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Garante: "Carcere, critiche lacunose"

Il carcere di via Burla

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Dopo l'intervento del garante regionale dei detenuti (Garante dei detenuti: "Troppe rigidità a Parma" - LEGGI) che aveva criticato il carcere di Parma, dalle ore d'aria alla promiscuità tra sani e malati, dal riscaldamento alla scacchiera, avanzando alcune  richieste, interviene con un comunicato Roberto Cavalieri, Garante delle persone sottoposte a misure limitative della libertà personale dell'assessorato Welfare e Famiglia del Comune di Parma.

Subito dopo la diffusione del resoconto della visita al penitenziario di Parma della Garante regionale, Bruno Desi, inviato a quanto pare solo alla stampa, in diversi mi hanno interpellato per chiedermi cosa stesse succedendo nel nostro carcere. Come mai un così duro intervento dopo settimane di notizie positive, di iniziative promosse che vedono coinvolti tanti attori del territorio (Comune di Parma, Fondazione Cariparma, Fondazione Teatro Regio, cooperazione sociale, CNA, UPI, Forum Solidarietà, etc.) che stanno cercando di portare in via Burla strumenti fondamentali per il recupero dei detenuti come cultura, accesso al prestito interbibliotecario di libri italiani e stranieri, attività formative, scolastiche, lavoro, etc.
La Garante regionale non ha affatto torto perché ha fatto quello che un Garante deve fare: dare voce alle lamentele raccolte dai detenuti. Purtroppo però si è fermata solo a quello dimenticando alcune altre azioni che un Garante deve condurre, a mio parere altrettanto importanti, capaci di offrire una restituzione e una valutazione più corretta e verificata, che vada oltre il giudizio dato di “rigidità” e alla ipotesi che per cambiare la situazione basterebbe adottare “facili soluzioni”.
La prima è stata quella di non confrontarsi anche con chi in Via Burla ci va tutti i giorni. E non è il Garante comunale, io per interderci, ma i cosiddetti operatori penitenziari (educatori e poliziotti in primis, psicologi, volontari, insegnanti, formatori) e chi li gestisce (il direttore). Ma aggiungerei anche gli avvocati, la Camera penale di Parma, i familiari dei detenuti e i sanitari (personale dell'AUSL di Parma che realizza le politiche sanitarie regionali in ambito penitenziario... per quanto riguarda il problema della “promiscuità” tra detenuti sani e malati è stato interpellato l'Assessore regionale alla sanità?). Una platea allargata insomma per cercare di cogliere la enorme complessità del carcere di Parma nel quale sono reclusi il 20% dei detenuti della regione Emilia Romagna organizzati in quattro differenti circuiti detentivi con differenti regole di esecuzione della pena.
La seconda è stata quella di non aver rivolto, almeno così ho colto dagli articoli della stampa, una parola ai Magistrati di sorveglianza e al Presidente del Tribunale di sorveglianza per porre l'attenzione alla necessità di venire anche loro a fare colloqui con i detenuti, di fissare le udienze ai loro reclami (ci sono detenuti che attendono dal 2013), di concedere in tempi ragionevoli i giorni di liberazione anticipata per chi ne ha diritto (si arriva anche a 5 anni di attesa) e di porre particolare attenzione al numero esiguo di detenuti che accedono ai benefici del lavoro all'esterno e dei permessi premio (mai cosi pochi come adesso).
La terza, e ultima, è quella di avere elencato tra i diritti violati una serie di questioni che faccio fatica ad annoverare tra le priorità sulle quali gestire la valutazione di un istituto. Mi riferisco alle carte napoletane (uniche reperibili nell'istituto), all'usura della scacchiera, all'erba alta nel campo sportivo e di non avere invece detto che nel reparto di Media sicurezza si è attuato il sistema delle celle aperte, che si sono potenziate le attività trattamentali, che è iniziato un confronto interno, non semplice, per l'aumento delle ore di erogazione delle attività gestite da enti esterni, che è stato deliberato un finanziamento da parte dell'amministrazione penitenziaria per ammodernare la rete televisiva e l'offerta di programmi, che ora un detenuto può prendere in prestito libri dalle biblioteche di Parma e che, per la prima volta, si sta cercando di portare lavoro ai detenuti con l'aiuto della Confartigianato e della Unione parmense degli industriali. Il mio invito è quello di non cedere alla seduttività delle “facili conclusioni” con giudizi di “rigidità” ma di entrare in confronto con una molteplicità di fattori che governano la vita dei detenuti e rendersi conto che le “facili soluzioni” non sono poi così tanto a portata di mano.

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