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Tedeschi kaputt, Americani in città, Partigiani dai monti

Tedeschi kaputt, Americani in città, Partigiani dai monti
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di Giorgio Torelli
 
E’il tardo pomeriggio del 24 aprile 1945. A Parma, siamo tutti reduci e veterani. Stiamo indossando gli stracci, i patimenti, gli orrori, le ansie, le sciagure del quinto anno di guerra. E, tuttavia, l’inesausto gettito intimo della speranza di un meglio “tutto da definire” ci sorregge, sprona ed eccita. Veniamo da lontanissimo. Da quando il peggio a puntate è principiato, i giorni, i mesi e le ore hanno sagomato l’abitudine e la determinazione a reggere e anche a dominare l’impensabile intriso di sangue e di lacrime, di atroci maledizioni e di silenzi coatti. Ma adesso, 24 aprile dello spietato 1945, la traversata a tappe dei tempi nefasti (gli stormi dei quadrimotori, le bombe senza indirizzo, le macerie sugl’innocenti, le torture, la fame, i lutti, le crocifissioni, le raffiche voluttuarie e incontinenti dei cacciabombardieri alleati in cabrata a filo dei tetti e dei coppi, le violazioni, gli stupri degli spiriti e degl’ideali, le preghiere sillabate), adesso il magma di ogni e reiterata sopraffazione sta per lasciar spazio – e urliamo dal di dentro che non sia una chimera- al principio di un dopo invocato. Il fronte si avvicina col rombo delle armi pesanti e delle fucilerie spicciole. Il fronte, da stasera, 24 aprile siamo noi, presi in mezzo fra gli Americani che si avvicinano e i Tedeschi, i dóicc, i tognini, i crucchi, i lurchi battuti e torchiati che vanno ritirandosi come possono verso le campagne dove si gonfia il Po. Si convincono di poterlo traversare anche sulle bigonce o sdraiati su assi da muratori. E, intanto, arraffano dovunque biciclette (le nostre cavalle macilente e sfibrate). Li si vede pedalare con gli stivali chiodati piccole bici da donna coi copertoni martoriati. Reggono ancora l’elmetto, fuggono alla rinfusa, grondano armi automatiche, portano bombe alle cinture e dentro l’orlo slabbrato degli stivali, zaini, borracce, tascapani rigonfi. Li abbiamo così odiati che non c’è posto nel sentire comune per la pena che dovrebbero suscitare: loro, i persecutori senza fisionomia, sempre uguali e  impassibili nel recitare a ferro e fuoco i doveri nazisti dell’oppressione organizzata, loro fuggono.
 
Noi di via Guicciardini, dalle parti della Cittadella, tre famiglie di vicini sperimentati dalle comuni esperienze, siamo rifugiati in una cantina più sicura delle altre, lo spazio sotterraneo di una villa a tre piani. Mio padre Gino (45 anni) è rimasto nel nostro appartamento a pian terreno e, nel giardino già denso di fioriture quasi occasionali, ha sistemato l’esca appetibile: una bicicletta antidiluviana, la più scalcinata delle nostre, un rottame terminale, comunque desiderabile da un naufrago. Il cancello non ridipinto da anni è volutamente spalancato. Un tedesco fuggiasco passerà di sicuro e avvistando la bici, quale ne sia l’aspetto, rinuncerà (così spera mio padre) a forzare in armi la nostra porta per trovare quel che gli preme. 
Sono le 17. Di lontano si sente il cannone e, di nuovo, sparatorie allarmanti. Gino sbircia – di vedetta - dalle fessure delle tapparelle. Ed ecco, puntuale, il dóicc brado e pericoloso perché disperato. Ciondola nella deserta via Guicciardini sotto il peso di un mitragliatore affibbiato al collo e s’imbatte nel cancello aperto – buona sorte per la sua disperazione - avvistando la bici che si precipita a prelevare, sempre guardandosi attorno. Se intuisse che a pochi passi mio padre è di guardia dietro le tapparelle potrebbe slacciare una raffica di rivalsa. Anche mio padre potrebbe sparargli con un’arma che , però, non c’è. Il tedesco avrà anche lui una quarantina d’anni e se ne va come può, quasi un tragico clown con l’elmetto, su una bici spericolata e ostile. Mio padre lo vede allontanarsi nel vuoto della strada dove tutti gli abitanti sono acquattati e il tedesco sa di mobilitare odio in chiunque possa avvistarlo. 
Alla fine di via Guicciardini, cade goffamente con la bici mal governata. Il ciclo rubato gli si nega. Battendo sull’asfalto, le armi alzano un clangore. Il tognino tira lunghe sorsate  dalla borraccia. Forse è vino rubato. Infine il guerriero disarcionato si rizza e scompare verso dove non sa. 
 
Intanto, nel rifugio dove siamo tutti accasermati, viene accolta - non saprò mai perché ma dev’essere stato lo smarrimento critico provocato dal montare degli eventi -  l’avventata proposta di una bella e sinuosa giovane, figlia dei nostri dirimpettai (23 anni). Lei, che conosce dei contadini nella prima campagna, non remota dalla nostra strada di periferia, potrebbe tentare di raggiungerli prima che faccia buio e ottenere del latte per tutti noi. Il progetto è incoraggiato. L’ardita ragazza, con un vestitino di guerra che la svela tornita e le esalta gambe memorabili, è assolutamente sicura di sé. Ma vuole che io (17) l’accompagni. E dunque andiamo insieme, con qualche bottiglia spaiata in una sacca. Torneremo col latte per tutti. Non si può vivere rintanati senza osare. Ne è tempo, ormai. 
 
Procediamo oltre le ultime case. Talora, corriamo. Sul principio della strada polverosa per Mariano, lontana 300 metri da dove siamo partiti, intemerati e convinti della veloce sortita a due, superiamo nel grande silenzio circostante una casa rustica. Ed ecco, inatteso, un movimento nel fienile. Tre tedeschi con una mitragliatrice Mauser sono annidati dietro i parapetti della paglia e ci squadrano come presenze civili inopportune e impreviste. Sono la flebile retroguardia della ritirata dóicc e la canna dell’arma ben piazzata spicca nerissima sul giallo unanime. 
Non possiamo, non dobbiamo esitare e procediamo con finta indifferenza, senza sentirci richiamati da ordini gutturali, ma con l’impressione della mitragliatrice subito alle spalle. Siamo ormai 50 metri oltre i tedeschi appostati. Abbiamo file di gelsi sulla sinistra e campi spalancati sulla destra. Di fronte, si profila un ampio fossato senz’acqua dove – ed è visione singolare in quei frangenti- avanza una figura imprecisa che sembrerebbe un contadino con in spalla il serbatoio per dare il verderame alle viti. Non è solo, però. A guardar meglio, ha molti altri individui alle spalle e l’insieme prende rilievo: Dio mio e Signor mio, sono i fanti americani che entrano in Parma e avanzano restando riparati nel fortunoso trincerone asciutto. Ora li vediamo benissimo. Un partigiano col mitra li precede e li guida. Sono bianchi e neri, tutti giovani, le armi automatiche, gli elmetti con i sottogola slacciati, i tubi dei bazooka. Come ci vedono e inquadrano soprattutto la bella ragazza italiana, ammirandone vogliosi le lunghe gambe dal profondo del fosso, cominciano a motteggiare e a indirizzarle ammirazione. Noi non sappiamo cosa fare. Li vorremmo zittire, avvisarli che a qualche decina di metri c’è l’impietosa mitragliatrice della Wehrmacht. Ma cosa dire, come segnalare il rischio? Forse con dei gesti allusivi che i Tedeschi potrebbero cogliere, o con le voci che produrrebbero una risonanza nel totale silenzio? I fanti in doppia fila infittiscono, sono allegri, vincitori. Abbozziamo un saluto di benvenuto, ma subito sconfiniamo dalla strada polverosa nel campo che ci si apre di fianco e non ha recinto spinato. Ancora qualche attimo, ed ecco l’incontro e lo scontro. I Tedeschi hanno visto gli Americani emergere dal fosso. Gli Americani hanno percepito i Tedeschi infrattati nel fienile. La reciproca sparatoria è immediata, straccia l’aria e forse fa già vittime. Altro che latte, contadini e bottiglie. Fuggiamo a perdifiato nell’erba alta e guadagniamo, nel frastuono ribadito delle armi e dei tonfi, la strada verso il torrente. Ancora qualche colpo isolato e rimarcato. Forse, una mazzata di bazooka ha schiantato i tedeschi. Forse, ci sono dei fanti americani che hanno chiuso la vita nella nostra polvere. La sera parmigiana ci prende in grembo. Riusciamo a rientrare al rifugio, dove ci aspettavano con ansia, raggiunti dall’eco della sparatoria. E là – è una scoperta - diventa visibile il foro di una pallottola nella borsa della bella ragazza, proprio lei che aveva acceso sulle soglie di Parma il consenso della truppa yankee. 
Ora, ci sovrasta il buio fittissimo di una notte destinata a mutare la sorte di noi cittadini intanati. Domattina, troveremo Parma tenuta dagli Americani e dai partigiani, i fascisti dispersi e i Tedeschi sgominati per sempre. Ci sentiamo presenze ineludibili di un divenire senza fisionomia, mentre una parola ci compensa: Liberazione.
L’alba primaverile del 25 aprile schiarisce il teatro dei fatti. Non resisto senza vedere e metter in memoria il film delle cose che il nuovo corso mi porgerà. E con un coetaneo, amico di sempre, esco allo scoperto. Imbocchiamo viale Solferino. Ci sono partigiani di città coi moschetti. Sotto gl’ippocastani dello Stradone, i reparti tedeschi, senza più una goccia di carburante, hanno abbandonato autocarri carichi, Volkswagen anfibie, moto bicilindriche col sidecar e la mitraglia ancora avvitata. Dappertutto ci sono elmetti nibelungici, fucili, giberne, bombe, cinturoni col Gott mit uns, cingolati mimetizzati, cassette di munizioni per armi automatiche e controcarro. L’intero repertorio conferma la notizia di un esercito debellato. I primi soldati USA che rivedo presidiano l’area di via Farini davanti alla chiesa del Bambin Gesù. Dagli abbaini circostanti è parso che qualcuno – forse un fascista braccato - brandeggiasse un’arma. Portano giacche a vento esemplari, revolver Colt affibbiati alla coscia. Si muovono senza risonanza, con scarponi anfibi dalle suole di gomma. Il passo risoluto dei tedeschi rivelava chiodature di ferro. Adesso, i giovani fanti dell’ Arkansas o del Minnesota procedono molleggiati sui lati della strada e in ordine sparso. Vantano fucili automatici Garand , mitragliatori Thompson e carabine Winchester. Gli spari insistono. Gli americano masticano gomma e mantengono puntate le armi. 
Ed ecco di nuovo, improvviso e chiodato, il passo dei Tedeschi. Sono i prigionieri catturati stanotte. Soldati neri li spingono in branco ordinato verso un qualche recinto di contenzione. Vorrei - lì dove sono - sperimentare compassione per le storie individuali dei dóicc vinti e umiliati. Ma l’indulgenza non mi affiora. Penso che nello stesso punto di via Farini, nel nefasto 8 settembre 1943 io, ragazzo di 15 anni, umiliato e inconsolabile, ho visto i nostri cavalleggeri del 19° Guide, ancora con gli speroni affibbiati, procedere come pletora grigioverde pungolata dalle SS della divisione Adolph Hitler. Un treno d’ignobili vagoni e una locomotiva li avrebbero portati in un Lager di Germania.
 
Cos’altro dire di quel giorno per cui dovrei scrivere pagine e ancora pagine? Ho visto  (gli spari continuavano) sequenze che sarebbero rimaste indelebili: squadre partigiane con le uniformi e gli Sten paracadutati dagli Alleati; fascisti catturati e massacrati di botte; franchi tiratori fucilati dietro la piscina della GIL; le prime meravigliose jeep; il colonnello tedesco (impettito e idealmente col monocolo) catturato nel suo quartier generale. Giorno lunghissimo, sempre ripensato in immagini con la scritta “Io c’ero”.
Vorrei tanto aver nascosto e tenuto il mitra Beretta che raccolsi nell’erba di un giardino dello Stradone. Innestai il caricatore sgranando al cielo una raffica per urlare a me stesso e al mondo: “Dio del  Cielo e della terra, è finita, è finita!”.

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  • TECCHIO

    28 Aprile @ 20.30

    Non riesco a trovare niente sul ricevimento di ieri a Fornovo di Taro, sono arrivati qui in zona una grossa comitiva di soldati ex combattenti Brasiliani della liberazione, il Ministro della Difesa del Brasile, alte cariche Militari, l'Ambasciatore del Brasile... Allora, come faccio a trovare l'articolo?Cè qualcosa?

    Rispondi

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