho tentato di dirle in un mio messaggio di mezzogiorno , andato censurato ( e so perchè.....). " La Parmigianità è diventata come l' Araba Fenice . Che ci sia ciascun lo dice , dove sia nessun lo sa ". " Com’è stato possibile l’inaridirsi, lo smarrirsi di una comunità che ha espresso un numero impressionante di talenti ?" . E' semplice , dottor Testa : faccia un giro per la Città , e , tra meridionali , immigrati , extracomunitari e non , veda quanti Parmigiani trova. Stiamo diventando come i Panda . Se scompaiono i Parmigiani , a chi vuol che importi la Parmigianità ? Ma non so se sia un fenomeno reversibile .............

    Rispondi

  • leoprimo

    26 Novembre @ 14.41

    Egregio Direttore, non è per spirito di polemica che scrivo ma per puntualizzare alcuni concetti che forse, per scarsa conoscenza, non Le sono ancora chiari. La lettera che Le ha inviato Vittorio Testa è l'incarnato di noi parmigiani non più di primo pelo, quelli che hanno respirato il fumo del Bizzi, gli aperitivi del caffè Italia e staccandosi dal centro, il profumo di pasta impastata dello stabilimento Barilla, dell'aroma che fluiva dalla fabbrica Battistero in questo periodo o più volgarmente, visto che di pesce si tratta, l'effluvio di salsa che condiva le acciughe prodotte dall'antico stabilimento Rizzoli Emanuelli. Parlo di profumi, di "cose" che Lei non ha conosciuto e ne parlo con rimpianto, cose molto più terrene di quelle trattate con sapienza e dovizia da Vittorio Testa ma più vicine all'umore del popolino. Rimpianto si, senza vergogna o lacrime pietose, rimpianto di una città che non esiste più, una città capace di produrre: scandali, ruberie; una città commissariata; una città salita agli onori delle cronache per gli omicidi Onofri, Fereoli, Mantovani; una città nella quale aggirarsi la sera è diventato un rischi da non correre e, me lo lasci dire una città sporca fuori e dentro. Spiace dirlo ma Lei non può oggi avventurarsi in giudizi e paragoni, il suo ottimismo Le fa onore ma ci lasci almeno ricordare senza darci degli inguaribili malinconici. Oggi se io Le parlo del delitto del Federale, dell'omicidio Lupo e di cento altri fatti di sangue che hanno insanguinato Parma significa che nessuno di noi li ha dimenticati o rimossi ma solo metabolizzati perché erano episodi dolorosi, non routine quotidiana. La Gazzetta stessa pubblica periodicamente volumi di immagini del passato, proprio in questi giorni abbinate al quotidiano le foto di Parma anni 1970 / 2000 vede quindi che anche la linea editoriale vuol far rivivere una immagine che oggi non è più. Ci lasci crogiolare e impari a conoscerci, non siamo poi così male: orgogliosi, un po' superbi ma franchi, questo si, finanche scortesi ma mai maleducati. Apprezzo il Suo essere ottimista, lo sperare e il lavorare per un domani migliore è il compito di ciascuno di noi, nel proprio piccolo, ma la mancanza di ricordi, di vedere quanto ci fosse di buono nel passato, diventa miopia che è ben peggio del piangersi addosso, almeno un po'. Un cordiale salute. Claudio

    Rispondi

  • marco

    26 Novembre @ 14.12

    sembra il carteggio tra due vati...Consiglio la lettura del libricino scritto da Emilio Casa "La vita a Parma nella prima metà dell'ottocento". per scoprire che problemi sono più o meno sempre gli stessi.e la gente è sempre la stessa.

    Rispondi

    • Vercingetorige

      26 Novembre @ 16.40

      I PROBLEMI SONO SEMPRE GLI STESSI E LA GENTE SEMPRE LA STESSA PROPRIO PER NIENTE ! Ai tempi di Maria Luigia larga parte della Popolazione viveva in disperata miseria ! Lo "splendore" era della Corte , non della gente. Ci furono ripetuti disordini , repressi dai Fucilieri Tirolesi , accasermati nell' Istituto Don Gnocchi , che randellavano i dimostranti coi calci dei fucili e gridavano "zurùck ! " , "indietro ! " . Da allora , in dialetto parmigiano , i pugni si sono chiamati "sarùch" . Una volta non bastarono neppure i Fucilieri Tirolesi , e Maria Luigia dovette mettersi in salvo in Lombardia , da dove tornò a Parma protetta da un Reggimento austriaco a cannoni spianati ! Senza andare a due secoli fa , solo sessant' anni or sono , quando , raramente , si vedeva un africano in città , tutti ci fermavamo a guardarlo per strada , e dicevamo : " Ma guarda ! Guarda com' è nero ! Sembra impossibile esser neri così ! ".

      Rispondi

      • marco

        26 Novembre @ 17.01

        ha letto il libro?

        Rispondi

        • Vercingetorige

          26 Novembre @ 18.39

          Adesso sto aspettando il volume V della documentatissima e monumentale Storia di Parma della MUP , che dovrebbe uscire in questi giorni , sperando che riescano a portarla a termine. E' , se riescono a finirla , la terza grande opera sulla Storia della nostra Città , dopo quelle di Frà Salimbene e di Ireneo Affò . Mi permetto di raccomandargliela.

          Rispondi

        • Vercingetorige

          26 Novembre @ 18.24

          SI , e , come vede , lo condivido solo in parte.

          Rispondi

  • Cinzia

    26 Novembre @ 13.25

    Complimenti al nuovo direttore.

    Rispondi

  • Ettore Fieretti

    26 Novembre @ 12.47

    Si basta piangere e iniziare a costruire una fermata TAV anche qui

    Rispondi

    • Giovanni

      26 Novembre @ 17.48

      CONCORDO. AVANTI TUTTA SENZA VOLTARSI INDIETRO

      Rispondi

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