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Rosa Oliva: «La mia battaglia per la parità delle donne»

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Monica Tiezzi
Oggi, attivissima nonostante la pensione, presiede l'associazione «Aspettare stanca»,  che si occupa di promozione delle donne sul lavoro.   Di aspettare,  Rosa Oliva era stanca anche 50 anni fa, quando promosse il ricorso alla Corte costituzionale che aprì alle donne  tutti gli impieghi pubblici. Un merito che, l'8 marzo scorso, Giornata della donna,   le  ha riconosciuto pubblicamente  anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ci sarebbe dovuta essere anche lei all'incontro parmigiano, ma un imprevisto familiare l'ha costretta («con grande rammarico», dice) a Roma.  
Come nacque l'idea del ricorso?
«Era il 1958, mi ero appena laureata  in Scienze politiche. Avevo avuto come docenti  due grandi giuristi: Carlo Esposito e Costantino Mortati. Con quest'ultimo, che  aveva partecipato all'assemblea costituente, discussi  la tesi in diritto costituzionale e comparato ed ebbi modo di parlare più volte della legge 1176 del 1919. Una legge per molti aspetti importante per le donne perché eliminava, ad esempio, l'obbligo di autorizzazione maritale. Ma dall'altro lato precludeva alle donne alcune carriere pubbliche come quella giudiziale, quella militare e tutte quelle che presupponevano l'esercizio di diritti e potestà politiche, perchè all'epoca le donne non avevano diritto di voto. Mortati  sosteneva   l'illegittimità costituzionale dell'articolo 7. Fu in quel periodo che   feci alcune domande per concorsi pubblici, inclusa una per la carriera prefettizia. Come mi aspettavo, fu rifiutata: possedevo tutti i requisiti salvo “l'appartenenza al sesso maschile”. Andai da Mortati con la motivazione del rigetto. E lui accettò immediatamente di patrocinarmi».
La vittoria era scontata?
«Per niente. La discussione fra i giuristi era accesa, il  sentire comune non aiutava, i tempi non erano maturi. Quando affrontavo la questione con i coetanei  mi sentivo rispondere: “ma davvero credi che saresti capace di fare il prefetto?”. O il militare, o il giudice, o l'ambasciatore. Ribattevo: se le donne possono fare  lavori  di fatica, perché non una professione dietro una scrivania?»
E, invece, le cose andarono come forse nemmeno lei avrebbe immaginato...
«Quei giudici dimostrarono grande apertura mentale,  come   i costituenti quando avevano redatto l'articolo 3 della Costituzione, secondo il quale “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. L'articolo che invece  quella legge del 1919  negava».
Perché questa sentenza così importante non è così conosciuta  come  tante altre decisive  battaglie per la parità tra uomo e donna?
«Me lo sono chiesta spesso. Subito dopo il pronunciamento ebbi grande notorietà, ma poi della sentenza  si è   sempre parlato in modo sporadico, da addetti ai lavori. Credo di aver precorso i tempi. Il '68 e il femminismo erano ancora lontani. E poi io mi ero mossa   da sola:   una battaglia   individuale, non collettiva».
I risultati di quella sentenza si sono visti subito?
«Assolutamente no. Solo nel 1999, con l'arrivo  delle donne nell'esercito (e l'Italia in questo è stato l'ultimo Paese europeo)  si sono davvero aperte   tutte le carriere pubbliche».
Il tetto legislativo è stato  sfondato.  E quello invisibile, di cristallo, che preclude a  tante  donne i posti di responsabilità e potere? O impone loro di scegliere fra famiglia e lavoro?

«Guardi, io stessa, dopo aver vinto un concorso come dirigente all'Intendenza di Finanza e aver lavorato per 13 anni, ho dovuto licenziarmi quando è nato il secondo figlio: non ce la facevo più. Sono riuscita a rientrare nel mondo del  lavoro dopo   14 anni (è stata, fra l'altro,  consulente della Commissione infanzia del Senato e collaboratrice della senatrice Ombretta Fumagalli Carulli,  ndr). L'Italia resta, in Europa, uno dei Paesi dove le donne, a causa  della mancanza di sostegno pubblico,  abbandonano più spesso il lavoro anche solo dopo il primo figlio. E la sotto-occupazione femminile non incide solo sull'economia, rendendo più povero il Paese, ma sul destino personale di ogni donna, sulla possibilità di sviluppare il proprio progetto di vita».  

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